Microcosmo cristiano a Roma (Seconda parte)

Una visita al complesso dell'Abbazia delle Tre Fontane. Dal Medioevo ai giorni nostri

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di Paolo Lorizzo*

ROMA, sabato, 29 settembre 2012 (ZENIT.org).- Per il complesso delle Tre Fontane l’epoca medievale rappresenta probabilmente il periodo di massimo fulgore anche se è soltanto a partire dall’VIII secolo che si fa espressamente riferimento all’esistenza di una chiesa e di un monastero dedicato a S. Anastasio, le cui reliquie giacevano in loco. Uno dei documenti-guida in tal senso è il Liber Pontificalis (testo fondamentale per la conoscenza della vita e delle opere dei pontefici, soprattutto per il periodo più antico) che riporta una citazione del complesso nella capitolo dedicato alla vita e alle gesta di papa Adriano I pontefice dal 772 e il 795. Nella citazione si fa inoltre riferimento ad un incendio scoppiato a causa dell’incuria dei monaci che ne avrebbe distrutto gran parte delle strutture, a tal punto da dover essere ricostruito e  nuovamente arredato grazie all’intercessione dello stesso pontefice. 

Questa fu la prima di una serie di donazioni pontificie in favore del complesso, chiara testimonianza dell’importanza che ricopriva in ambito ecclesiastico, a tal punto da essere al centro di un grande evento, i cui fatti storici si confondono con tradizioni leggendarie. Sappiamo infatti che nell’805 Carlo Magno pose l’assedio alla città di Ansedonia con l’appoggio di papa Leone III. La situazione però si mostrò più complicata del previsto a tal punto che le armate imperiali non riuscivano a fiaccare la resistenza degli avversari. Una notte il pontefice ebbe un sogno premonitore che lo indusse ad inviare una delegazione al Monastero romano di S. Anastasio per prelevare le reliquie del Santo e portarle sul campo di battaglia. Esse furono poste dinanzi alle mura difensive della città facendole improvvisamente crollare e permettendo alle forze imperiali e pontificie di ottenere la vittoria. Attraverso un atto congiunto, papa ed imperatore donarono i territori di Ansedonia, Orbetello, Monte Argentario, Marsigliana e l'isola del Giglio al monastero romano. Siamo di fronte ad un evento piuttosto bizzarro che non chiarisce completamente il motivo di tale rilevante donazione. Si ritiene però che il monastero sia stato al centro di importanti vicissitudini più o meno riservate, atte a favorire i rapporti tra Chiesa ed Impero e che la leggenda legata alle reliquie del Santo sia semplicemente una giustificazione del proprio operato agli occhi del popolo.

Uno degli avvenimenti più rilevanti per la storia del complesso è datato al 1080 quando papa Gregorio VII, per risollevare le sorti di un monastero in lento declino, fece giungere (si dice proprio da Cluny) una piccola comunità di monaci benedettini che di fatto sostituì quella greca. Questi rimasero per circa una sessantina d’anni, ma vennero cacciati da Innocenzo II sia per aver appoggiato l’antipapa Anacleto II, ma, si dice, anche per aver diffuso la malaria (che causò la morte di parecchi monaci) e contribuito all’ulteriore degrado degli edifici del complesso.

Il primo abate del monastero fu Pier Bernardo Paganelli, colui il quale diverrà pontefice con il nome di Eugenio III e che si distinse per aver preso la saggia decisione del trasferimento della comunità durante il periodo estivo presso il castello di Nemi, luogo più salubre rispetto all’ambiente paludoso e malsano della comunità. Paradossalmente inizia il declino del monastero, processo contribuito dal trafugamento delle reliquie di S. Anastasio (successivamente recuperate all’interno della sacrestia della chiesa di S. Maria in Trastevere). Nel 1408 papa Martino V trasforma l’abbazia in commenda, episodio che rappresenterà un ulteriore colpo per la manutenzione e la conservazione dell’intero complesso. Con la soppressione della figura dell’abate claustrale (a parte alcune eccezioni durante un arco temporale molto vasto) venne ulteriormente sancita la sua decadenza che culminerà nel 1808 con la fuga dei monaci cistercensi a causa della soppressione degli ordini religiosi avvenuta in seguito all’occupazione dello Stato Pontificio da parte delle truppe napoleoniche.

Furono necessari parecchi anni prima che il monastero potesse risollevarsi. Vennero fatti vari tentativi (Leone III emise addirittura una Bolla imponendo ai Cistercensi di affidare le sorti del complesso ai frati Francescani Minori di San Sebastiano), ma soltanto nel 1867 con l’iniziativa di papa Pio IX (anche grazie ad una generosa donazione del conte di Maumigny) fu possibile vviare la ricostituzione della comunità monastica, completata con l’emanazione della Bolla del 21 aprile 1868, con cui si assegnava l’intero complesso ai monaci Cistercensi Trappisti.

Uno dei grandi problemi legati alla ripresa della vita monastica era quello riguardante l’insalubrità dell’area. La nuova comunità, composta da non meno di 14 monaci, si occupò della realizzazione di opere atte alla bonifica del luogo, mediante la costruzione di canali di drenaggio e il ripopolamento forestale con la piantumazione di oltre 125.000 alberi di eucaliptus (piantumati in seguito alla stipula di un’enfiteusi perpetua di un territorio di450 ettari). Contestualmente alla bonifica (che si protrasse fino all’inizio del secolo scorso) i monaci restaurarono e ristrutturarono quasi tutti gli edifici del complesso riportandolo definitivamente allo splendore di un tempo.

* Paolo Lorizzo è laureato in Studi Orientali e specializzato in Egittologia presso l'Università degli Studi di Roma de 'La Sapienza'. Esercita la professione di archeologo.