Maria, modello vivo e sofferto di Consacrazione a Cristo

Una riflessione in occasione della Festa della "Presentazione del Signore"

Roma, (Zenit.org) Mario Piatti, I.C.M.S. | 980 hits

Dio “prende possesso”, oggi, della sua Casa –come ci ha bene ricordato il profeta Malachia- penetra nel Tempio, che non è più semplicemente spazio destinato al culto, ma luogo sacro, occasione, ogni volta rinnovata, di incontro con Jahvé, con “il Dio vivente”. L’Altissimo si introduce nella sua dimora, perché essa diventi finalmente “Casa di preghiera” e perché la vera liturgia divina sia celebrata e offerta all’unico Dio, personale e misericordioso, attraverso il cuore dei suoi poveri, del “resto di Israele”.

In Gesù, Dio si manifesta, ancora una volta, sotto le sembianze e nella disarmante innocenza e debolezza di un bimbo; entra nel Tempio spoglio della sua Gloria e rivestito della sua fragile umanità, perché ciascuno possa trovare, attraverso di Lui, un più facile accesso al Mistero.

Il Figlio di Dio è condotto -all’altare del sacrificio, prescritto da Mosè- dalla sua Famiglia: da Maria Santissima e dal suo Sposo, famiglia umile e “tradizionale”, quasi si volesse attestare, nei fatti, che è proprio quella la cellula vitale, originaria e originale, di ogni consorzio civile e della comunità dei credenti e dei redenti. Certo, la Sacra Famiglia è la sola depositaria di un tesoro senza limiti: la Persona adorabile di Cristo Signore; donato però, d’ora innanzi, come Luce di Grazia e di speranza, a ogni focolare domestico. Gesù penetra nel Tempio tra le braccia dei suoi genitori, perché non solo si adempiano i dettami della Legge, ma anche, e soprattutto, perché sia consacrato e offerto a Dio l’amore che fonda la comunione famigliare -la più vera e la più eletta- colma di affetti e di santi desideri, condivisi nell’impegno e nella fatica quotidiana.

Temi vetero-testamentari e “bagliori” profetici si intrecciano, in questo stupendo episodio evangelico, arricchito dalle figure di Simeone e Anna. In questa Festa della Vita Religiosa, soffermiamoci brevemente su quella misteriosa predizione: una spada avrebbe trafitto il Cuore della Vergine. La lama, che trapassa l’anima di Maria, è senza dubbio segno della sua partecipazione alla Passione del Signore, velata premonizione del Calvario e della Croce. La Madre del Signore si sarebbe associata in tutto al destino del Figlio: alla umiltà e alla povertà di Betlemme; alla sua “vita nascosta” di Nazareth; ai travagli, ai disagi e alle incomprensioni del suo apostolato itinerante e della sua predicazione; alla sua Morte e Risurrezione; al glorioso e travagliato inizio del cammino della Chiesa. La profezia di Simeone coinvolge anche, seppur indirettamente, le anime chiamate dal Cielo a realizzare, in terra, la “sequela Christi” -nel susseguirsi dei tempi e delle generazioni- nella modalità particolare della Vita Consacrata. Guardando alla Vergine, si impara la scuola del sacrificio, della generosa donazione di sé, dell’incondizionata dedizione alla Persona di Gesù, accolto nel proprio spirito con amore indiviso. Si impara a testimoniare, nel mondo, l’appartenenza a una cittadinanza celeste, anticipata nella gioiosa professione dei Voti.

Forse, l’immagine di quella crudele lacerazione del Cuore di Maria si addice, purtroppo, proprio alle ricorrenti infedeltà di noi Religiosi, chiamati in ogni epoca ad abbracciare e far rifulgere -in tutto il suo fascino e in tutta la sua fragranza- un Carisma, suscitato dallo Spirito per la nostra santificazione e per la edificazione dell’intero Popolo di Dio. Quell’aureo “manuale” di vita, che è la Regola, snaturata e ricomposta a proprio piacimento e secondo il proprio criterio, rischia spesso di rimanere infruttuosa. La sofferenza di Maria, in questo giorno di Festa, ci sia di sprone, susciti il ritrovato entusiasmo di appartenere radicalmente a Cristo, per essere vera consolazione di Dio, luce di carità, modelli credibili di fraternità e segni anticipati e profetici della eterna beatitudine del Cielo.

Anche il rispetto per l’abito religioso non è un aspetto “marginale”, quasi volessimo dimenticare o addirittura disprezzare il suo altissimo valore, rappresentativo ed evocativo della Consacrazione fatta a Dio stesso. Oltre tutto, in questa nostra “cultura della immagine”, è ancora più urgente comunicare la propria identità nella sua luminosa bellezza, senza diaframmi o fraintendimenti. L’abito religioso, “intessuto con le lacrime di Maria Santissima” –come diceva un santo Fondatore dell’ ‘800- è il segno esteriore, troppo spesso e troppo in fretta disatteso, di una appartenenza interiore, totale e radicale, al Dio Trino e Unico. Ogni abito ha una sua storia, una sua “logica” soprannaturale, una sua spiritualità, che rischiamo di smarrire e di accantonare, come tante altre ricchezze del nostro patrimonio, di cultura e di Fede cristiana.

In un mondo morbosamente attento alla ostentazione della immagine, non può che portare giovamento la libera osservanza di un segno, capace di generare sobria attenzione alla sacralità della persona religiosa Non retaggi di altri tempi, dunque, ma l’ esigenza, quanto mai attuale, di fedele e coraggiosa testimonianza della propria feconda identità.

* Padre Mario Piatti icms è direttore della Rivista “Maria di Fatima”