Monsignor Crepaldi spiega a Narbonne “il Magistero della Chiesa e l’ecologia”

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NARBONNE, domenica, 10 ottobre 2004 (ZENIT.org).- Intervenendo questa domenica al colloquio su “Chiesa ed ecologia” organizzato dai Francescani di Narbonne per ricordare il XXV° anniversario della proclamazione di San Francesco come santo patrono dell’ecologia, monsignor Giampaolo Crepaldi, Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, ha spiegato in che modo il Magistero della Chiesa guarda all’ecologia.



“Quando la Chiesa si occupa della ‘natura’ non la intende solo naturalisticamente”, ha precisato monsignor Crepaldi.

Non si tratta di un gioco di parole, la Chiesa “vede sempre la natura in rapporto a Dio e all’uomo, non la vede solo come un insieme di cose, ma anche di significati”.

Con la creazione e l’incarnazione in Gesù di Nazareth “Dio stesso si è fatto uomo” ha affermato il prelato: “Da quel momento il fondamento dell’ordine della natura oltrepassava l’ambito cosmico per fondarsi su un principio assoluto e trascendente e, per lo stesso motivo, l’uomo veniva innalzato sopra il creato”.

E “la natura trovava un suo senso in un dialogo tra l’uomo e Dio e le cose stesse trovavano collocazione in un rapporto di amore e di intelligenza”.

“Il Magistero della Chiesa, quindi, non avalla né l’assolutizzazione della natura, né la sua riduzione a mero strumento; ne fa invece teatro culturale e morale nel quale l’uomo gioca la propria responsabilità davanti agli altri uomini, comprese le generazioni future, e davanti a Dio”.

“Questo significa - ha continuato il vescovo - che la natura, biologicamente e naturalisticamente intesa, non è un assoluto, ma una ricchezza posta nelle mani responsabili e prudenti dell’uomo”.

“Significa anche che l’uomo ha una indiscussa superiorità sul creato e, in virtù del suo essere persona dotata di un’anima immortale, non può essere equiparato agli altri esseri viventi, né tantomeno considerato elemento di disturbo dell’equilibrio ecologico naturalistico”, ha continuato.

“Significa, infine, che la natura, così come non è tutto non è nemmeno niente e l’uomo non ha un diritto assoluto su di essa, ma un mandato di conservazione e sviluppo in una logica di universale destinazione dei beni della terra che é, come noto, uno dei principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa”, ha quindi sottolineato.

Crepaldi ha inoltre criticato le molte forme, di “idolatria della natura nel senso naturalistico del termine, che confluiscono in un ‘ecologismo radicale’ il quale perde di vista l’uomo”.

Ed ha fatto riferimento alla Conferenza internazionale del Cairo su Popolazione e Sviluppo nel 1994, allorchè la Santa Sede si trovò a contrastare, assieme a molti paesi del terzo mondo, l’idea improntata ad un ecologismo radicale secondo cui l’aumento della popolazione nei decenni successivi sarebbe stato tale da portare al collasso gli equilibri naturali del pianeta e impedirne lo sviluppo.

“Queste tesi sono state ormai confutate e, per fortuna, sono in regressione”, ha detto Crepaldi.

“Nel contempo, però, gli stessi che proponevano questa visione maltusiana, animati da un radicale ecologismo, proponevano, quale mezzo per frenare le nascite e impedire il supposto disastro ambientale, strumenti tutt’altro che naturali, come il ricorso all’aborto e alla sterilizzazione di massa nei paesi poveri ad alta natalità”, ha commentato.

“La Chiesa propone una visione realistica delle cose. Essa ha fiducia nell’uomo e nella sua capacità sempre nuova di cercare soluzioni ai problemi che la storia gli pone”, ha sottolineato il prelato.

“Il problema ecologico va quindi percepito come problema etico. Questo chiede la Chiesa, dato che esiste una costante interazione tra la persona umana e la natura”, ha poi aggiunto.

Ma la natura non può essere intesa in senso etico se considerata solo naturalisticamente, né se viene intesa come campo indiscriminato di esercizio della tecnica.

“Nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, - ha sottolineato Crepaldi - quella ecologica non è solo un’emergenza naturale, è anche un’emergenza antropologica”.

“Cioè il modo con cui l’uomo guarda dentro se stesso dipende da come si rivolge a Dio. L’errore antropologico è, a sua volta, un errore teologico. Quando l’uomo vuole porsi al posto di Dio, perde di vista anche se stesso e la sua responsabilità di governo della natura”, ha poi concluso.