Meriam: "Costretta a partorire con le gambe incatenate. Mia figlia è nata disabile"

La giovane madre sudanese, condannata per apostasia e poi assolta, racconta alla Cnn il drammatico periodo di prigionia e la sua "infelicità" per i problemi legati alla sua partenza

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 539 hits

Dopo tanto parlare di lei, ora è lei stessa a parlare: Meriam Yahya Ibrahim, la cristiana sudanese condannata a morte per apostasia e adulterio, imprigionata, poi liberata e di nuovo fermata dalla polizia, si è concessa in una lunga intervista alla Cnn.

La 27enne, scagionata in appello, è attualmente rifugiata nell’ambasciata americana a Khartoum in attesa del passaporto sudanese, insieme a suo marito Daniel e ai suoi due figli: Martin, 21 mesi, e Maya, nata lo scorso 27 maggio, mentre la madre era in catene e per questo disabile.

Proprio questa è la prima sconvolgente rivelazione che emerge dal colloquio di Meriam con la Cnn: “Poiché sono stata costretta a partorire in catene, mia figlia è disabile”, racconta la donna, aggiungendo: “Non ero ammanettata ma incatenata per le gambe. Non riuscivo ad aprire le gambe e così le donne mi hanno dovuta alzare dal tavolo. Non ho partorito stesa sul tavolo e mia figlia ha qualcosa… Non so se in futuro avrà bisogno di un sostegno per camminare”.

Ma non è solo questa l’unica barbarie che la giovane cristiana è stata costretta a subire durante la prigionia. Al dolore fisico per il suo stato interessante, alla paura di non veder mai crescere i suoi figli, al bruciante sentimento di rancore per essere condannata ingiustamente, si sono aggiunti anche gli insulti degli altri detenuti e la pressione psicologica degli imam che, puntualmente, venivano mandati nella sua cella per convincerla ad abiurare il cristianesimo.

“Io sono sempre stata cristiana – dice Meriam - Non avrei potuto essere musulmana”. “Le donne in prigione mi dicevano di tutto e mi schernivano”, prosegue, spiegando che le musulmane le intimavano di “non mangiare il cibo degli infedeli”, come pure gli agenti del carcere che si univano al coro di ingiurie.

C’è poi la questione del presunto “fratello” a non fare stare tranquilla la donna. Dicendosi “arrabbiato” per non essere stato informato della scarcerazione della “sorella”, l’uomo ha aperto una nuova causa alla procura sudanese chiedendo ai giudici il pieno riconoscimento della loro parentela.  Sempre lui, Al Samani Al Hadi Mohamed Abdullah, aveva giurato vendetta alla 27enne, e in un’intervista proprio con la Cnn aveva dichiarato: “O lei si pente, torna alla religione islamica, rientra nell’abbraccio della nostra famiglia… Oppure rifiuta e deve essere impiccata”.


Meriam alla tv americana si dice “davvero infelice”. Sfibrata da questa serie di eventi, la donna vive ancora con l’ansia di poter ritornare dietro le sbarre per l’accusa di falsificazione dei documenti. Che invece – afferma – “sono stati approvati dall’ambasciatore del Sud Sudan e avevo diritto ad usarli perché mio marito è del Sud Sudan”. I suoi avvocati sono in attesa di ottenere i passaporti idonei per permettere alla famiglia di lasciare il Sudan e volare verso gli Stati Uniti.

Amareggiata, esausta, delusa, Meriam dichiara ancora: “Onestamente, sono davvero infelice. Ho lasciato la prigione per mettere insieme i miei figli e sistemarmi ma mi sono ritrovata di nuovo in prigione e ora protestano contro di me nelle strade”. “Non riesco neanche a decidermi su cosa fare adesso – aggiunge - Vorrei andarmene e allo stesso tempo non vorrei. Ma lo stato in cui mi ritrovo è sintomo del fatto che sono costretta ad andarmene. Ogni giorno sorge un nuovo problema sulla mia partenza”.