Mons. Pelvi: i cristiani sono chiamati a spendersi, anche morendo

Messa in suffragio del Capitano Ranzani, morto in Afghanistan

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ROMA, giovedì, 3 marzo 2011 (ZENIT.org).- “Siamo chiamati a spendere la nostra vita, non a trattenerla. Dare la vita significa realmente morire”, ha affermato l'Arcivescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia, nell'omelia della Messa in suffragio del Capitano Massimo Ranzani, ucciso in Afghanistan lunedì 28 febbraio.



Nel corso della celebrazione, svoltasi questo giovedì mattina nella Basilica romana di Santa Maria degli Angeli, il presule ha ripreso la pagina evangelica del giorno, che descrive il cieco Bartimeo seduto lungo la strada a mendicare mentre passa Gesù. Come lui, ha detto, anche noi “siamo a mendicare un po’ di luce”.

“Gesù, abbi pietà di me”, dice Bartimeo a Cristo. Anche noi “non ci rassegniamo al buio di oggi, non ci accontentiamo di una vita senza senso”.

“Potrebbe capitarci di innamorarci della nostra cecità”, ha avvertito l'Arcivescovo: “cecità per desiderio di primeggiare, cecità per chiusura nell’ostinatezza delle proprie convinzioni; cecità per ristrettezza di orizzonti e meschinità di visione; cecità perché non si ama l’umanità”.

“Proviamo dolore per il male presente nel mondo?”, ha chiesto. “O siamo ciechi anche noi?”.

A volte, ha indicato, siamo “ciechi nello sguardo interiore”: “possiamo vedere perfettamente le forme e i colori, ma se ci fermiamo alla superficie delle cose o, peggio, se il nostro è uno sguardo impudico o violento, dissacrante o profanatore, piegato al criterio dell’utile, siamo terribilmente ciechi”.

Si è ciechi quando non si riesce “a percepire delle cose la verità profonda, fatta di mistero, di sacralità, di bellezza, di luce sepolta”, se non si ha “lo sguardo di Cristo, pieno di stupore e di pietà, capace di raggiungere senza profanarlo il mistero di ogni creatura, che riempie la vita e la fa vera”.

“Abbi pietà di me”, ha proseguito monsignor Pelvi, “è la preghiera dei piccoli, dei poveri, dei popoli martoriati che, giorno e notte, senza sosta, gridano il loro bisogno e la loro dignità”.

Vera solidarietà

L'Ordinario militare ha poi ricordato la figura di Massimo Ranzani, che “sull’esempio di Gesù, mai sordo al grido dei deboli”, “lasciato ogni sostegno, senza vedere, con le braccia tese in avanti, si è lasciato orientare solo dalla voce del cuore dinanzi alla sofferenza e all’angoscia del popolo afghano”.

“Ha lasciato il buio dell’egoismo, la vita comoda, per dire al fratello dimenticato e abbandonato: coraggio, alzati; sono qui per te, ti sono amico, mi metto dalla tua parte, solidale con il tuo atroce dolore”.

Agli amici, ha ricordato, “Massimo confidava che per costruire la pace bisogna guardare gli occhi dei bambini, leggervi dentro il sogno di cose belle e nuove; perché non ci sono bambini italiani, afghani o di altri Paesi, ci sono solo bambini, proprio come non ci sono tante paci ma la Pace”.

“Passare oltre, rifiutare o fuggire il grido di aiuto dell’altro, è come scegliere la morte e, peggio ancora, divenirne l’artefice. Aprirsi all’accoglienza dell’altro, invece, lasciandosi sconvolgere, disturbare, distogliere, significa aprirsi alla novità dell’amore di cui farci complici”.

“Massimo è stato instancabile seminatore di speranza dinanzi allo straniero, al prigioniero, al nudo, all’affamato”.

“Da buon cristiano”, “sapeva bene che la pace esige il lavoro più eroico e il sacrificio più difficile. Esige un eroismo più grande della guerra e una maggiore fedeltà alla verità”.

Perseverare nella speranza

Le missioni internazionali di sicurezza, ha proseguito l'Ordinario militare, “ci aiutano a capire che siamo famiglia umana, nella circolarità del dono”, e si basano sulla speranza di un miglioramento della situazione di tanti Paesi e popoli che gridano il proprio dolore.

“Sperare vuol dire credere nell’impossibile”, ha aggiunto. “Le condizioni morali, sociali e politiche, nelle quali gli uomini sono ora coinvolti in diversi punti del mondo, sembrano contraddire l’ottimismo, la fiducia e spegnere subito le speranze: la terra è solcata da problemi, da agitazioni, da conflitti, sentimenti e propositi di odio e di guerra”.

Il sacrificio dei nostri militari, tuttavia, “ci impegna nel riaffermare con una nuova consapevolezza quell’amore sociale, norma suprema e vitale della persona umana”.

“Interroghiamoci su cosa vogliamo ottenere con la nostra vita”, ha esortato monsignor Pelvi.

“Di questo mondo nel quale siamo, per quanto dipende da noi, cosa vogliamo fare? Adottare una politica di odio, di eliminazione di coloro che si oppongono a noi oppure allargare i nostri orizzonti nel costruire una comunità internazionale stabile e pacifica?”.

“Occorre compiere un capovolgimento di prospettiva: su tutto deve prevalere non più il bene particolare di una comunità politica, razziale o culturale, ma il bene dell’umanità, la riscoperta della originaria vocazione a essere un’unica famiglia, in cui la dignità e i diritti delle persone siano affermati come anteriori e preminenti rispetto a qualsiasi individualismo”.

Per questo, l'Arcivescovo ha concluso la sua omelia con una supplica a Dio: “un riflesso della tua luce illumini ogni nostro giorno e ci renda aperti ai fratelli più poveri e oppressi, aperti a una speranza sempre nuova che non si lascia soffocare dall’abitudine e dall’indifferenza”.