Milioni di credenti militano nell'esercito di Padre Kolbe (Prima parte)

Intervista con padre Raffaele De Muro, direttore della cattedra Kolbiana al "Seraphicum" di Roma e Assistente Internazionale della "Milizia dell'Immacolata".

Roma, (Zenit.org) Renzo Allegri | 707 hits

Il 14 agosto, vigilia dell’Assunzione di Maria Santissima in cielo, ricorrono 72 anni dalla morte di Padre Massimiliano Kolbe, frate francescano conventuale polacco. Morì ad Auschwitz, il famigerato  campo di sterminio costruito dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale nei pressi della cittadina polacca di  Oswiecim,  a 51 chilometri da Cracovia. Padre Kolbe aveva 47 anni. Era stato arrestato dai nazisti il 28 maggio e immatricolato nel Lager con il numero 16670.  Morì compiendo un grandissimo atto di amore: si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia, destinato al bunker della fame.

E’ stato proclamato santo da Giovanni Paolo II il 10 ottobre 1982. Da allora sono passati 31 anni ma ancora, molti dei suoi devoti continuano a chiamarlo come quando era in vita: Padre Massimiliano Kolbe. Sembra quasi che mettere il titolo di santo davanti al nome di questo grande figlio della Chiesa che militò nell’Ordine di San Francesco, sia superfluo. Egli fu santo nel corso di tutta la sua esistenza terrena.   E’ uno di quei santi che stanno fuori del tempo. Le sue idee, le sue opere, il suo esempio hanno l’attualità delle cose immortali, come la fede, l’arte, la poesia, la vita. Sono trascorsi 72 anni dalla sua morte ed egli è vivo, un contemporaneo che opera e lavora.

La sua esistenza contiene spunti eccezionali, che fanno di lui una delle figure sacerdotali e religiose più significativa dell’età moderna. Paolo VI lo definì “martire dell’amore”, Giovanni Paolo II lo proclamò “patrono dei nostri tempi difficili” e durante  l’omelia della solenne cerimonia di canonizzazione disse: “Padre Kolbe ha riportato la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.

Ma Padre Kolbe non è ricordato solo per il gesto d’amore che lo ha portato alla morte nel 1941. Quella scelta eroica fu la conclusione di un’esistenza straordinaria, tutta dedicata al servizio di Dio e densa di straordinarie iniziative missionarie che sono tuttora in atto. In Particolare la “Milizia dell’Immacolata”, movimento mariano da lui fondato nel 1917, riconosciuto dalla Chiesa, aperto ai cattolici di ogni stato di vita. Un movimento che ha lo scopo di condurre tutta l’umanità a Cristo attraverso l’Immacolata, Madre di Dio e della Chiesa. Un santo, quindi di grande attualità perchè continua ad agire e a operare nel nostro tempo attraverso i milioni e milioni di persone che ispirano la loro condotta agli insegnamenti del movimento da lui fondato.    

Per ricordare questo santo martire e il suo movimento la “Milizia dell’Immacolata”, abbiamo parlato con Padre Raffaele Di Muro, francescano conventuale come Padre Kolbe, direttore della Cattedra Kolbiana al “Seraphicum” di Roma e Assistente Internazionale della “Milizia dell'Immacolata”.

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Padre Kolbe Morì il 14 agosto 1941. E’ patrono dei giornalisti, delle famiglie, dei carcerati, del movimento per la vita, dei tossicodipendenti,  di coloro che soffrono per disordini alimentari, dei teologi mariani e altro ancora: un santo proprio universale?

Padre De Muro: Un personaggio veramente eccezionale, che sfugge a ogni tentativo di definizione, proprio perché  la sua visione della vita, del mondo, era totalmente incentrata in Dio, e quindi non aveva confini. Visse soltanto 47 anni, fu sempre molto malato, ma espletò egualmente una mole di attività missionaria incredibile, affrontando difficoltà di ogni genere, viaggi per quei tempi faticosissimi, servendosi di tutti i mezzi possibili, anche di quelli che allora sembravano d’avanguardia, e toccando tutti i campi in cui la sua azione poteva portare un raggio di luce evangelica. Per questo, ora è considerato patrono di tante categorie di persone e invocato nelle situazione più disparate. Un santo veramente universale, amato da tutti.

Era polacco, come Giovanni Paolo II...

Padre De Muro: Sì, era nato l’8 gennaio 1894 a Zduńska Wola,città  del  Voivodato di Łódź, al centro della Polonia e venne battezzato con il nome di Raimondo. Apparteneva a una famiglia povera, ma molto religiosa. I suoi genitori,  Giulio Kolbe e Maria Dabrowska, ebbero cinque figli, ma due morirono alla nascita. Sopravvissero  Francesco, Raimondo e Giuseppe. Data la condizione della povertà dei Kolbe, solo  il  primogenito potè frequentare le scuole elementari. Raimondo imparò a leggere e a scrivere con l’aiuto di un sacerdote. Ma la sua intelligenza era così sorprendente, che il farmacista della cittadina, si offrì di dargli lezioni private. E furono preziosissime.

A che età, Raimondo, decise di dedicare la sua vita a Dio?

Padre Di Muro: Entrò nel seminario francescano di Leopoli a 13 anni, insieme a suo fratello maggiore. I loro genitori erano felici della scelta, perché nella zona dove risiedevano, imperava l’ideologia marxista atea russa e non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione cristiana ai loro figli. In quel collegio, a poco a poco, in Raimondo si fece strada la vocazione religiosa e nel 1910, indossò il saio francescano,  fece l’anno di noviziato e al termine del quale emise i voti. Secondo la consuetudine francescana, rinunciò al nome che aveva nel mondo e prese quello di Massimiliano. Si racconta, però, che la vocazione gli era stata annunciata, in un certo senso, quando aveva dieci anni. Come riferisce sua madre in una lettera, a quell’età Raimondo ebbe una specie di visione mistica. Vide Maria che gli offriva due corone: una bianca e una rossa e il ragazzo le prese tutte e due. Noi, ora, esaminando la vita del santo, possiamo tentare di dare un senso a quella visione. Possiamo dire che la corona bianca significava la consacrazione della propria vita a Dio attraverso i voti di povertà, obbedienza e castità, e quella rossa il martirio.

Ad un certo momento, dopo essere già entrato nell’Ordine, Raimondo ebbe dei ripensamenti. Voleva tornarsene a casa e fu la madre ad aiutarlo a superare quella che potremmo chiamare una “crisi” vocazionale.

Padre De Muro: Quel ragazzo aveva un carattere generoso, entusiasta, pronto sempre all’azione per i grandi ideali. Nel suo cuore, come in quello di tutti i giovani polacchi di allora, bruciava anche un grande amore per la patria che viveva momenti difficili. Era divisa in tre parti,  dominate da Russia, Germania ed Austria.  E’ comprensibile che Raimondo, il futuro fondatore di una “Milizia” spirituale, quella dedicata alla Madonna, sognasse di battersi anche in una Milizia che voleva difendere la patria. La madre di Raimondo probabilmente non fece altro che colloquiare con lui, facendogli notare che la scelta della vita religiosa rispondeva in modo assai più grande a quel suo giusto amore di patria, in quanto lo portava a battersi per valori immortali ed eterni, utili non solo ai polacchi, ma a tutti gli esseri umani e Raimondo capì e non ebbe più tentennamenti. La madre del futuro martire era una donna straordinaria.  Rimasta vedova, e con i figli che erano entrati in convento, si fece terziaria francescana e visse santamente. Tanto che il suo corpo riposa in una chiesa in Polonia tenuta da suore, quindi è venerata dal popolo. Ha seguito il figlio con i suoi consigli sempre, anche quando era sacerdote. Massimiliano le scrisse anche dal campo di concentramento. C’era quindi un profondo legame spirituale tra i due.

[La seconda parte verrà pubblicata domani, martedì 6 agosto 2013]