"Mi sarete testimoni fino ai confini del mondo" (At 1,8)

Catechesi di mons. Bertolone nel Pellegrinaggio a Roma dei catechisti

Catanzaro, (Zenit.org) | 532 hits

Riprendiamo di seguito il testo della catechesi tenuta sabato 28 settembre nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini da monsignor Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, nel Pellegrinaggio a Roma dei catechisti in occasione dell’Anno della fede.

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Carissimi catechisti e catechiste,

che siete qui convenuti dalle vostre diocesi  nella diocesi del Vescovo di Roma e successore di Pietro, per il pellegrinaggio in occasione dell’Anno della fede (11 ottobre 2012 - 23 novembre 2013), mi piace accogliervi con il medesimo augurio di Paolo, «apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio» (Col 1,1):

«Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo»! (Col 4,3). 

Premessa

Il tema di questo incontro è veramente affascinante: Mi sarete testimoni fino ai confini del mondo (At 1,8). Certamente un tema che ben si addice ad ogni cristiano, chiamato, in virtù del Battesimo, ad essere autentico testimone del Risorto ed a maggior ragione si addice a voi, catechisti, chiamati  ad una testimonianza ancor più speciale nelle vostre comunità cristiane: una vera e propria diakonía.

Ci sono, infatti, alcuni sevizi ecclesiali che potremmo denominare diaconie ex-fide. Si tratta, cioè, di tutti quei servizi che noi rendiamo ai fratelli, a partire dalla fede, quindi dal Battesimo, dalla nostra conversione battesimale, ma che potrebbero, quanto al loro oggetto, essere resi anche da altri: il sevizio dei malati, dei sofferenti, dei poveri, il servizio della giustizia, i servizi sociali, il servizio dell’istruzione, l’aiuto ai carcerati, agli immigrati, a tutte le forme di emarginazione. Sono opere di misericordia e di assistenza di ogni genere che per il cristiano acquistano, però, un significato particolare, in quanto vengono rese ex-fide, sono frutto della propria fede matura.

Ma ci sono altri servizi (soprattutto quelli che ricorda San Paolo nella Lettera agli Efesini, ossia apostoli, profeti, evangelisti, pastori, dottori ) che sono specifiche diakonìe fidei, in cui, cioè, l’oggetto del servizio è la fede stessa. Sono da considerarsi come “servizio della fede” le varie forme di evangelizzazione e di servizio pastorale, dunque, anche il servizio preziosissimo della catechesi.

Per un battezzato il servizio più grande è la diaconìa fidei se è vero che sono tanti i bisogni dell’uomo, quello fondamentale e irrinunciabile è la fede, la speranza, l’amore senza limiti. Tutti i servizi sono utili, ma raggiungono il vertice nel servizio dei servizi, nel ministero dei ministeri, quello che dà ad un uomo la forza di sperare e di vivere. E’ importante dare all’uomo il pane, la giustizia, la possibilità di una vita dignitosa: ma se poi, a quest’uomo non si consegna un motivo profondo per vivere, qual è il fine di tutti gli altri beni? Il cristiano si pone in stato di servizio dell’umanità sapendo che c’è un servizio irrinunciabile, affinché tutti gli altri trovino il loro senso più profondo. Noi oggi siamo invitati a considerare l’importanza di tale servizio alla Chiesa lasciandoci provocare dalle parole del Signore: Mi sarete testimoni fino ai confini della terra.

1. La peculiarità del testimone

Innanzi tutto chiediamoci: che cosa vuol dire realmente essere testimoni? chi è il testimone?

         Per il compianto cardinale Carlo Maria Martini, vero testimone è «colui che ha visto qualche cosa e che fa fede di ciò che ha visto. Però, nel linguaggio degli Atti, è qualcosa di più, è colui che si impegna personalmente per ciò che ha visto e ha capito, - come in un tribunale si depone a favore di qualcuno»[1]. Il testimone, dunque, non è un esperto, non è un semplice conoscitore. Potremmo conoscere tante persone, ma senza impegnarci mai a favore di nessuna di esse. Il testimone non è uno che “parla di Cristo”: tanti studiosi, tanti storici, anche tanti non cristiani ne parlano. Dunque, non basta. Il testimone spende la vita , parla con la coerenza della vita per Colui al quale rende testimonianza, si impegna, si “sporca le mani”.

         Testimoni, «cioè capaci di proclamare con le parole, e soprattutto con la vita, che Gesù, il Crocifisso, è risorto ed è il Salvatore non solo dei Giudei, ma di tutti gli uomini e di tutti i popoli»[2].

         Albert Camus: «Ho capito che non era sufficiente denunciare l'ingiustizia, bisognava dare la vita per combatterla»[3].

Di che cosa, o meglio, di chi gli apostoli sono chiamati ad essere testimoni? Testimoni di me, dice loro Gesù. «La testimonianza degli Apostoli riguarda la persona di Cristo, la sua potenza, la sua vita, la sua capacità di costruire una comunità nuova, di rifare un’esistenza al ladro che, sulla croce, sta per cadere nella disperazione, di ricostituire relazioni nuova basate sul servizio, sulla gratuità, sull’amicizia; è sempre di Gesù che sono testimoni, prima ancora di essere testimoni di un progetto, di un’idea, di qualcosa da costruire»[4].

Fino ai confini del mondo. Questa sottolineatura del Signore ci fa comprendere che la testimonianza non è un dono soltanto per voi, per un piccolo gruppo, per alcuni iniziati; è per tutti fino agli estremi confini della terra. Non c’è situazione umana, infatti, nella quale non esista una sete profonda di verità, di giustizia, di fraternità e quindi, al fondo, una sete profonda di Dio, a cui voi non siate mandati.

Non si può essere testimoni, non si può essere catechisti solo fra le quattro pareti di una saletta parrocchiale; né solo con quei venti o trenta bambini o ragazzi che partecipano agli incontri di catechismo del vostro gruppo; né solo annunciando con le parole.

2. Il catechista: quali metodi?

Il fondamentale, costitutivo e vero ambito del ministero del catechista è il mondo. Nel Vangelo di Luca e di Matteo e di  ci imbattiamo in una bellissima espressione: quando Gesù invia gli apostoli dice loro: Strada facendo, predicate, dicendo che il Regno dei cieli è vicino (Mt 10,7).

L’esemplificazione per eccellenza è il mirabile incontro di Gesù con i due discepoli di Emmaus: «E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27) e quanto avesse arso il loro cuore mentre, lungo il cammino (ev te odò), spiegava le Scritture (cf. Lc 24,32)

Con queste parole: strada facendo, il Signore ci fa comprendere che per evangelizzare, per essere testimoni, non è sufficiente trovare del tempo specifico o ambiti specifici, ma è necessario fare la strada con le persone che egli ci mette accanto in ogni momento ed in ogni situazione. Strada facendo, cioè facendo le cose di ogni giorno, mangiando insieme, ragionando insieme, giocando insieme, lavorando insieme, soffrendo insieme. L’ambito dell’apostolato del catechista è costituito da tutti gli ambienti e gli spazi del suo agire quotidiano, cioè il tessuto dei contatti umani nel quale si muove, quindi, non un territorio geografico, ma un territorio segnato dalla personale rete di relazioni. I destinatari della missione evangelizzatrice del catechista non sono solo i componenti del suo gruppo di catechismo, ma anche i figli, i familiari, i colleghi di lavoro, i compagni di studio o del tempo libero e poi tutte le persone con le quali viene a contatto abitudinariamente oppure occasionalmente. Già papa Paolo VI ricordava come nel mondo di oggi «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri» [5].

Le verità trasmesse oralmente e testimoniate con l’agire devono offrire ai destinatari una luce per comprendere il senso di ciò che stanno vivendo e ricevere le risposte giuste ai loro interrogativi più significativi. È ovvio che le risposte devono essere convincenti in quanto motivate e credibili, e non vaghe, indeterminate, comunque inadeguate. "Quello che sorprende gli altri non è tanto quello che facciamo ma il vedere che siamo felici di farlo e sorridiamo facendolo". (Madre Teresa di Calcutta (al secolo Anjeza Gonxhe Bojaxhiu, 1910 - 1997).

Vediamo i metodi  che possono aiutarci.

a. Un primo metodo è il cosiddetto “cattedratico” (o “tradizionale”, o “scolastico”) che concepisce il catechismo come una “istruzione” o un “indottrinamento” su alcune verità, mentre il rapporto “docente – discente” riproduce quello scolastico.

È fin troppo evidente che la fede non può ridursi ad un insieme di nozioni che qualcuno ci trasmette. Credere non è solo conoscere, ma è soprattutto vivere. L’essere umano per vivere ha in sé bisogno di conoscenze,  valori, affetti, socializzazione, eccetera. Conoscere a memoria il  Vangelo o altro credo non implica necessariamente condividerne contenuti e stili di vita. Attenzione! Anche per la nostra fede non  basta conoscere tanti fatti sul cristianesimo per essere cristiani autentici: è necessario l’incontro con Cristo, diventarne discepoli, modulando tutte le azioni sul vangelo. Ecco perché un autentico catechista non deve limitarsi ad esporre dei contenuti, ma deve dimostrane l’assoluta necessità e la significatività per la vita di chi ascolta. Perché ciò accada non c’è che fare tesoro, durante la formazione catechistica, di tutte le conoscenze forniteci dalle scienze umane, soprattutto dalla psicologia, dalla pedagogia e dalla sociologia che illuminano su alcuni aspetti poco conosciuti rispettando le caratteristiche psicologiche, le capacità di comprensione, l’età ed i relativi problemi esistenziali degli interlocutori.

         La fede comporta l’assenso a una verità, certo; ma la verità alla quale si riferisce il consenso della fede non può essere ridotta a dottrina. La verità è Dio stesso, che trascende ogni dottrina, discorso e immagine. Egli non può essere conosciuto solo attraverso parole e proposizioni, ma a condizione che irrompa nella nostra vita. E le forme nelle quali Dio lo fa sono anzitutto le molteplici esperienze del sacro, che ci sorprendono e insieme ci inquietano.

         Pensiamo ai miracoli di Gesù, tra i quali la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Per compiere i suoi segni Gesù di solito si nasconde. Ma quella volta agisce davanti a cinquemila uomini più le donne e i bambini. Il gesto (oggi diremmo la performance) di quella sera, in quel luogo, suscita uno stupore enorme, oltre ad una più che giustificabile euforia. La folla avrebbe voluto prolungare “la festa”, come pure i discepoli. Gesù, invece, manda via tutti in fretta, discepoli compresi. Sale sul monte, a pregare, da solo. Quella sera era parso che proprio tutti i presenti avessero creduto in lui. Ma creduto “che cosa”? Il vangelo di Giovannidescrive la “fede” della folla in questi termini:

«Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: “Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!”. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo» (6,14s).

Una spiegazione più esauriente è Gesù a darla il giorno dopo, nella sinagoga di Cafarnao:

«In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà». (6,26s).

         La folla cerca dei pani, cerca la ripetizione di quell’esperienza entusiasmante. Tutto ciò è deprimente scadente: la folla ha fede perché ha mangiato in abbondanza, gratis. Essa cerca Gesù, ma in realtà non crede in lui, ma nel cibo. La fede vera esige che si vedano segni, anticamera della realtà. Il segno, ci vuole, certo: ma è pericoloso.

Le stesse parole con le quali noi professiamo la nostra fede in Gesù possono essere paragonate al segno dei pani: occorre passare oltre il segno, oltre le parole. Esse non dispensano la verità, non la circoscrivono: servono soltanto a ricordare la direzione verso la quale indirizzarsi. Le parole confessano la fede e l’attestano. La confessano, nel senso che esprimono l’assenso alla predicazione della Chiesa; l’attestano, nel senso che, pronunciate davanti a tutti, fungono da testimoni a discarico di Gesù nel processo che il mondo non smette di celebrare a suo carico.

«Chi ascolta le parole che attestano la fede non può e non deve fermarsi a esse, e neppure deve rivolgersi al testimone; le parole che confessano la fede intendono volgere l’attenzione al Signore stesso Gesù Cristo. E attraverso parole e gesti di Gesù la coscienza di tutti deve volgersi a Dio stesso »[6].

         Il rischio che la teologia diventi questione di parole è avvertito con precisione dal Catechismo della Chiesa cattolica a proposito dell’atto di fede:

«Noi non crediamo in alcune formule, ma nella realtà che esse esprimono e che la fede ci permette di “toccare”. “L’atto (di fede) del credente non si ferma all’enunciato, ma raggiunge la realtà (enunciata)”. Tuttavia, queste realtà noi le accostiamo con l’aiuto delle formulazioni della fede. Esse ci permettono di esprimere e di trasmettere la fede, di celebrarla in comunità, di assimilarla e di viverne sempre più intensamente» (n. 170).

         La formula qui citata è di Tommaso d’Aquino, ed è di straordinaria efficacia: nella lingua latina suona alla lettera cosi: actus autem credentis non terminatur a enuntiabile, sed ad rem. L’atto di fede non ha come suo oggetto l’enunciato, ma la cosa stessa. Elaboriamo enunciati soltanto al fine di realizzare per loro tramite la conoscenza delle cose. Tommaso afferma in maniera molto esplicita la trascendenza della verità della fede rispetto agli enunciati, senza confondere  la verità con l’enunciato.

         E tuttavia anche la sintesi di carattere dottrinale appare necessaria; e progressivamente più necessaria, di pari passo con la specializzazione e la complessità della vita.

b. Un secondo metodo abbastanza diffuso è quello “centrato sull’iniziativa di Dio” o “sulla pratica”. Esso parte dall’assunto che, siccome è Dio ad agire nel cuore dell’uomo bisogna che ogni battezzato “viva” la liturgia, le “pie pratiche”, i momenti di maggiore partecipazione comunitaria. Ciò perché la liturgia è essa stessa una catechesi vivente, - ed anche perché, a partire dall’azione liturgica, Dio agisce tanto silenziosamente quanto profondamente nell’anima del credente, attraendone a sé il cuore. È senza dubbio vero chela Liturgia è una catechesi vivente anche se non sempre viene celebrata e vissuta in modo degno e consapevole. Ma l’inadeguatezza di questo metodo è palese: dopo secoli in cui ci si è affidati solo alle pratiche ed alla partecipazione liturgica, si è creato quasi un solco tra parte dei credenti e la comunità ecclesiale. Molti, infatti, trovano fredde e senza significato le celebrazioni perché nessuno li ha educati a comprenderne valore ed significato. Ne deriva che non solo è necessario che la celebrazione liturgica e gli altri momenti di religiosità e devozione popolare siano effettivamente “per tutti”, ma che è cruciale che la catechesi vera e propria diventi previa alla liturgia, nel senso che quest’ultima deve assumere il significato di un incontro privilegiato con quel Cristo che si è conosciuto nella catechesi, incontrato nella vita della comunità e di cui si è ricevuta una credibile e viva testimonianza dai fratelli nella fede.

         c. C’è poi il metodo “antropologico-esistenziale”, teso afavorire il contatto tra fede e vita. Alcuni numeri dell’importante e basilare documento “Rinnovamento della catechesi” ne fissano e codificano gli assi portanti. Si vada, ad esempio, il numero 77 «Chiunque voglia fare all’uomo d’oggi un discorso efficace su Dio, deve muovere dai problemi umani e tenerli sempre presenti nell’esporre il messaggio». Ed al n. 164: «Non sempre è possibile partire dalla divina Rivelazione, anzi, soprattutto in questi nostri tempi, occorre spesso muovere dalle situazioni di vita dei fedeli per disporli gradualmente all’ascolto religioso».

Questa impostazione della catechesi parte, dunque, dal presupposto che la vita quotidiana è luogo dell’incontro con Cristo. Al centro non stanno le elaborazioni teologiche e le sintesi dogmatiche, mala Comunitànella quale si fa esperienza reale di fede e di vita cristiana e nella quale il catechista è il testimone che guida all’esperienza. In particolare, la catechesi, con i suoi metodi e i suoi contenuti, da adattare pedagogicamente alle caratteristiche psicofisiche e socioculturale dei destinatari, deve svelare il significato profondo dell’esistenza umana. Tutto ciò che non ha valore per l’uomo non può aver valore neppure per la catechesi. Vita umana e catechesi si richiamano a vicenda. Il linguaggio è comprensibile, chiaro, efficace. Bisogna partire da chi ci sta di fronte, dal suo vissuto, dai suoi bisogni, dai suoi interrogativi e far capire che Cristo è la risposta unica e convincente alle umane inquietudini. Se ciò non viene fatto  abbiamo dimostrato soltanto la nostra imperizia.

Notiamo con rammarico la proliferazione di sette e movimenti religiosi, i quali, abusando delle acquisizioni in campo psicopedagogico, riescono a raggiungere i loro fini facendo breccia nel cuore di tanti cristiani non preparati e/o delusi. Attraverso un’apparente vicinanza umana e la proposta di soluzioni concrete ai loro problemi, i responsabili di tali movimenti o sette fanno proselitismo fra le persone sole e deboli, scoraggiate da tante difficoltà. Ma noi, che abbiamo ricevuto l’autentico messaggio di Verità non possiamo assistere inoperosi, ma da battezzati dobbiamo essere “prossimi” a chiunque incontriamo, proprio come Cristo che annunciava il Vangelo del regno tendendo la mano a tutti.

Come dimenticare le significative e magistrali parole che l’allora cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrinadella Fede, rivolse nel Palazzo dei Congressi di Firenze il 17 dicembre 1993 atutti i rappresentanti del mondo civile e culturale ivi convenuti? Ebbene, quelle parole che risuonano nella loro attualità perché sono illuminate dalla Parola di Dio: «Il concetto di “Catechesi” è subordinato alla parola fondamentale “Evangelo”; designa un determinato compito, che emerge in connessione con l’evangelizzazione. […] Questa parola ha di fatto trovato il suo significato specifico solo nel linguaggio di S. Paolo; è un concetto che si è delineato a partire dalla sua attività apostolica. Allo stesso tempo appare anche nella teologia lucana. […] Luca negli Atti degli Apostoli designa Apollo come un uomo che è “catechizzato” nella via del Signore (At 18,25); egli dedica il suo Vangelo a Teofilo, perché egli possa rendersi conto della solidità delle parole e delle realtà (logôn) intorno alle quali è stato catechizzato. Che cosa significa tutto questo? Potremmo dire che i quattro evangeli da una parte sono evangelizzazione, ma nello stesso tempo inaugurano l’evoluzione di questa in catechesi. La catechesi ha come scopo la conoscenza concreta di Gesù. È introduzione teorica e pratica nella volontà di Dio, così come si è rivelata in Gesù e come la vive la comunità dei discepoli del Signore, la famiglia di Dio. La necessità di una catechesi deriva da una parte dalla dimensione intellettuale, che è contenuta nel Vangelo: il Vangelo interpella la ragione; esso risponde al profondo desiderio dell’essere umano di comprendere il mondo e se stesso e di conoscere il modo giusto per realizzare la propria umanità. In questo senso la catechesi è un insegnamento[…]. Poiché però è inseparabile da questo insegnamento la sua realizzazione nella vita, dal momento che la comprensione umana vede correttamente solo se anche il cuore è integrato in essa, a questo insegnamento deve necessariamente connettersi anche la comunità in cammino, l’abituarsi a vivere nel nuovo stile di vita dei cristiani. Da questa consapevolezza è poi nato molto presto il catecumenato, che poteva offrire quella comunione di cammino e di dialogo, esemplarmente rappresentata nel camminare insieme con il Signore Risorto dei discepoli di Emmaus».

3. La Parola di Dio: fons et culmen della catechesi

Da tutto ciò, possiamo comprendere, ancora una volta, la centralità della Parola di Dio nella vita e nella missione del catechista. Essa, infatti, non deve ridursi a semplice argomento di “conferma della dottrina”. Sempre viva ed operante, può e deve illuminare ogni uomo comunque e dovunque.

Chiunque può trovare nella Parola di Dio la risposta ai suoi interrogativi e scoprire il senso del suo esistere, se noi saremo capaci di nutrire di Parola i contemporanei, cioè coloro che fanno la strada con noi. Ciò implica oltre alla conoscenza della Parola, il saperla vivere e testimoniare. È la nostra vita che deve parlare, assai più e meglio delle nostre labbra. Ecco perché essere testimoni significa lasciarsi guidare dallo Spirito e, dunque, vivere in comunione con Cristo, secondo il vangelo. Solo così la grazia agisce in noi e ci rende strumenti nelle mani di Dio, da incarnare nella propria vita e, da questo in quella degli altri.

In questo possiamo riconoscere che il catechista condivide  la spiritualità comune ad ogni battezzato: “vivere secondo lo Spirito”. San Paolo dice testualmente: “Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,2). Come notano all’unanimità gli esegeti, l’espressione “la legge dello Spirito” va tradotta più correttamente con “la legge che è lo Spirito”. Paolo vede il compimento delle promesse antiche, quando, per mezzo dei profeti, il Signore dice di voler dare all’uomo non una legge scritta su tavole di pietra, ma una legge dentro il cuore (Ger 31); Vi darò un cuore nuovo e metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, e vi darò un cuore di carne (Ez 36, 26). Ricorda ancora Paolo: “Voi siete lettera di Cristo scritta con lo Spirito del Dio vivente” (2 Cor 3,2). Vivendo secondo lo Spirito siamo perfetti testimoni di Dio.

Ecco perché l’evangelista Luca, nel versetto di At 1,8 che stiamo commentando, collega la testimonianza all’azione dello Spirito Santo: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Gesù mette insieme le due cose: «Avrete forza dallo Spirito» e «mi sarete testimoni». Non c’è l’una senza l’altra: e dobbiamo, per noi e per gli altri, moltiplicare queste occasioni in cui è dato spazio allo Spirito di Dio, lasciandolo agire in maniera feconda, dando libertà alla sua potenza.

Questo vuol dire anche che, se Dio parla al nostro cuore attraverso lo Spirito, allora è la lo Spirito il vero maestro interiore di ogni battezzato. Quindi il catechista non deve mai atteggiarsi a maestro nei confronti dei ragazzi.

4. L’inabitazione dello Spirito Santo, forza del catechista

E qui tocchiamo, allora, lo specifico della spiritualità e della vocazione del catechista. Abitando il cuore di una persona, lo Spirito Santo la trasforma, la rende suo strumento e genera frutti di carità. Questo vuol dire, innanzi tutto, che il catechista, per quanto bravo sia, per quante doti umane possa avere, nonostante ogni sforzo non metterà neppure una goccia di Spirito Santo nei suoi ragazzi: questo lo ottiene la fede in Cristo, è qui che si deve puntare. Il principio ispiratore di tutta l’azione catechistica e di tutti coloro che l’accolgono è lo Spirito Santo. Saper assecondare l’azione dello Spirito all’interno delle persone a noi affidate significa diventare strumenti al servizio della Parola di Dio. Assecondare nel senso di saper riconoscere il bene che “è” in quella persona e capire come lo Spirito vi possa agire, instaurando un dialogo personale e profondo. In sintesi, ciò per un catechista significa che non deve guardare al gruppo come se fosse un’entità in modo omogenea e standardizzata, ma deve valorizzare ciascuno nella sua irripetibile personalità. Fare catechismo non vuol dire valorizzare il catechista. Il vero obiettivo della crescita sono i ragazzi. Ecco, allora, che il catechista deve sforzarsi di arrivare al cuore di ciascuno di essi per avviarlo ad incontrare Gesù. Questo incontro vitale deve avvenire in modo che ogni ragazzo possa sviluppare la capacità di relazionarsi con lui. Questa è la specifica spiritualità, la specifica missione del catechista. Al centro dell’azione catechistica non c’è il catechista, ma lo Spirito Santo ed i ragazzi. Il catechista, semmai, è un po’ come… “l’assistente di cattedra” dello Spirito Santo; o il suo “insegnante di sostegno”: dopo aver fatto esperienza dello Spirito, cerca in tutti i modi di portare gli altri a fare la stessa esperienza, in modo vivo e personale.

Ecco perché sant’Agostino, nella celebre e più che mai attuale Lettera ai catechisti raccomanda al n. 20 di non fare catechesi solo guardando ai programmi, ma asserisce che: «è giusto che noi facciamo un programma di lavoro: e se potremo far le cose in quest’ordine, ne godremo perché così è piaciuto non a noi ma a Dio. Ma se qualche improvvisa necessità butterà all’aria il nostro programma, pieghiamoci serenamente, senza avvilirci: e l’ordine che Dio vuole, sia anche il nostro. È più giusto che siamo noi a fare la sua volontà, che Lui la nostra».

Proprio per questo coloro ai quali il Signore affida il delicato compito della catechesi non possono esimersi da una attenta e continua opera di formazione permanente su tanti settori: spirituale, teologico, biblico, pastorale, psicopedagogico,  ecclesiale… Solo così potremo raggiungere “tutto l’uomo” e “tutti gli uomini!” Solo così si verificherà quell’auspicato incontro, quel connubio tra fede e vita, tra partecipazione liturgica e condivisione fraterna nella comunità. La soddisfazione di sentire in modo vivo l’appartenenza ecclesiale diventa la reale conferma della bontà di questa metodologia catechetica, la quale - partendo dal già richiamato principio dell’Incarnazione - riesce a trasmettere il messaggio evangelico nella vita dell’uomo, radicandolo profondamente in lui.

5. La formazione che trasforma

Inoltre, la missione evangelizzatrice del catechista non può concepirsi come distaccata da quella del sacerdote, ferme restando le differenze. Infatti, il ministero del sacerdote, in comunione con quello del Vescovo, è un servizio di unità, perché attualizza l’unicità di Gesù Capo, Guida, Pastore e Maestro.

Per questo si profila necessario un percorso di formazione per catechisti che sia capace di integrare il modello della trasmissione, con quello dell’istruzione e dell’apprendimento attraverso esperienze educative. Si tratta, in buona sostanza, di includere l’aspetto dell’istruzione con quello della formazione; quello della scuola con quello dell’apprendimento.

Pertanto nel nostro contesto abbiamo bisogno di riformulare la formazione dei catechisti in base al concetto di missione. Poiché missione significa andare, proporre, convincere, fare interessare, fare desiderare, essa si traduce come sviluppo di capacità e competenze nei catechisti. In una prospettiva globale lo scopo della formazione è duplice: la spiritualità ministeriale e la acquisizione delle competenze ministeriali. Acquisire una coscienza ministeriale significa maturare la coscienza di appartenenza alla comunità diocesana e alla sua missione.

È necessario concepire la formazione come trasformazione. Questo è un punto molto delicato che richiede interventi di persone competenti. Il modello formativo adeguato è quello della trasformazione di sé, che integra in modo globale e personale, la conoscenza, l’adesione la purificazione delle motivazioni, l’acquisizione di capacità.

Al sacerdote spetta di presiedere nella carità la comunità cristiana a lui affidata, nella varietà delle persone, dei servizi e dei carismi, perché tutti siano uno in Gesù. I laici, invece, ed i catechisti in particolare, pur non essendo “capi”, hanno però l’altrettanto delicato e gravoso compito di essere tessitori del corpo di Gesù, che èla Chiesa. Accantoal servizio di chi costruisce l’unità nella molteplicità ci deve essere chi costruisce questa molteplicità di relazioni, fa delle singole persone un corpo relazionato. Spetta al sacerdote presiedere la comunione, mentre spetta a voi laici, a voi catechisti tesserla. Il sacerdote è chiamato ad animare il corpo evangelizzante, affinché dopo, sul fronte, a contatto con i non credenti e i non praticanti, possiate agire voi laici, voi catechisti, nel vostro ambiente di lavoro, coi vicini di casa, nei luoghi in cui si svolge la vostra vita.

Tutto questo chiede ai catechisti italiani di continuare a mantenersi in quello spirito di cambiamento che abbiamo fin qui evocato, considerando la dottrina cristiana sempre in funzione di una “catechesi per la vita cristiana”, più coinvolgente e meglio idonea a introdurre particolarmente tutte le stagioni della vita nella comunità credente. Contestualmente, chiede di passare decisamente da una catechesi condotta in funzione sacramentalizzante (soprattutto d’iniziazione cristiana) ad una catechesi permanente per tutte le età della vita, a partire dagli adulti e dai giovani adulti nella fede, per  avere finalmente una generazione di adulti della fede in grado di coltivare l’iniziazione cristiana dei fanciulli dei ragazzi e la formazione permanente alla vita cristiana.

Voi incontrate persone che non credono, che non conoscono Gesù e che a volte neppure sopportano i preti. Forti dell’essere uno con Gesù Capo, nella figura dei vostri Pastori, proiettati all’evangelizzazione lì dove siete, testimoniate che Gesù vuole arrivare anche lì con il suo amore, servendosi di voi testimoni autentici e coraggiosi.

Il patriarca di Venezia Albino, grande catechista, e grande ammiratore dell’altro grande catechista, il vescovo francese Dupanloup  trae lo spunto per rivolgersi ai catechisti.

«Bisogna conciliare i due imperativi contrari di ogni catechesi: essere, da un lato, una rivelazione venuta da Dio attraverso gli apostoli, trasmessa quindi per autorità divina, affidata al cuore, alla memoria che sola «sait par coeur» e, dall’altro lato, una scoperta fatta dal bambino, una ricerca spontanea, uno slancio, un’interrogazione del maestro da parte dell’allievo, a volte l’invenzione di un nuovo linguaggio. Autorità e libertà. Tradizione e progresso. Divinità e umanità. Rivelazione e invenzione».

Sentirsi inviati: andate e ammaestrate...

Coraggio, dunque, carissimi catechisti! Siate consapevoli che quando il Signore affida un compito non fa mai mancarela Grazianecessaria per compierlo. A voi è chiesto solo di amarlo, testimoniarlo nella gioia, restargli uniti. E così la vostra opera sarà benedetta da lui, o meglio, sarà lui ad agire per mezzo di voi: egli è il vero maestro dei cuori ed il vero protagonista di ogni catechesi.

         «Bisogna avere gli occhi sempre puntati su di Lui. Occorre innamorarsi di Gesù Cristo come fa chi ama perdutamente una persona e imposta tutto il suo impegno umano e professionale su di lei, attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, rettifica i progetti, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il suo carattere, sempre in funzione della sua sintonia con lei». (Don Tonino Bello)

         Carissimi amici, vogliamo trasmettere davvero la fede? Dobbiamo avere un cuore che  brucia e che riscalda un altro cuore,  offrire una parola che illumina la mente ed una testimonianza che indica la via: Cristo Gesù.

Grazie.

*

NOTE

[1] C. M. Martini, L’evangelizzatore in san Luca, Edizioni Ancora, 2000, p.145.

[2]  A.M. Canopi, Di questi fatti siamo testimoni, 12.

[3] A. CAMUS: “L'uomo in rivolta”, Bompiani, Milano, 1957, p. 16

[4] Ivi, pp.145-146.

[5] Udienza al Pontificio Consiglio per i laici, Roma 2 ottobre 1974.

[6] Giuseppe Angelini, La fede, assenso a una dottrina? Origine e limiti di una formula inLa Rivista del Clero italiano, 6/2013, 405-425.