Maometto, profeta anche per i cristiani?

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ROMA, lunedì, 25 giugno 2007 (ZENIT.org).- I cristiani non possono accettare Maometto come profeta in senso coranico e quindi aderire al suo insegnamento come a una “norma definitiva e universale”.



E' quanto sostiene il professor Christian W. Troll, S.I., docente di Islamologia e Relazioni islamo-cristiane alla Facoltà di Teologia di Francoforte, in un articolo dal titolo “Maometto, profeta anche per i cristiani” pubblicato sul quaderno de “La Civiltà Cattolica” del 19 maggio scorso (Civ. Catt. 2007 II 315-420 numero 10 del 2007).

Per i musulmani, “Maometto è l'ultimo inviato di Dio e il 'sigillo dei profeti', la cui venuta è stata preannunciata da Mosé e da Gesù”, afferma il docente.

Mentre, “il Corano è in ogni sua parola il messaggio autentico che Maometto ha ricevuto brano per brano da Dio per mezzo dell'angelo Gabriele, per 21 o 22 anni [...] che ha annunciato fedelmente alla lettera”, e che quindi “è valido per i popoli di tutti i tempi”.

“Ogni altro messaggio, ricevuto da un qualsiasi profeta autentico, è invece valido soltanto per un popolo particolare di un determinato tempo”, sostiene padre Troll nella rivista dei gesuiti, le cui bozze vengono tradizionalmente inviate agli uffici della Segreteria di Stato, che provvede a esaminarle.

“I profeti vissuti prima di Maometto – incluso Gesù [...] – sono ritenuti dalla fede islamica precursori o rappresentanti di Maometto. Essi, per così dire, avrebbero accettato in anticipo la guida e la superiorità profetica di Maometto”.

Quindi, per i cristiani sorge “un problema di fronte alla richiesta di riconoscere Maometto come profeta, se egli e il suo insegnamento vengono presentati come norma definitiva e universale”.

“Accettare Maometto come profeta in senso coranico significa semplicemente e soltanto questo: accogliere e aderire all'insegnamento del Corano su Maometto e alla rivendicazione di Maometto di essere profeta e, di conseguenza, considerare la vita di Maometto come un 'modello perfetto' (sura 33, 21) per la propria vita e per quella di tutti gli esseri umani”.

Ma “il problema fondamentale per i cristiani, per quanto riguarda il modo con cui Maometto ha inteso la propria missione, sta nell'uso della forza, dettato da una santa indignazione contro chi rifiuta l'autorità di Dio e del suo 'inviato'”.

Dopo aver per predicato per 13 anni, intorno all'anno 622, Maometto aveva deciso di intraprendere la via di Medina (ègira) per allontanarsi dalla Mecca, che si era rifiutata di accogliere l'islam e i suoi inviati e di condannare il politeismo e l'idolatria.

Fu allora che Maometto decise di impiegare la forza militare per abbattere il potere della tribù dei coreisciti, che allora dominava la Mecca, in quanto protettrice della credenza pagana e delle sue strutture, e per sottomettere i vinti al potere di Allah.

“Infatti la missione profetica, nel momento stesso in cui viene esercitata ricorrendo anche all'uso della forza politica e militare, secondo il punto di vista profetico, biblico e cristiano, perde la sua prerogativa di esser vera e giusta, dalla quale trae la propria giustificazione”, commenta padre Troll.

E' anche vero però, sottolinea, che “i cristiani dovranno prendere decisamente le distanze da ogni calunnia nei confronti di Maometto e inoltre dovranno cercare di riconoscere e di apprezzare la sua eccezionale personalità storica, il suo ruolo in quanto fondatore dell'islam e la posizione straordinaria che gli compete nella fede, nella pietà e nel pensiero religioso dei musulmani”.

Il gesuita passa poi ad analizzare la rappresentazione della sovranità di Dio nel Corano: “Nell'ambito della profezia la rilevanza del Creatore viene intesa e percepita essenzialmente sul piano educativo e si limita ad esso – afferma – . Nel Corano i profeti sono considerati tutori dell'umanità”.

“La guida divina che si esercita attraverso il profeta insegna all'uomo a mettere in pratica ciò che gli viene comunicato da un potere che Dio ha affidato al profeta in quanto suo 'rappresentante'”.

A questo punto, il sacerdote afferma: “Per quanto siano apprezzabili e grandiose le affermazioni coraniche su Dio, la creazione e la guida divina, misurate sul metro della rivelazione in Gesù Cristo sono incomplete e frammentarie”.

E si domanda successivamente: “L'educazione da parte di Dio è veramente ciò di cui l'uomo ha bisogno? Non ci dovrebbe essere 'un di più'? [...] Non scopriamo forse, attraverso i profeti biblici e Gesù, che nella sovranità divina vi sono dimensioni che superano ampiamente le categorie dell''educazione' e del 'comando'”.

“Il 'più' consiste nella dedizione amorevole di Dio – spiega poi –, la quale va al di là dei precetti educativi della legge, che l'uomo nella venuta stessa di Dio nella carne e nella persona, nella sofferenza e nella liberazione, ben al di là della parola detta”.

“La misura di Cristo va oltre, fino alla grazia del dono di sé nell'incarnazione e nell'amore sofferente”.

Inoltre nel Corano, spiega il gesuita, la sofferenza viene considerata come “una realtà che sopravviene da fuori, limita Dio e lo umilia”, e la redenzione “non è conciliabile con la sovranità di Dio”. Perciò bisogna pensare a “un Dio libero dalla sofferenza e incapace di qualsiasi dolore”.

“La dottrina cristiana è sostanzialmente d'accordo con questa concezione di un Dio esente da sofferenza – precisa poi –. Ma nella confessione cristiana di Dio che è padre del Crocifisso si riconosce un amore che soffre in maniera sovrana e libera”.

In conclusione, il padre gesuita riconosce che l’islam ha condotto molti a credere in Dio, “ma non ha conosciuto l’amore di Dio e la grandezza della vocazione dell’uomo, che si sono rivelate nella vita di Gesù, nella sua sofferenza, nella sua morte in croce e nella sua risurrezione”.