Monsignor Fisichella interviene all'incontro “Un'Europa cristiana?”

| 904 hits

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 28 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Pubblichiamo ampi stralci, riportati da “L'Osservatore Romano”, della relazione che l'Arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ha tenuto questo giovedì pomeriggio a Roma nell'ambito dell'incontro “Un'Europa cristiana?”, organizzato dall'Elea.

* * *

È bene ricordare che ci sono principi posti alla base di ogni civiltà che ne condizionano e determinano lo sviluppo, la sopravvivenza o la distruzione. Tre in modo particolare sono comunemente accettati: la cultura, la religione e la legge. È proprio di ogni società riconoscersi in una cultura e negli aspetti che la specificano nel confronto con altre; di questa fanno parte la lingua, le tradizioni, l'arte nelle sue diverse manifestazioni e tutto ciò che costituisce l'agire e il pensare personale e sociale. La religione, da parte sua, porta la risposta all'interrogativo fondamentale dell'uomo sul senso della propria vita. Nell'uomo c'è qualcosa che lo trascende, un «infinito» che egli stesso sperimenta in ogni atto della sua esistenza personale e che non può reprimere. Infine, c'è la legge; quell'insieme cioè di disposizioni che regolano la vita sociale e consentono di identificarsi in un sistema di pensiero e di comportamenti che si fa garante della giustizia, del bene e del male. Proprio questo ultimo principio provoca a comprendere quanto fondamentale sia la relazione tra i tre elementi descritti perché non avvenga che uno contraddica l'altro creando di fatto un cortocircuito tale da mettere in crisi un sistema di vita e di pensiero.

Ciò che si sta verificando in Europa, purtroppo, mi sembra essere proprio questo cortocircuito che impedisce una circolarità comunicativa tra i tre principi descritti, con la conseguente condizione di crisi permanente in cui siamo inseriti. Ciò che balza evidente è una situazione fortemente paradossale. Nel tempo in cui l'Europa viveva di valori condivisi, possedeva una forte identità che la rendeva facilmente riconoscibile nonostante i confini territoriali. In questi anni, invece, mentre si sono abbattuti i confini che avrebbero dovuto creare un'unità, ciò a cui si assiste è il moltiplicarsi delle differenze, l'aumento degli estremismi e la frammentarietà domina a tal punto da far sgretolare ogni possibile unità.

Si ha l'impressione che in questo processo di unificazione tutto sia già prefissato e determinato da un'élite di persone, senza un diretto coinvolgimento dei cittadini che sono i primi attori. Aver voluto escludere le radici cristiane non è stata una bella premessa ma l'oblio delle tradizioni in cui i popoli si riconoscono può diventare una colpa perché parte dal presupposto che il nuovo da costruire si deve imporre con una rottura con il passato.

Non si può pretendere di suscitare un senso di appartenenza a una nuova realtà come l'Europa distruggendo l'identità che i popoli si sono costruiti nel corso di secoli. Pensare che una moneta unica possa dare identità o che lo scambio di studenti con il progetto Erasmus crei il senso di appartenenza è superficiale. Questi sono strumenti, validi e utili, ma devono essere fondati, accompagnati e sostenuti da un progetto culturale rispettoso delle differenze e in grado di fare sintesi per una novità originale, altrimenti tutto diventa uniforme: linguaggio, arte, architettura, letteratura, politica, economia.

In questo modo il cittadino si stanca, si rinchiude in se stesso e perde entusiasmo. Se questo si sta verificando, temo dipenda anche dal fatto che si vuole costruire un'Europa indipendente dal cristianesimo e, in alcuni casi, perfino contro. Eppure, il cristianesimo è una condizione obbligatoria per la coerente comprensione dell'Europa. Le religioni per l'Europa non possono essere tutte uguali. Non siamo in una notte oscura dove tutto è incolore. Il primato della ragione, conquistato nel corso dei secoli, non può appiattirsi proprio ora con un egualitarismo da sabbie mobili che impedisce di dare voce alla forza critica. Questa è chiamata a discernere tra le religioni e a scegliere di riconoscere le proprie origini e l'apporto ricevuto.

Insomma, abbiamo il compito di produrre pensiero che sia capace di gettare le fondamenta per un'epoca che darà cultura alle future generazioni permettendo loro di vivere nella genuina libertà perché proiettati verso la verità. È questo pensiero che manca e sinceramente non lo vedo ancora all'orizzonte. Come ricordava di recente Benedetto xvi, «il mondo soffre per la mancanza di pensiero». Il dramma, probabilmente, sta tutto qui. Se manca la forza del pensiero non si può pretendere alcuna progettualità e tutto diventa monotono fino a giungere all'asfissia. A chi compete la progettualità, soprattutto di una nuova antropologia capace di proiettare un nuovo modello di società? Certamente non a un solo gruppo.

Questo è il momento di una sinergia in grado di fare sintesi del patrimonio del passato per interpretarlo alla luce delle conquiste che caratterizzano la nostra epoca in modo da trasmetterlo alle generazioni che verranno dopo di noi. Il cortocircuito è avvenuto perché le tre componenti della civiltà hanno intrapreso una strada solitaria e per molti versi, perché hanno giocato solo in difesa o all'attacco, senza comprendere che nessuno può vivere senza l'apporto degli altri.

Non dobbiamo, quindi, ripetere lo sbaglio del passato nel concepire il nuovo che prepariamo come una rottura con il passato. Non è così che la storia progredisce. Non è emarginando né esorcizzando il cristianesimo che si potrà avere una società migliore. Non potrà avvenire. Una lettura come questa non solo è miope, ma è sbagliata nelle sue stesse premesse. Non ci sarà una formazione di identità matura né per i singoli né per i popoli se si prescinde dal cristianesimo. Certo, la nostra storia è costellata di luci e ombre, ma il messaggio che portiamo è di genuina liberazione per l'uomo e di coerente progresso per i popoli. Il fondamento di un corretto rapporto tra la ragione e la fede lo si deve al nostro pensiero che non ha mai voluto umiliare la ragione, ma ne ha fatta una compagna di strada ineliminabile. È difficile in una fenomenologia delle religioni mondiali verificare un altrettanto equilibrato rapporto tra le due componenti come nel cristianesimo.

Per la nostra tradizione la fides quaerens intellectum è condizione per poter raggiungere ogni uomo e ogni donna, in ogni parte del mondo in quella fondamentale uguaglianza che è data appunto dalla razionalità, i cui contenuti sono accolti anche dalla fede pur con il suo processo di purificazione.

È da questo rapporto positivo con la ragione che si evitano i conflitti e si esclude ogni fondamentalismo; espressione di un frammento di verità assolutizzato senza considerare l'apporto degli altri. Per noi non è così. La verità che pensiamo è data per via di rivelazione, ma è entrata nella storia con l'incarnazione del Figlio di Dio e questo la rende inevitabilmente soggetta al progredire e alla dinamica fino alla fine dei tempi. D'altronde, è proprio la concezione del valore salvifico della verità che ha permesso ai cristiani di renderla universale conquista e non un prezzo da mercato. Alla stessa stregua, la concezione del perdono come espressione di amore che sa andare oltre l'offesa, è ciò che ha plasmato intere generazioni di popoli e ha consentito di verificare una fratellanza e una solidarietà più profonda.

Il concetto di matrimonio che il cristianesimo ha portato come unicità di rapporto nella reciprocità dell'amore ha saputo garantire la giustizia contro l'arbitrarietà che umiliava la donna indifesa, e la forza della relazione interpersonale come collante del tessuto sociale. E la ricerca del bene comune, nel rispetto per la dignità di ogni persona, non deriva proprio dal concetto stesso di persona che il cristianesimo ha prodotto come suo contributo al patrimonio dell'umanità a partire dal iv secolo?

Il rispetto per la vita, soprattutto nei confronti di quella innocente, debole e indifesa è un ulteriore segno della presenza del cristianesimo nel tessuto sociale che ha permesso di giungere a intuizioni straordinarie nelle opere di assistenza che permangono immutate come punti fermi per la società.

Non avanziamo nessun diritto di primogenitura su diverse conquiste che sono state compiute nel corso dei secoli e che segnano la storia di questi venti secoli; non desideriamo, però, che altri se ne impossessino giungendo perfino a negare la nostra originalità e il nostro apporto. Se ricordiamo questi fatti, e tanti altri potrebbero allungare l'elenco, è solo per ribadire che il cristianesimo non è di inciampo al progresso della società, ma sua condizione di genuino sviluppo. Come questo debba avvenire ce lo ricorda ancora una volta l'originalità stessa della nostra fede. La laicità, di cui tutti siamo gelosi, non è altro che l'applicazione di quella parola del Signore: «Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Matteo, 22, 21). Laicità, come sempre più spesso in questi anni è dato da verificare, non è esclusione del cristianesimo, ma ascolto di quanto esso può offrire come suo contributo peculiare. Accettarlo o rifiutarlo sarà una scelta che il legislatore dovrà ben valutare; non per una possibile manciata di voti a fine legislatura, ma per il buon governo della cosa pubblica e per la globale formazione culturale delle generazioni a venire. Una legge crea una cultura consequenziale. Proprio questo dovrebbe essere considerato in questo momento storico in cui si possono già vedere le conseguenze create da alcune legislazioni. La società è migliorata? I giovani hanno trovato maggior impegno e responsabilità nella società? Il lavoro è diventato una forma di realizzazione? La famiglia si è rafforzata nell'impianto sociale? La scuola è palestra di vita? L'ammalato è una persona da rispettare e non un peso per il bilancio? La vita nel suo insieme è rispettata? Questi interrogativi non sono retorici, dare risposta è obbligatorio.