Maternità e comunicazione: il ruolo delle emozioni nello sviluppo neurologico

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ROMA, domenica 9 maggio 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, sull’importanza della relazione madre-figlio nel retto sviluppo emotivo del bambino.




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La celebrazione della “Festa della mamma” nel mese di maggio ha nella società italiana un indubbio significato emotivo e sentimentale che, come altre “feste” non originariamente religiose (la festa del papà, la festa della donna, la festa dei lavoratori), si presenta talora come alternativa rispetto ad una seria riflessione sul senso della maternità e ad un riconoscimento autentico della categoria delle mamme: diventa cioè un appuntamento consumistico, frivolo, magari laicista.

Eppure, può rappresentare un’occasione propizia per comprendere più profondamente la bellezza e il valore dell’essere madre, soprattutto nel mese che la Chiesa Cattolica dedica alla Madre celeste.

Anche a livello umano, dalla Madonna abbiamo tutto da imparare: innanzitutto l’umiltà, cioè il dono di avere un’idea di sé effettivamente conforme alla realtà, poi la virtù tipicamente femminile dell’accoglienza, la capacità materna di meditare nel proprio cuore gioie e dolori dei figli partecipando intensamente nell’intimo alle loro vicende, la conoscenza intuitiva dell’animo umano, la dolcezza e la delicatezza nei modi.

Se il sentimentalismo tende a stravolgere questi esempi riducendoli a “momenti di spontaneità”, il sentimento invece, ossia l’apporto delle passioni ordinate all’azione dell’intelletto (intelligenza e volontà), illuminano l’interiorità dell’uomo e ne rappresentano un aspetto irrinunciabile, essenziale per una crescita personale equilibrata e fondamentale per lo sviluppo morale.

La verità di tali affermazioni discende dalla considerazione attenta della natura umana che viene dall’antropologia filosofica, e trova puntuale attestazione nei risultati della ricerca scientifica. Una conferma di questo dato giunge ad esempio da un corposo studio messo a punto dalla Commissione per i bambini a rischio creata dal Dartmouth Medical School (USA) e dall’Institute for American Values, che nel settembre del 2003 ha pubblicato un rapporto dal titolo accattivante e pressoché intraducibile: Hardwired to Connect. The New Scientific Case for Authoritative Communities.

Attraverso la terminologia informatica, l’espressione “hardwired to connect” indica che gli esseri umani sono “collegati per stabilire connessioni”, cioè strutturalmente “legati”, predisposti alla relazione con altri, al fine di interagire efficacemente con il prossimo, comunicando attraverso tutti i canali a disposizione. Un canale primario è rappresentato dal contatto fisico tra madre e bambino.

Nel linguaggio del gruppo di studio, composto da pediatri, psicopedagogisti, neurologi, sociologi e filosofi di fama internazionale, la “connessione” è appunto il tipo di capacità di relazione che deriva dalla comunicazione nella primissima infanzia, e in particolare da alcuni particolari “tratti” comunicativi tipici del modo in cui le mamme di ogni tempo e di ogni luogo accudiscono i loro bambini: cullare il bimbo, guardarlo intensamente durante l’allattamento o il cambio del pannolino, imitarne i suoni, fargli il solletico (“formichina formichina”), accarezzarlo, coinvolgerlo in piccoli giochi come quello di nascondersi e riapparire (“cucù” o “bu-bu settete”), cantare ninne nanne.

Le neuroscienze insegnano che questi momenti di intimità stimolano una parte del cervello chiamata “limbic brain” (cervello o sistema limbico), che è la sede dei collegamenti cerebrali responsabili delle emozioni, e il cui esercizio rende la persona progressivamente in grado di avere reazioni corrette al contatto, alla vicinanza fisica, ai sentimenti altrui.

La mancanza o la scarsità di tali momenti, come si nota macroscopicamente nei bambini cresciuti negli orfanotrofi, produce una serie di ritardi nello sviluppo emotivo dei bambini, disturbi del comportamento, una minore capacità di interazione sociale anche in futuro, e perfino uno scarso accrescimento corporeo.

Il bambino privato per lungo tempo del rapporto con la mamma (o di chi ne possa validamente fare le veci), infatti, passa da una fase di “protesta” in cui piange e si dispera per la solitudine o la nostalgia, ad una fase di “depressione” in cui non piange più, non cerca più la mamma, ma si chiude in se stesso, triste e sconsolato, e rallenta molte delle sue funzioni vitali, dal battito cardiaco alla respirazione, fino alla produzione di ormone della crescita.

D’altra parte, già in passato si erano avuti esempi di gravi alterazioni nei bambini per la mancanza di relazioni famigliari adeguate, in particolare di quelle materne.

L’imperatore Federico II, all’inizio del 1200, tentò un crudele esperimento sui neonati, per scoprire quale fosse la lingua primitiva. Racconta Salimbene da Parma (Cronica, par. 1664-1665) che a tal fine i bambini venivano nutriti e lavati, senza che nessuno potesse parlare loro, né cullarli, né cantare nenie, ma l’esperimento fallì miseramente, perché i piccoli, lungi dal manifestare una “lingua spontanea”, morivano tutti (cfr. L. Cantoni, N. Di Blas, Teoria e pratiche della comunicazione, Apogeo, Milano 2002, p. 72).

La letteratura scientifica riporta nella storia una settantina di casi di “wild children” (“bambini ferini”) vissuti per anni in stato di abbandono parziale o totale. Pur avendo normali capacità fisiche e potenzialità intellettive, questi bambini mostravano un ritardo notevole nello sviluppo psico-fisico e non parlavano, mentre i progressi, una volta reinseriti nel contesto civile, erano strettamente funzionali al grado di “recupero affettivo” che potevano compiere grazie all’accoglienza di chi li prendeva in cura (cfr. C. Navarini, Filogenesi e ontogenesi del linguaggio. L’umanità contesa dei “bambini selvaggi” , in “L’analisi linguistica e letteraria”, 1/1994, pp. 221-252).

Infine, già dagli anni Ottanta l’indagine psico-pedagogica e socio-pedagogica ha rilevato che negli Stati Uniti sono in forte crescita le percentuali di depressioni cliniche e di disturbi del comportamento nei bambini (Hardwired to Connect, p. 8); fra le cause, si tende ad ammettere oggi la diminuzione del tempo che le mamme trascorrono con i loro bambini per ragioni professionali, organizzative, o semplicemente per l’abitudine diffusa a ricorrere agli asili giornalieri (“day care”), con conseguente senso di colpa, riconosciuto o negato, nelle mamme stesse e dunque ulteriore rinforzo degli atteggiamenti distorti nei bambini (cfr. S. Venker, 7 Myths of Working Mothers: Why Children and Most Careers Just Don't Mix, Spence Pub, 2004).

In definitiva, emerge sempre più chiaramente anche dal dato sperimentale che l’essere umano è strutturalmente in relazione con gli altri, e che le fonti primarie della vita di relazione sono per chiunque i propri genitori, e in particolare la propria mamma, con cui tale relazione inizia già nel grembo.

Mentre rivolgiamo il nostro pensiero riconoscente a chi ci ha messo al mondo e amorevolmente accudito, cerchiamo anche di avvertire la responsabilità a creare le condizioni culturali (ed economiche) favorevoli affinché le mamme non rinuncino, per la carriera o per una male intesa idea di realizzazione personale, alla loro missione più importante, che è quella di accogliere ed accompagnare in ogni istante i propri figli nel cammino della vita.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]