Michelangelo e la raffigurazione degli angeli (Seconda parte)

La loro presenza negli affreschi del Buonarroti nella Cappella Sistina

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di don Marcello Stanzione

ROMA, venerdì, 21 settembre 2012 (ZENIT.org).- All’apice della parete sulla quale l’artista affresca il Giudizio universale (1535-1541, Città del Vaticano, Palazzi Vaticani, Cappella Sistina) troviamo, nelle due lunette superiori, due gruppi di angeli senza ali recanti i simboli della Passione di Cristo.

In particolare, nella lunetta di sinistra, un gruppo di angeli con movimenti rotatori, articolati e ampi  sorregge in volo la croce seguito da una nutrita schiera di creature celesti che, in tal modo, sottolineano la profondità e la prospettiva e, insieme, risultano un complesso e ardito studio di intrecci di anatomie e di drappeggi in volo. Ogni angelo assume una posizione diversa intorno alla croce, mentre, poco lontano, un altro gruppo angelico, attraverso uno scambio di sguardi, si lega al primo e si fa portatore della corona di spine.

Gli angeli, tutti apteri - a suo tempo, singolarità accusata di eresia come molte altre soluzioni adottate da Michelangelo nella decorazione della Cappella Sistina - ritornano nella lunetta di destra, nella quale portano in trionfo la colonna alla quale Cristo è stato legato e flagellato, mentre un angelo dal manto arancione, reca la canna con in cima la spugna imbevuta di aceto con la quale è stato dato da bere a Gesù sulla Croce, in questo modo, Michelangelo, riduce la scelta dei simboli della Passione a soli quattro elementi: croce, corona, colonna, canna. Rispettivamente la croce della lunetta di sinistra è inclinata verso destra, mentre la colonna della lunetta di destra è inclinata verso sinistra: un gioco di corrispondenze simboliche e di bilanciamenti formali che trova la sua simmetria nella figura di Cristo e nella diagonale delle sue braccia. La correlazione e l’interdipendenza tra i gruppi angelici, ben distinti dalle correnti umane dei beati e dei dannati, poi, trova il suo equilibrio negli angeli tubicini posti sotto la figura del Redentore, ispirazione derivante dall’Apocalisse di Giovanni, nella quale si narra che ai sette angeli, ritti dinanzi a Dio, furono date sette trombe e al suono di ognuna corrispose un segno disastroso ed inequivocabile della fine dei tempi. Due angeli sorreggono altrettanti libri: il primo, piccolo, ad annoverarne lo scarso numero, è rivolto verso i beati e la loro ascesa, il secondo, davvero voluminoso, è girato verso i dannati considerati una moltitudine.

Ancora, nella parte destra, angeli apteri alquanto risoluti (insieme a demoni apteri), ricacciano i dannati all’inferno - nel momento in cui questi, non accettando la loro condanna, tentano di risalire al cielo nonostante le caratteristiche dei sette peccati capitali siano in loro evidenti (la borsa dell’avaro, l’inerzia dell’accidioso, il digrigno dell’iracondo, etc.) -, mentre a sinistra aiutano i beati, a volte increduli e titubanti, a salire verso la Grazia, infine, nella Resurrezione dei corpi, angeli e demoni si contendono le anime appena risorte.

A ben vedere non solo il Giudizio universale, ma tutta la volta della Cappella Sistina pullula di angeli apteri: nella Cacciata dal Paradiso l’arcangelo in fluttuanti vesti rosse allontana, severo e impassibile con spada sguainata, i progenitori dall’Eden, mentre il suo volto e la sua posizione fa da pendant a Lucifero che, nel Peccato originale, con le stesse fattezze del viso, ma con busto di donna terminante in coda di serpente (molto probabilmentela Lilith degli apocrifi), dona i frutti proibiti, nella fattispecie fichi, ad Adamo ed Eva.

E ancora, nella Creazione di Adamo, i dodici angeli che accompagnano Dio sono trasportati, come da un turbine, come da un vento divino al quale si abbandonano, col quale sembrano essere in sinergia totale. Tra questi dodici angeli apteri, diversamente interpretati quali i mesi, le tribù d’Israele ed altro, se ne scorge uno di straordinaria bellezza che ha il privilegio di sorreggere Dio in un tenero “abbraccio”. Si è, quindi, ipotizzato che questo angelo prediletto possa essere Maria, scelta dall’inizio dei tempi e preservata dal peccato, in questo caso il bambino che le si attacca alle gambe sarebbe il piccolo Gesù, toccato a sua volta da Dio. Se ne deduce, quindi, che amorevolmente e nel medesimo istante, il Creatore sfiorerebbe, con lo stesso gesto, i suoi due figli: Adamo e Gesù e con il tocco delle dita offrirebbe al primo la vita, nonché già il perdono e la redenzione incarnata nel Bambino. L’angelo-Maria sorregge Dio “fisicamente” come era accaduto nella Pietà vaticana, nel Tondo Doni, ipotizzerei, a tale proposito, una forte valenza del messaggio e del dogma mariano ancor più che cristologico.

Il Concilio tridentino criticò aspramente molte delle novità iconografiche apportate da Michelangelo nella realizzazione della Cappella Sistina che, abbandonando la costruzione prospettica del Quattrocento, inseriva in un cielo lapislazzuli senza riferimenti spazio-temporali, beati e santi nudi e privi di aureole, Cristo imberbe, alternava sibille a profeti e moltiplicava gli angeli apteri. Ma per Michelangelo fondamentale fu sempre l’invenzione, considerata l’elemento trascendentale dell’arte, contrapposto alla manualità insita nella scultura e nella pittura; l’affermazione di non seguire forme e modelli preesistenti, ma comprendere e applicare l’immaginazione, la potenza della creazione “nuova”, agli occhi dell’artista nobilitava e sublimava qualunque forma d’arte. Egli, poi, inneggiò, sempre, alla bellezza e alla perfezione dell’uomo, memore della filosofia platonica, appresa alla corte di Lorenzo il Magnifico, che, creando una gerarchia di esseri che dagli elementi inanimati giungeva alle essenze celesti, poneva l’uomo al grado estremo tra la terra e il cielo.

La riscoperta dell’antico, attraverso l’archeologia che fu prerogativa dell’Umanesimo e poi del Rinascimento, mostrava come, la scultura classica attraverso la resa accurata dell’anatomia, elogiasse la magnificenza del movimento e la solennità stante dell’essere umano, la sua ineguagliabile perfezione. E Michelangelo che molto aveva studiato e apprezzato la scultura degli antichi unì, dunque, l’invenzione alla bellezza, egli stesso fu divino perché non copiò ma creò forme perfette. Il sincretismo di miti pagani e temi cristiani, che animò le discussioni degli uomini di cultura del tempo, fu alla base della ricerca della bellezza in Michelangelo, fu ispirazione dell’invenzione, fu la base di una filosofia che volle vedere agire l’amore universale ed eterno sommando forze della natura e idee ultraterrene. Questi angeli senza ali risultano araldi di tutto questo: elogio dell’invenzione e della bellezza umana, unito all’ammirazione per la classicità, alla preferenza data al sincretismo e ad uno studio degli apocrifi, sono creature immaginate quali riflessi apteri dell’intuizione e della creazione del genio michelangiolesco che, già quarant’anni prima, smaterializzava in piccoli tocchi le ali dell’angelo protagonista della tavola, incompiuta, detta Madonna di Manchester.

[La prima parte è stata pubblicata giovedì 20 settembre]