Monsignor Caffarra: il figlio è un dono o un diritto?

La procreazione artificiale limita la dignità delle persone al riconoscimento altrui, sostiene

| 824 hits

BOLOGNA, mercoledì, 16 marzo 2005 (ZENIT.org).- Intervenendo al Circolo della Caccia di Bologna il 14 marzo sul tema “Il figlio: dono o diritto?” Monsignor Carlo Caffarra ha analizzato i limiti etici della procreazione artificiale, dimostrando quanto possa essere lesiva dei diritti del concepito.



“Avere un figlio è un desiderio legittimo”, ha spiegato l’Arcivescovo di Bologna, “ma non ogni modo di soddisfarlo è giusto”.

Secondo Caffarra la procreazione artificiale in vitro (PA) “è un atto ingiusto, perché lesivo della fondamentale uguaglianza delle persone umane nella dignità”.

La decisione di ricorrere alla PA e le azioni poste in essere per realizzarla, configurano un rapporto fra genitore-concepito (in vitro) nel quale il valore di una concreta vita umana viene fatta dipendere dal suo “essere desiderata”. Tuttavia, ha osservato monsignor Caffarra, un rapporto fra persone umane costituito in tale modo pone le persone rapportate su un piano di disuguaglianza quanto alla loro dignità.

L’Arcivescovo ha precisato che “quello che i coniugi fanno, quando si uniscono sessualmente, si può descrivere intenzionalmente come un reciproco donarsi e precisamente nella totalità del loro essere uomo e donna”.

“L’interiore significato dell’atto coniugale come atto personale trascende quindi il contesto semplicemente naturale di copula e procreazione” mentre “la PA è sempre compiuta semplicemente per il desiderio del figlio”.

Con la PA “la bontà, il valore dell’esserci di una persona è condizionata dal fatto che un desiderio è soddisfatto: il figlio è un bene perché è desiderato! E quindi può valere anche il contrario: il figlio è un male quando non è desiderato”.

“Mentre chi compie l’atto coniugale può volere ‘servire alla vita’ e chi la crea, che è solo Dio”.

Caffarra ha aggiunto che “dal punto di vista del figlio generato in un rapporto sessuale coniugale. Il figlio, può solo dire: ‘Io esisto perché mi avete atteso!”.

E l’attesa da sola non istituisce un rapporto causale fra chi attende e la realtà attesa: “Attendere non è avere! Ed il figlio deve continuare, dicendo ‘…e Dio ha compiuto la vostra attesa!’”.

Poiché “l’esserci della nuova persona è dovuto esclusivamente alla volontà di Dio. E pertanto solo di fronte al Dio egli ne dovrà rendere conto”, ha affermato il prelato.

Per chiarire meglio l’Arcivescovo di Bologna ha detto che “la PA si configura come produzione di una persona umana” mentre “l’atto sessuale coniugale si configura come generazione di una persona umana”.

“La PA – ha concluso Caffarra – è lesiva della dignità delle persone perché la condiziona al riconoscimento degli altri. Nega cioè nei fatti che ogni vita umana è un bene in sé, attribuendo valore solo la vita umana ‘desiderata’”.

“E pertanto si infrange il precetto fondamentale della giustizia: non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te. Nessuno vuole che il valore della propria vita dipenda dal fatto che essa soddisfi il desiderio di altri: vuole che sia riconosciuta incondizionatamente”, ha infine concluso.