"Mia figlia era un essere umano"

Il produttore Jason Jones mette a nudo la propria storia

Roma, (Zenit.org) Maria Gabriella Filippi | 486 hits

"Ero ancora mezzo addormentato, quando la porta della camera si aprì: era la mia fidanzata. Le sorrisi, ma dalla sua espressione vidi che non era il caso. Dopo qualche secondo mi guardò e mi disse ‘sono incinta’. Queste parole finirono di svegliarmi del tutto”.

Jason Jones, attivista pro life che insieme a Eduardo Veràstegui fu nel 2006 uno dei produttori del film Bella, ricorda ogni particolare del momento in cui la sua vita cambiò, perfino il profumo della colazione che inondava la casa in quel tranquillo sabato mattina dopo la partita di football del giorno prima; ancora due giorni e avrebbe compiuto diciassette anni.

“Eravamo seduti nella mia stanza, due ragazzini: era ancora la stanza di un ragazzo la mia, piena di poster; vicino a me avevo la mia fidanzata incinta. Realizzai in un colpo che avrei perso il diritto di continuare ad essere soltanto un ragazzino”.

I pensieri si accavallavano nella mente dei due. Come prendersi cura del bimbo che avevano generato? “La nostra vita adulta stava cominciando molto prima del previsto, questo lo avevamo capito. Decidemmo che io avrei lasciato la scuola per diventare militare, mentre lei avrebbe mantenuto segreta la gravidanza tra maglioni ampi e vitamine, finché non sarei stato di ritorno dall’addestramento di base. Dopodiché avremmo vissuto insieme”.

Essendo Jason il peggiore dei 565 studenti della scuola, la madre e il preside firmarono volentieri tutti i documenti per l’abbandono degli studi senza attardarsi in troppe domande. Cominciato il periodo di servizio, al posto della messa mattutina Jason aveva preferito ottenere il permesso di dedicarsi alle pulizie: in questo modo venne a scoprire una dispensa dove venivano conservati dei gelati… Cominciò a rubare gelati redistribuendoli in cambio di piccoli servizi come farsi rifare il letto o farsi lucidare le scarpe.

Le settimane trascorrevano e mancavano ormai pochi giorni al ritorno a casa, quando una mattina comparve uno dei camerati dicendo: “La tua fidanzata è al telefono, sta piangendo”. Jason corse alla cabina senza chiedere nessun permesso.

“La mia fidanzata stava piangendo; mai in vita mia avevo sentito una donna piangere così. Era la sua anima che stava piangendo. Continuava a ripetere: ‘mi dispiace, mi dispiace, non sono stata io’; suo padre, dietro al telefono di lei, disse ‘Jason, conosco il tuo segreto, il vostro segreto è finito. Ha abortito’. Cominciai ad urlare e fui condotto dal capitano: ‘chiami la polizia, il padre della mia fidanzata ha ucciso mio figlio’”.

Il capitano rispose semplicemente “perché dovrei chiamare la polizia? Non sai che l’aborto è legale?”

“Non lo sapevo - racconta oggi Jason - ma anche se ero appena un soldato che guadagnava 300 dollari al mese di una cosa ero certo: che la vita umana comincia dal concepimento e che mio figlio era un essere umano. Il pensiero di quel bambino mi aveva spinto ad andare avanti, ad affrontare ogni giorno di estenuante addestramento. Il mio cuore era in mille pezzi, ciò che mi toglieva il fiato e che trovavo incomprensibile era constatare come quello che era accaduto a mio figlio fosse perfettamente legale. Questo proprio non riusciva ad entrarmi nel cervello, era troppo folle”.

Corso di nuovo al telefono per parlare con la fidanzata che era ancora in lacrime, Jason riuscì a formulare una promessa usando le uniche parole che forse avrebbero potuto confortarla: “Ti prometto che, anche se a nessun altro interessasse la questione dell’aborto, anche se dovessi impiegare il resto della mia vita, metterò fine all’aborto in nome di nostra figlia Jessica”. Il medico abortista aveva infatti riferito che a nascere sarebbe stata una bambina, alla quale i due ragazzi avevano già dato un nome.

Oggi il produttore americano riconosce che combattere da solo per il diritto alla vita sarebbe stato impraticabile, ma sottolinea come lui, a diciassette anni, avesse già deciso ciò per cui si sarebbe battuto per tutta la vita: cominciò all’epoca con il bussare porta a porta: “Possiamo parlare dell’aborto? Sapete che è legale?”; tante le porte sbattute in faccia, ma molte di più le persone che vedevano l’aborto come un orribile crimine, finché, terminato il servizio, il ragazzo fondò il gruppo pro-life dell’Università delle Hawaii e in seguito divenne presidente dei Giovani Repubblicani. All’epoca era ancora ateo.

“Rispetto al campus essere pro life a Hollywood è facile: i veri coraggiosi sono gli studenti attivisti, loro combattono sul fronte”, così afferma Jones, che invita soprattutto gli studenti a non scoraggiarsi: “per ogni nuova persona che aderisce ad un movimento pro-vita, ve ne sono almeno cento, se non mille, che sono silenziosamente d’accordo”.

Divenuto cattolico, Jones racconta quanto decisivo sia stato per lui l’incontro con l’ultimo libro scritto da Giovanni Paolo II, Memoria e identità, che lo portò a riflettere su come l’ideologia del Nazismo, pur sembrando imbattibile, sia crollata dopo dodici anni; su come il colosso del comunismo, diffuso fino in Cina,  sia collassato nel 1989: “era stato costruito su una montagna di bugie sulla natura dell’uomo, ed è stato rigettato”, afferma l’attivista, e spiega: “siamo nati per conoscere la verità, c’è qualcosa nella nostra anima che prova ripugnanza nei confronti della menzogna. Questo risveglio della coscienza richiede tempo, ma è un processo inarrestabile. Quella che Giovanni Paolo II ha chiamato ‘cultura della morte’, sembra oggi troppo forte per essere scardinata: le nostre élites culturali la abbracciano come un vangelo che non può essere messo in discussione. I nostri governi la promuovono in tutto il mondo, ma so benissimo che se collaboreremo insieme, vedremo la nostra cultura trasformarsi piano piano in cultura della vita”.