Monsignor Sgreccia: il malato terminale ha bisogno di verità e solidarietà

Intervenendo a un Convegno a Roma sul tema “Depressione e Cancro”

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Di Mirko Testa

ROMA, venerdì, 11 gennaio 2008 (ZENIT.org).- Il medico deve sempre preparare il malato inguaribile alla morte, evitando qualsiasi “congiura del silenzio” e annunciando dove è possibile la “vita che non muore”, sostiene il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita.

Così ha detto monsignor Elio Sgreccia nell'intervenire il 10 dicembre scorso a Roma, presso il Centro Congressi IFO (Istituti Fisioterapici Ospitalieri), al Convegno sul tema “Depressione e Cancro”, durante il quale sono stati illustrati i risultati positivi derivanti dal trattamento psicologico dei pazienti neoplastici.

Infatti, come ha affermato la professoressa Paola Muti, Direttore Scientifico dell’Istituto Regina Elena (IRE), la depressione è un aspetto abbastanza comune nei pazienti oncologici. Tuttavia, numerosi studi dimostrano che essa viene spesso sottovalutata, non viene diagnosticata correttamente oppure neanche trattata, perché alcuni suoi sintomi vengono attribuiti alla patologia neoplastica e alle terapie mediche in atto.

Quindi, se da una parte si riscontra un dimezzamento nell'ultimo secolo della mortalità per tumore (esclusi i big killer che sono il tumore al polmone e il carcinoma mammario), dall'altra non sempre si assiste alla diffusione di un approccio che riconosca le riprercussioni psicologiche sul paziente oncologico: circa il 40% dei malati oncologici sarebbe depresso ma solo il 2% riceverebbe una cura adeguata.

Dati allarmanti se si pensa, come ha sottolineato il dottor Giuseppe Petrella, Presidente del Comitato di Indirizzo e Verifica IFO, che solo nel 2007 in Italia per ogni 100.000 abitanti sono state effettuate circa 6.500 nuove diagnosi di cancro, mentre complessivamente sono 1.700.000 le persone affette da questa malattia.

Nel suo intervento monsignor Elio Sgreccia ha parlato, in particolare, dell'informazione al malato inguaribile come comunicazione della verità, intesa non solo in senso clinico ma anche esistenziale.

Questo compito, ha esordito il presule, è reso più difficile dal rifiuto della verità della morte e della malattia “che si presenta con il volto dell'inguaribilità”, proprio di una “società improntata alla produttività e al benessere materiale”.

Monsignor Sgreccia ha quindi spiegato come il percorso del vissuto influenzi il modo di approcciare alla morte: un individuo sano che non è riuscito ad accettare, a “fare pace” con il pensiero della morte, può anche sviluppare delle “turbe nella personalità”.

Allo stesso modo, però, anche “un medico o uno psicologo che non hanno compiuto questo passo dentro di sé, non sanno trattare con il morente, perché mettono in atto dei meccanismi di autodifesa che sono il più delle volte la fuga, l'aggressività, quel volerla spuntare a tutti i costi che porta all'accanimento terapeutico”, ha precisato.

Parlando della necessità di un corretto approccio comunicativo da parte dei medici, Sgreccia ha lodato il modello di “apertura individualizzata”, che viene portato avanti come “una dichiarazione di amicizia”, che si fonda sul diritto all'informazione del paziente e impegna molto il medico nell'accompagnamento del malato.

Rimanendo su questo tema, si è quindi detto contrario a qualsiasi “congiura del silenzio” che “impedisce al paziente di prepararsi al distacco e alla morte”, ed ha incoraggiato ad evitare ogni comunicazione drastica, sottolineando il dovere per il medico di “evitare la menzogna” e dare sempre “garanzia di speranza e assistenza”.

“La comunicazione della verità richiede gradualità”, “la scelta del momento adatto”, “l'uso di un linguaggio comprensibile”, e “deve essere accompagnata anche dalla solidarietà” 

La professoressa Maria Rita Parsi, psicoterapeuta e scrittrice, ha raccontato che le persone che hanno ricevuto la notizia della loro malattia da un medico in modo brusco e distaccato, ne hanno ricavato quasi un senso di disprezzo; mentre dall'altro lato chi si è trovato di fronte a una informazione blanda o poco definita è spesso sprofondato in un “mare di domande”.

Allo stesso tempo, ha continuato Sgreccia, possono intervenire circostanze che “per rispetto del bene del paziente stesso, potrebbero indurre a tacere la gravità della malattia, quando si possa presumere una fragilità psichica nel soggetto tale da indurlo al suicidio”, oppure “quando il paziente abbia invocato il diritto di non sapere”.

Occorre, comunque, che il medico tenga sempre conto nelle sua strategia di comunicazione della situazione emotiva o delle diverse fasi psicologiche del malato o della persona oncologica, che si presentano con ricorrenza sotto forma di negazione, rabbia, rifiuto, patteggiamento, depressione e infine accettazione della malattia.

Inoltre, ha sottolineato Sgreccia, “è necessario che la verità clinica si componga positivamente con le verità antropologiche, con il senso globale della vita”.

“Lo sforzo maggiore sta nel presentare questa verità in senso salvifico”, nel costruire un percorso con il paziente negli anni o nella brevità della malattia e “proporre, laddove possibile, l'annuncio della vita che non muore e la rivelazione del Cristo morto e risorto, presente e operante in ogni uomo che soffre”.

A questo proposito, il presule ha ribadito il valore salvifico della sofferenza e l'importanza dell'accompagnamento del malato nella fase terminale della vita: “Il morente porta maturità e coraggio anche a coloro che gli stanno accanto”, “diventa un maestro di vita”.

Inoltre, ha detto, “tutti gli atti d'amore che ci sono stati donati li portiamo con noi. La nostra vita spirituale non scompare ma fiorisce, si arricchisce nella eternità”.

Citando alcuni passaggi della Enciclica “Spe salvi”, l'Arcivescovo Sgreccia ha affermato che “la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente”, e “una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana”.

“Soffrire con l'altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell'amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l'abbandono dei quali distruggerebbe l'uomo stesso”, scrive infatti il Pontefice.

Di fronte a queste problematiche la “scienza empirica con i suoi mezzi si mantiene esteriore all'atto del morire”, che si presenta come un “momento che sfugge al medico”; mentre “l'uomo sa di morire con una coscienza spirituale”.

“Il senso dell'agonia è questa apertura all'eternità”, ha spiegato l'Arcivescovo. L'agonia diventa “la vittoria sull'immanenza”, in quell'istante dove presente ed eternità si toccano, e dove “il tempo che manca prende senso da questa trascendenza”.

Ecco perché è necessario l' “annuncio della morte in chiave salvifica ed escatologica”, senza tralasciare un dovere alla corretta informazione, imprescindibile dalla “pietas”, ha concluso monsignor Sgreccia.

La dottoressa Patrizia Pugliese, Dirigente responsabile del Servizio di Psicologia dell'IRE, ha sottolineato i benefici di “un intervento integrato medico-psicologo”, che non trascuri anche il bisogno di counseling per i familiari del paziente.

Infatti la presenza di uno psicologo all'interno di una equipe di medici permette “una sensibilizzazione sugli effetti psico-sociali, l'acquisizione di abilità comunicativo-relazionali, il miglioramento della comunicazione e la prevenzione anche del proprio disagio”.

La psicoterapeuta ha quindi sottolineato “il bisogno nella fase terminale del paziente di ripercorrere la propria storia, di riparare ciò che non è stato ancora concluso, di inseguire il senso della vita”.

Per la professoressa Maria Rita Parsi, invece, “la malattia è una rinascita, è un inizio di un percoso di cambiamento e trasformazione nel quale rinascere”, mentre la “depressione può essere un momento di pausa per ritrovare le energie per ripartorirsi con una modalità di ricerca di sé”.

In questo percorso, ha poi concluso, chi ha la fede, chi possiede queste energia spirituale, “è toccato da una grazia formidabile”, che “se si unisce all'aiuto di un medico e al sostengo psicologico diventa veramente un percorso di eccezionale valenza umana”.