Marianna Popiełuszko racconta il martirio di don Jerzy (Prima parte)

La fede profonda di una donna che ha visto suo figlio morire per Cristo

Varsavia, (Zenit.org) Wlodzimierz Redzioch | 1350 hits

Si racconta che quando Giovanni Paolo II andò a pregare sulla sua tomba disse: “Come Cristo il suo sangue ha salvato l’Europa”. Stiamo parlando di Jerzy Popiełuszko, il beato sacerdote polacco che sapeva fare solo opere di bene.

La sua vicenda è esemplare: ha predicato e testimoniato il bene fino a quando due sicari del regime comunista non l’hanno torturato e ucciso selvaggiamente.

Per conoscere meglio la storia e le caratteristiche di questo santo moderno, Włodzimierz Rędzioch ha intervistato la mamma Marianna.

Una parte di questa intervista è stata pubblicata su L’Osservatore Romano del 5 marzo. ZENIT la pubblica per intero.

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Marianna ha gli occhi stanchi: stanchi dei suoi 92 anni; stanchi di più di 70 anni del duro lavoro in campagna e in casa; stanchi delle lacrime versate per i suoi morti (durante la seconda guerra mondiale i russi ammazzarono il più piccolo dei suoi fratelli; nel 1953 morì tra le sue braccia la figlioletta Edvige di due anni; nel 1984 i servizi segreti del regime comunista polacco fecero morire suo figlio sacerdote; morì improvvisamente anche la sua giovane nuora, lasciando orfani tre bambini per i quali divenne la seconda mamma; nel 2002 morì, dopo 60 anni di matrimonio, anche suo marito). Ma negli occhi di questa donna minuta e apparentemente fragile, ma forte di spirito, non c’è disperazione, al contrario ci sono la pace e la serenità che vengono dalla convinzione che “le gioie e le sofferenze vengono da Dio e Dio sa che cosa è meglio per ogni uomo”.

Malgrado la sua età non ha neanche paura della morte perché con la morte “la vita non finisce ma si trasforma”.

Una donna semplice, che ha svolto il mestiere di contadina per tutta la sua esistenza e ha affrontato i problemi e drammi personali con la straordinaria saggezza evangelica che le veniva da una fede vissuta profondamente.

Marianna ha vissuto come se avesse preso per motto della sua esistenza una filastrocca conosciuta e ripetuta dall’infanzia: “Amare la gente, amare Dio: ecco la strada dritta per il paradiso. Ama con il cuore e con le opere: sarai con gli angeli nel paradiso” (in polacco questi versi fanno rima).

Per incontrare questa anziana donna – oggi nota come madre del beato p. Jerzy Popiełuszko – sono andato in un remoto angolo del Nord-Est della Polonia, vicino alla frontiera con la Lituania, a circa 200 chilometri da Varsavia.

Marianna Gniedziejko – questo era il suo cognome da nubile - è nata lì, nel lontano 1920, a Grodzisko, un piccolo villaggio della sconfinata pianura del centro dell’Europa che, secoli fa, fu coperta dalla grande foresta che si estendeva dalla Germania alla Russia (i cartografi hanno calcolato che proprio qui si trova il centro geografico del nostro continente).

I Gniedziejko erano una famiglia molto religiosa, attaccata alla Chiesa e alle tradizioni, e patriottica: lo zio di Marianna, Rafał Kalinowski - condannato dal regime zarista al confine in Siberia, si fece carmelitano scalzo - è stato beatificato nel 1983 e canonizzato nel 1991 (perciò p. Jerzy diceva: “Abbiamo un santo in famiglia”).

Ogni aspetto della vita quotidiana era legato alla preghiera o a qualche cerimonia religiosa. Marianna, anche quando frequentava la scuola elementare, doveva aiutare la famiglia, lavorando in campagna. Da piccola si ammalò di tifo e per curarla i genitori dovettero vendere una mucca; per la famiglia fu un grosso sacrificio.

Oggi scherza, che da allora non si ammala più e non frequenta i medici. Nel 1942 sposò Władysław Popiełuszko, un uomo bello ed alto, di dieci anni più grande di lei e andò ad abitare a casa sua nel vicino villaggio di Okopy. La famiglia di Popiełuszko era una famiglia di agricoltori (avevano 17 ettari di terreno). Purtroppo, quando finì la guerra e si instaurò il regime comunista, la vita dei contadini che lavoravano sulla propria terra non fu facile: i comunisti costringevano ogni famiglia a cedere allo Stato una parte del raccolto, perciò – spiega Marianna – i Popiełuszko non soffrirono di fame ma dovettero ridurre le loro esigenze al minimo. 

Nella casa paterna ad Okopy è nato nel 1947 il loro terzo figlio, il futuro beato (prima era la figlia Teresa, secondo il figlio Józef). La mia conversazione con la signora Marianna comincia proprio con questo ricordo.                    

Si ricorda come è nato don Jerzy?

Marianna Popiełuszko: Ovviamente mi ricordo. Il parto cominciò quando la sera del 14 settembre – era la domenica dell’Esaltazione della Croce - sono andata a mungere le mucche. Sono riuscita a tornare a casa dove fortunatamente si trovava mia madre che era arrivata in previsione del parto. Lo stesso parto non fu difficile ma in conseguenza di esso ebbi forti dolori alla testa e per qualche giorno persi la vista. Per questo motivo non potei andare in chiesa per il suo battesimo.

Nel libro dei battesimi della parrocchia di Suchowola, si vede che il futuro p. Jerzy ha ottenuto al battesimo il nome Alfons...

Marianna Popiełuszko: Ho scelto io questo nome per lui. Ogni volta, quando ero incinta, iniziavo a cercare i nomi per il bambino per fargli avere un buon santo patrono. Ho scelto questo nome a maggio, quando a casa lessi qualche cosa sulla vita del sacerdote Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Mio figlio ha usato questo nome fino ai primi anni del seminario; invece a casa lo chiamavamo affettuosamente Alek.

Perché suo figlio, da seminarista, ha cambiato il suo nome in Jerzy (Giorgio)?

Marianna Popiełuszko: A Varsavia, dove studiava, il nome “Alfons” era una brutta parola, significava "pappone" e veniva utilizzata per descrivere una persona che si occupa di sfruttamento della prostituzione. Così, con il permesso dei superiori del seminario, mio figlio cambiò il suo nome in Jerzy. Io non ho protestato perché ormai era adulto.

Torniamo all'infanzia. Come era Alek da giovane?

Marianna Popiełuszko: Era un bambino esile e delicato. Non ho avuto problemi con lui perché era obbediente, laborioso e paziente. Gli piaceva stare con la gente ed era aperto. Preferiva leggere piuttosto che lavorare nei campi (i nostri figli andavano a scuola e dovevano fare i compiti, ma ci aiutavano anche in campagna). A scuola era un bravo studente e riceveva dei premi. Una volta il parroco mi disse: “Questo ragazzo può diventare molto buono o molto cattivo: tutto dipenderà dall’educazione che riceverà”. Allora feci di tutto per educarlo nel modo migliore. Ma la cosa più importante nella vita è dare e far conoscere Dio ai figli.

Come è nata la sua vocazione al sacerdozio?

Marianna Popiełuszko: Siamo una famiglia molto religiosa. Da noi ogni mattina, dopo il risveglio, e la sera, prima di andare a dormire, si pregava in ginocchio. Inoltre, nella nostra casa, avevamo un altarino dove pregava tutta la famiglia. Ogni Mercoledì si pregava la Madonna del Perpetuo Soccorso, il Venerdì il Santissimo Cuore di Gesù, il Sabato la Madonna di Czestochowa. Nel mese di maggio cantavamo le Litanie di Loreto, nel mese di giugno le Litanie del Sacro Cuore di Gesù, nel mese di luglio le litanie al Sacro Sangue di Cristo, e nel mese di ottobre si recitava il Rosario. Tre volte la settimana - Mercoledì, Venerdì e Sabato – cucinavo i pasti senza carne, perché l'uomo, già da bambino, deve sapere che nella vita c’è bisogno di sacrificio e che non tutto va secondo i suoi desideri o capricci. Alek cresceva in tale atmosfera, ma sapevo che lui stesso si controllava. Andava a confessarsi e faceva la santa Comunione; pregava anche da solo. Più tardi divenne un chierichetto: tutti i giorni si alzava presto per arrivare in chiesa per le sette e doveva fare cinque chilometri a piedi attraverso il bosco per arrivare a Suchowola. Non importava se pioveva, nevicava e c’era il gelo. E così è stato dalla prima classe della scuola elementare fino all'ultimo anno del liceo.

[La seconda parte dell’intervista a Marianna Popiełuszko sarà pubblicata domani, giovedì 7 marzo]