Meditazioni sulla Croce

La cappella Bacci di Piero della Francesca

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 1117 hits

In questo periodo liturgico, i fedeli venerano la Passione del Signore con il pio esercizio della Via Crucis. Tale pio esercizio, per la sua intrinseca struttura meditativa, per la ricostruzione narrativa della storia, è da sempre associato alle Sacre Immagini.

Nel 2002, la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti ha pubblicato un Direttorio su pietà popolare e liturgia, in cui nei nn. 131-133 viene affrontata la Via Crucis, con parole così belle e significative che vorrei totalmente riproporre: «Tra i pii esercizi con cui i fedeli venerano la Passione del Signore pochi sono tanto amati quanto la Via Crucis.

Attraverso il pio esercizio i fedeli ripercorrono con partecipe affetto il tratto ultimo del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena: dal Monte degli Ulivi, dove nel «podere chiamato Getsemani» (Mc 14, 32) il Signore fu «in preda all’angoscia» (Lc 22, 44), fino al Monte Calvario dove fu crocifisso tra due malfattori, al giardino dove fu deposto in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Testimonianza dell’amore del popolo cristiano per il pio esercizio sono le innumerevoli Via Crucis erette nelle chiese, nei santuari, nei chiostri e anche all’aperto, in campagna o lungo la salita di una collina, alla quale le varie stazioni conferiscono una fisionomia suggestiva.

La Via Crucis è sintesi di varie devozioni sorte fin dall’alto Medioevo: il pellegrinaggio in Terra Santa, durante il quale i fedeli visitano devotamente i luoghi della Passione del Signore; la devozione alle “cadute di Cristo” sotto il peso della croce; la devozione ai “cammini dolorosi di Cristo”, che consiste nell’incedere processionale da una chiesa all’altra in memoria dei percorsi compiuti da Cristo durante la sua Passione; la devozione alle “stazioni di Cristo”, cioè ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall’amore, cerca di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che assistono alla sua Passione. Nella sua forma attuale, attestata già nella prima metà del secolo XVII, la Via Crucis, diffusa soprattutto da san Leonardo da Porto Maurizio († 1751), approvata dalla Sede Apostolica ed arricchita da indulgenze, consta di quattordici stazioni.

La Via Crucis è una via tracciata dallo Spirito Santo, fuoco divino che ardeva nel petto di Cristo e lo sospinse verso il Calvario; ed è una via amata dalla Chiesa, che ha conservato memoria viva delle parole e degli avvenimenti degli ultimi giorni del suo Sposo e Signore. Nel pio esercizio della Via Crucis confluiscono pure varie espressioni caratteristiche della spiritualità cristiana: la concezione della vita come cammino o pellegrinaggio; come passaggio, attraverso il mistero della Croce, dall’esilio terreno alla patria celeste; il desiderio di conformarsi profondamente alla Passione di Cristo; le esigenze della sequela Christi, per cui il discepolo deve camminare dietro il Maestro, portando quotidianamente la propria croce. Per tutto ciò la Via Crucis è un esercizio di pietà particolarmente adatto al tempo di Quaresima».

Vorrei soffermare l’attenzione non su una delle Viae Crucis dipinte nella storia dell’arte, ma su un ciclo di affreschi eseguito da Piero della Francesca[1] nella cappella Bacci in San Francesco ad Arezzo[2], in cui vengono affrontate le Storie della Santa Croce, ovvero il ritrovamento della reliquia della Santa Croce e soprattutto viene offerta una straordinaria immagine della Santa Croce come chiave di lettura di tutta la storia.

Il tema richiama maggiormente la festa liturgica della Santa Croce che ricorre il 14 settembre, infatti Jacopo da Varazze [3] -fonte a cui si ispira Piero- narra le “Storie della Vera Croce” proprio in relazione a tale festa, tuttavia la Quaresima è proprio il momento giusto per meditare sulla Cappella Bacci e trarne nutrimento spirituale. Piero della Francesca viene chiamato a dipingere la cappella maggiore della chiesa di San Francesco ad Arezzo alla fine del 1452. Mentre Piero si accinge a elaborare i cartoni preparatori una notizia tremenda sconvolge il mondo.

Il 29 maggio 1453 i Turchi Ottomani di Maometto II prendono Costantinopoli, sbaragliando l’esercito imperiale di Costantino XI Dragazes, che eroicamente resiste con gli uomini della sua guardia personale alla Porta di S. Romano. Narrano i cronisti dell’epoca che il corpo dell’imperatore caduto in battaglia viene riconosciuto solo dagli stivaletti rossi e che la sua testa viene esposta il giorno seguente sotto la colonna sormontata dalla statua di Giustiniano, dove in origine si ergeva la statua di Sant’Elena.

Una serie di eventi terrorizzano l’Europa: la capitolazione di Costantinopoli, la conquista della Serbia, l’assedio di Belgrado, l’invasione della Morea. L’Impero Bizantino è tramontato per sempre, il quadro internazionale è ormai sconvolto. Cosa, allora, decide di dipingere Piero nella cappella maggiore? In basso, Piero narra di due battaglie, che descrivono, con i loro terrificanti momenti di guerra, lo scontro tra Costantino e Massenzio e, nella parete opposta, quello tra Eraclio e i Turchi che si erano impossessati del pezzo di croce che la regina Elena aveva lasciato a Gerusalemme nella chiesa da lei fatta costruire sul Golgota. Cavalli, cavalieri, lancieri, stridore di armi e morte assalgono il fedele che entra in quel luogo per pregare.

Ma subito sopra, nel secondo registro di affreschi, sono narrate le storie miracolose del rinvenimento della preziosa reliquia, venerata e conservata a Roma dal IV secolo nella chiesa che la stessa Elena aveva voluto costruire, Santa Croce in Gerusalemme [4]  appunto, proprio di fronte alla Basilica di San Giovanni in Laterano, che il figlio Costantino regalava alla città di Roma e alla cristianità nel 313. Si arriva poi alle grandi lunette dove le Storie di Adamo, narrate fino alla sua morte, si contrappongono alla Esaltazione della Croce,  proprio come nel commento di Jacopo da Varazze che cita esplicitamente il passo paolino della I Cor 15,20-21 «Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo».

Nella parete, di fondo proprio davanti agli occhi dell’astante, due riquadri in basso, all’altezza delle due scene di battaglie, danno il senso a tutta la decorazione pittorica. Dal buio della notte che pesa sul Sonno di Costantino, nel riquadro di destra, dove un primo bagliore angelico porta appunto il segno della croce nel quale egli l’indomani vincerà il rivale Massenzio, si passa alla gloria splendente della luce dell’Incarnazione del riquadro di sinistra, nel momento in cui l’angelo annunzia a Maria la lieta novella.

Piero offre al fedele del tempo e a noi una riflessione soteriologica sul segno della Croce, evitando di cadere nella semplice narrazione, come aveva fatto nel 1385 Agnolo Gaddi in Santa Croce a Firenze, proponendo invece una lettura del mondo, degli eventi della storia e della cronaca contemporanea attraverso quel segno che trasforma la realtà e che è in grado di portare con sé il senso ultimo delle cose. Piero evidenzia il passaggio dal mondo come luogo oscuro, brutale e di morte al mondo come luogo di luce, di gioia e di vita eterna; dallo stridore delle armi, dall’angoscia del presente opprimente alla speranza della vita nel segno del Crocifisso, cioè di Colui che, sceso nel profondo dell’oscurità della morte, risorge glorioso e splendente nella luce del Padre.

Tutto si gioca in questa trasformazione dal buio alla luce, dalla sofferenza alla gioia, come lo stesso Jacopo da Varazze ricorda nel suo testo:  «Notiamo che prima di Cristo il legno della croce era un legno di viltà, perché le croci si facevano con legno vile; di sterilità, perché tutto quello che si piantava sul Calvario non produceva alcun frutto; di ignobiltà, perché era il supplizio per i ladroni; dell’oscurità, perché era oscuro e privo di bellezza; della morte, perché li si mettevano a morte gli uomini; di fetore, perché si piantava in mezzo ai cadaveri.

Dopo la passione fu invece esaltata in molti modi, poiché la viltà si trasformò in pregio, e per questo disse Andrea: “Salve, croce preziosa”, ecc., l’infruttuosità in fertilità, come dice il Cantico dei Cantici: “Mi arrampicherò sulla palma e prenderò il suo frutto” (Cn 7,9); l’ignobiltà in nobiltà, come nota Agostino: “La croce, che era strumento di tortura per i ladri, passò poi sulla fronte degli imperatori”, l’oscurità in luminosità, come dice Giovanni Crisostomo: “La croce e le cicatrici di Cristo nel giorno del Giudizio saranno ancora più brillanti”; la morte è divenuta vita eterna, e per questo si canta: “Donde nasceva la morte”; il fetore in odore di soavità, come dice il Cantico dei Cantici: “Quando il re era nella sua stanza il nardo — cioè la santa croce — aveva dato il suo odore” (Cn 1,12)».

Rodolfo Papa, nominato da S.S. Benedetto XVI Esperto del XIII Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Accademico Ordinario Pontificia Insigne Accademia di Belle arti e Lettere.

Website: www.rodolfopapa.it  Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com  e.mail:  rodolfo_papa@infinito.it.

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NOTE

[1] Pierluigi De Vecchi, L’opera completa di Piero della Francesca, Classici dell’Arte Rizzoli, Milano, 1967; Marco Bussagli, Piero della Francesca, Dossier n. 71, Giunti, Firenze 1992.

[2] Antonio Paolucci, Piero della Francesca. Catalogo completo, I Gigli dell’Arte, Cantini, Firenze, 1990, pp. 38-93.

[3] Jacopo da Varazze, Legenda aurea, a cura di Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone , Einaudi, Torino, 1993, Cap. LXVIII, pp. 380-388.

[4] Sergio Ortolani, Santa Croce in Gerusalemme, Le chiese di Roma illustrate, collana diretta Carlo Galassi Paluzzi, Marietti, Roma,  1960.