Monsignor Crepaldi: la Chiesa afferma la centralità dell’uomo di fronte al profitto

Anche se non sostiene “l’idea di una economia originariamente cattiva da imbrigliare”

| 847 hits

ROMA, giovedì, 16 dicembre 2004 (ZENIT.org).- La dottrina sociale della Chiesa riconosce l’impresa ed il profitto ma in un contesto antropologico basato sulla centralità della persona e sul primato del lavoro sul capitale.



Così monsignor Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha spiegato il ruolo dell’imprenditore nella dottrina sociale della Chiesa, intervenendo a Roma il 10 dicembre al convegno sul tema “Quando l’imprenditore è donna, generare responsabilità sociale”.

Organizzato dall’Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana per i problemi sociali e il lavoro, il convegno mirava a indicare la responsabilità sociale “come nuovo motore dello sviluppo”.

Crepaldi ha ripercorso l'abc della dottrina sociale, spiegando come il profitto sia “un’indispensabile indicatore del buon andamento dell’azienda” (Centesimus annus, n.35), ma non l’unico.

L’impresa è prima di tutto e soprattutto una “comunità di uomini”, il cui scopo primario “è garantire l’esistenza stessa di questa comunità”, ha sottolineato il prelato.

Il segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha poi sottolineato come nell’attuale terza rivoluzione industriale “valgono sempre di più le conoscenze e le risorse umane” mentre “sono sempre meno importanti le risorse materiali e fisiche”.

“L’impresa non sono solo le macchine, le risorse materiali o le strutture – ha precisato Crepaldi – ma sono soprattutto gli uomini. Sono le qualità personali, le virtù morali come il coraggio, la fortezza, l’intraprendenza, l’affidabilità, la prudenza e come dice il Santo Padre ‘la capacità di iniziativa e di imprenditorialità’”.

Affrontando il problema dello sviluppo, Crepaldi ha chiarito che il Pontefice non vede con favore il protezionismo e le chiusure. “La Centesimus annus non è una enciclica pauperistica. Essa dice piuttosto il contrario: il sottosviluppo dipende dall’isolamento dei paesi più poveri dal mercato mondiale”.

“E proprio per questo bisogna aiutare gli uomini ad acquisire conoscenze, a entrare nel circuito delle interconnessioni, a sviluppare le loro attitudini per valorizzare meglio capacità e risorse”, ha proseguito il prelato.

Secondo Crepaldi la possibilità di accesso dei paesi poveri è frenata da molti ostacoli, tra cui “la mentalità che considera il commercio etico come un circuito parallelo e residuale” ma anche la limitazione dello smercio dei prodotti dei paesi poveri ai soli circuiti del “mercato etnico”.

In merito all’importanza del “capitale sociale”, monsignor Crepaldi ha spiegato che “le virtù civiche, la tenuta dei vincoli familiari, la capacità della famiglia di trasferire alle nuove generazioni comportamenti sociali improntati a moralità e a civismo, i legami di reciprocità nella società civile, la buona amministrazione nelle istituzioni e i vincoli religiosi, producono effetti anche economici di notevole entità dentro e fuori l’impresa”.

“Non esiste nella dottrina sociale l’idea di una economia originariamente cattiva da imbrigliare, come una bestia feroce che va ammansita, con le redini dell’Etica”, ha affermato il prelato.

“Più l’economia è virtuosa più il contesto si fa umano. Più il contesto è promozionale della persona più l’economia trova vento per le proprie vele”, ha concluso Crepaldi.