"Mi vergogno della carne di mio fratello, di mia sorella?"

Il Papa, a Santa Marta, spiega che il digiuno è "una carezza" che si realizza nella carità verso i poveri, i deboli e i sofferenti. Senza questa, tutto diventa una grande "ipocrisia"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 623 hits

“Quando io do l’elemosina, lascio cadere la moneta senza toccare la mano? E se per caso la tocco, faccio così, subito? Quando io do un’elemosina, guardo negli occhi di mio fratello, di mia sorella? Quando io so che una persona è ammalata, vado a trovarla? La saluto con tenerezza?”. Arrivano dritte alle corde dell’anima le domande poste oggi da Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta.

Il Pontefice torna a ribadire l’‘opzione preferenziale per i poveri’ e, nell’omelia, spiega che la vita di fede è strettamente connessa alla carità verso i poveri e i sofferenti. Senza di questa, infatti, si può anche predicare ed evangelizzare, ma resta tutto una grande ipocrisia. Nei poveri, nei deboli, negli ultimi ed emarginati c’è la “carne” di Cristo, afferma il Papa: “Io mi vergogno della carne di mio fratello, di mia sorella?”, domanda, e ricorda che, in tal caso, ci si sta vergognando di Gesù stesso.

Spunto dell’omelia del Pontefice è il Vangelo del giorno che riporta il dialogo tra Gesù e i dottori della legge; quest’ultimi criticano i discepoli che, al contrario loro e dei farisei sempre ‘ligi al dovere’, non rispettano il digiuno. Il problema, spiega il Papa, non è rispettare o meno il digiuno, ma l’aver trasformato l’osservanza dei Comandamenti in una “formalità”, la “vita religiosa” in “un’etica”, dimenticando che quella che appare una legge è, in realtà, “una storia di salvezza, di elezione, di alleanza”.

“Ricevere dal Signore l’amore di un Padre, ricevere dal Signore l’identità di un popolo e poi trasformarla in una etica è rifiutare quel dono di amore”, osserva Bergoglio. E spiega che questi “ipocriti” che fanno “tutto quello che si deve fare”, sembrano persone “buone”, ma sono invece “eticisti senza bontà, perché hanno perso il senso di appartenenza a un popolo!”.

Il Papa cita poi la prima Lettura di oggi, in cui il Profeta Isaia descrive con chiarezza la visione di Dio del digiuno: “Sciogliere le catene inique”, “rimandare liberi gli oppressi”, ma anche “dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri senza tetto”, “vestire uno che vedi nudo”. “Quello è il digiuno che vuole il Signore!”, esclama il Pontefice, un digiuno, cioè, “che si preoccupa della vita del fratello, che non si vergogna della carne del fratello”. “La nostra perfezione – prosegue - la nostra santità va avanti con il nostro popolo, nel quale noi siamo eletti e inseriti. Il nostro atto di santità più grande è proprio nella carne del fratello e nella carne di Gesù Cristo”.

Quindi, insiste Francesco, “l’atto di santità” da compiere “oggi”, “qui, nell’altare”, non è “un digiuno ipocrita”, ma “è non vergognarci della carne di Cristo che viene oggi qui! È il mistero del Corpo e del Sangue di Cristo” che si traduce nell’“andare a dividere il pane con l’affamato”, nel “curare gli ammalati, gli anziani, quelli che non possono darci niente in contraccambio”. Questo “è non vergognarsi della carne!”, questo è “il digiuno più difficile”, ribadisce Francesco. È “il digiuno della bontà”, il digiuno del Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, al contrario del sacerdote che guarda lo sventurato ma tira diritto.

La Chiesa pone dunque un forte quesito in questa Quaresima appena iniziata: “Io mi vergogno della carne di mio fratello, di mia sorella?”. “C’è un segno che forse ci aiuterà” a capire la risposta, che in realtà è un’altra domanda, spiega il Santo Padre: “So carezzare gli ammalati, gli anziani, i bambini o ho perso il senso della carezza?”. “Questi ipocriti non sapevano carezzare! Se ne erano dimenticati”, evidenzia, e infine conclude: “Non vergognarsi della carne di nostro fratello: è la nostra carne! Come noi facciamo con questo fratello, con questa sorella, saremo giudicati”.