Missione oggi: esperienze e prospettive

L'Arcivescovo Filoni per l'inaugurazione dell'anno accademico all'Urbaniana

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CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 11 novembre 2011 (ZENIT.org) - La prima evangelizzazione e la nuova evangelizzazione sono le «due membra» che consentono alla Chiesa di camminare nel mondo. Come dire che «senza l’una o l’altra la Chiesa sarebbe handicappata». È il senso della prolusione, pronunciata giovedì mattina, 10 novembre, dall’arcivescovo Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, alla cerimonia inaugurale dell’anno accademico della Pontificia Università Urbaniana, della quale è Gran Cancelliere.

Lungo e articolato, l’intervento dell’arcivescovo sul tema «Missione oggi: esperienze e prospettive», è stato condotto in in una prospettiva non solo culturale ma soprattutto formativa, tenendo conto del momento e dell’uditorio al quale si rivolgeva, cioè gli studenti dell’ateneo missionario riuniti nell’Aula Magna nel giorno inaugurale dell’anno di studi .

Partendo dal concetto che l’evangelizzazione non è teoria ma prassi quotidiana e approfondita della Parola, ha sottolineato il ruolo della Chiesa e del mondo missionario nel rileggere l’evento cristiano e riscoprire la perenne validità del Vangelo e della stessa missione necessaria alla contestualizzazione nei tempi moderni. Vale a dire che pur restando «validi i motivi di fede» occorre «rivedere le modalità di mediazione salvifica offerta dalla Chiesa all’umanità contemporanea». Questo percorso, secondo l’arcivescovo, deve considerare due precise realtà: la Chiesa e il mondo.

La prima si riscopre mediatrice di salvezza perché «per una non debole analogia con il Verbo incarnato, è strumento della comunione con Dio». E la comunione per la missione è «il paradigma ecclesiale della missione oggi — ha sottolineato l’arcivescovo — e al momento attuale il più autentico e comprensivo». Proprio questo paradigma ha permesso «il rientro delle missioni nella missione e il rientro della missione nell’ecclesiologia», come si legge tra l’altro nella Redemptoris missio.

L’enciclica di Giovanni Paolo II è stata presa da monsignor Filoni come un’autorevole interpretazione del periodo di stasi che si registrò nella missione con l’affievolirsi del primo entusiasmo suscitato dal concilio Vaticano II. In essa infatti furono focalizzati «gli ostacoli esterni e interni alla stessa Chiesa “che hanno indebolito lo slancio missionario verso i non cristiani, un fatto questo che deve preoccupare tutti i credenti in Cristo”». E proprio per riaffermare questa necessità, ha sottolineato l’arcivescovo, Benedetto XVI «ha indetto anche un Anno della fede». Poi il presule si è soffermato sulla «tendenza piuttosto grave che attanaglia le Chiese particolari a rinchiudersi in se stesse, preoccupate dei loro bisogni e alle prese con le non facili sfide che l’umanità pone al cristianesimo. “La missione è qui” si sente ripetere da molti vescovi preoccupati, ma l’esperienza ci dice che così non vanno troppo lontane, perché l’unico rimedio per ridare vita alle comunità cristiane è la missio ad gentes». La fede, ha detto in sostanza monsignor Filoni, si ravviva donandola.

Oltre alla Chiesa, il mondo è l’altro elemento necessario per una corretta lettura dei segni dei tempi. Il destino dell’umanità, ha detto il gran cancelliere, è divenuto una questione urgente oggi. L’occidente si trova in una spaventosa crisi di valori, senza prospettive future. Gli eventi socio-politici, le situazioni di ingiustizia economica spingono l’umanità all’affannosa ricerca di un’ancora di salvezza, ma non trovando punti di appoggio solidi essa «fluttua eternamente nel vuoto, nel nulla». Un’umanità dunque che pare soprattutto «mendicante di senso», frutto dell’oscuramento che si è voluto fare di Dio. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: centinaia di milioni di persone ai limiti della sopravvivenza, privati dei più elementari beni primari; aumento del divario tra ricchi e poveri, tra i Paesi progrediti e quelli sottosviluppati, causato da un’ingiusta distribuzione delle ricchezze della terra, intolleranza religiosa e discriminazioni.

Tutte sfide per la Chiesa che si sente interpellata non solo sul senso del cristianesimo ma sulla necessità, l’urgenza e la metodologia del-l’evangelizzazione. «La via o le vie tradizionali dell’evangelizzazione — ha notato l’arcivescovo — non bastano più». Bisogna riscoprire il senso della responsabilità apostolica missionaria della Chiesa «che non si può risolvere da un’angolatura esclusivamente ad gentes» intesa in senso solo di missione all’esterno. È di estrema importanza coniugare la cura pastorale e il mandato di evangelizzazione che, ha ribadito il presule, non può esaurirsi nell’invio di alcuni, ma «è totalizzante, coinvolge tutta l’attività della Chiesa, tutti i suoi settori, tutta la sua spiritualità, in breve tutto il suo operare».

Per il presule, inoltre, occorre «andare incontro al Mistero utilizzando delle modalità evangeliche che prevedono l’umiltà della ricerca, l’accoglienza delle illuminazioni che vengono dallo Spirito, lo stupore per la fede».

Lo studio infatti — ha sottolineato citando san Tommaso d’Aquino — «è autentico se diventa adorazione». Esso «non può prescindere da un’intima amicizia con la Sapienza incarnata, ricevuta nella meditazione e nella preghiera». Da qui l’invito, rivolto in particolare agli studenti, a «entrare in confidenza con la Parola di Dio» e a farsi «familiari con quel silenzio adorante da cui essa trae origine nel dialogo di amore perennemente in atto tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo».

Dall’arcivescovo anche un richiamo alla necessità di imitare «lo stile di Dio», il quale «evita lo strapotere dei segni, preferendo il primato dell’interiorità». In questa prospettiva — ha ricordato — «il regno di Dio non si impone, ma si propone; non vincola, né assoggetta, ma bussa e si offre». Esso — ha aggiunto — «è dentro di me quando scendo nelle aree non evangelizzate di me stesso, in quel mio profondo dove si agitano le passioni e le ansie, e lì porto direzione, senso e armonia; quando scendo nelle mie durezze e indifferenze, e lascio lievitare la dolcezza; quando oppongo alla logica della violenza l’utopia della mitezza; quando scendo tra le pieghe della storia dove vivono i poveri e gli emarginati, e provo a portare solidarietà».

L’inaugurazione del nuovo anno accademico è stata anche l’occasione per annunciare il passaggio di testimone alla guida dell’Urbaniana: dopo tre anni il rettore don Cataldo Zuccaro lascia il posto a padre Alberto Trevisiol, dei missionari della Consolata, finora docente di missiologia.