"Morire di speranza"

Il cardinale Vegliò interviene alla Veglia ecumenica di preghiera dedicata a tutte le persone che hanno perso la vita durante i viaggi per fuggire dai propri paesi

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di Salvatore Cernuzio

ROMA, mercoledì, 20 giugno 2012 (ZENIT.org) – Una tragedia si è verificata martedì scorso nel Canale d'Otranto: una piccola barca si è rovesciata al largo di Santa Maria di Leuca,  gettando in mare le undici persone a bordo. Di queste soltanto quattro sono state portate in salvo.

L’anno scorso, a marzo, un gommone partito da Tripoli con 72 persone a bordo - di cui 50 uomini, 20 donne e 2 neonati - è stato costretto, quindici giorni dopo, a tornare sulle coste della Libia con solo nove sopravvissuti.

Che significato hanno questi drammi? Ma soprattutto cosa spinge queste persone a lasciare il proprio Paese mettendo a repentaglio la propria vita?

Partendo da questi interrogativi che il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e gli Itineranti, ha svolto la sua riflessione durante la Veglia ecumenica di Preghiera "Morire di Speranza", tenutasi oggi, nella Basilica di S. Maria in Trastevere.

Organizzata da associazioni come: Comunità di Sant'Egidio, Caritas Italiana, ACLI, la Veglia è stata un’occasione per ravvivare il ricordo dei tanti uomini, donne e bambini che in viaggio verso l’Europa per sfuggire da situazioni di conflitto e persecuzioni, hanno trovato la morte.

All’evento hanno partecipato numerose comunità di immigrati, rifugiati, organizzazioni di volontariato, rappresentanti ecumenici e parenti di tutti quelle vittime “che hanno portato con sé il sogno di un nuovo inizio”  come ha ricordato il cardinale.

Provenienti da tutti i punti del mondo, “questi nostri fratelli” cercano disperatamente di raggiungere un altro Paese “per fuggire dai soprusi, dalla guerra civile o semplicemente perché in cerca di migliori opportunità economiche per sostenere le loro famiglie” ha spiegato il porporato. Per far ciò, ha aggiunto, sono disposti “ad attraversare in camion il deserto del Sahara fino al Nord o a piedi il deserto dal Messico fino agli Stati Uniti”.

Viaggi rischiosi, durante i quali spesso - ha raccontato il cardinale - queste persone “cadono vittime dei contrabbandieri che li derubano e violentano le donne”, oppure “vengono lasciati soli, a bordo di carrette di mare sovraffollate e guidate da persone inesperte di navigazione”, per poi essere “gettati in acqua, nonostante non sappiano nuotare”.

Di questo passo, solo lo scorso anno, ha ricordato, “circa 2.000 persone hanno perso la vita durante la traversata del Mar Mediterraneo e i confini europei sono diventati vetrine di tragedie umane”.

Nonostante questi tristi dati, i governi “hanno risposto all'arrivo dei rifugiati e dei richiedenti asilo con politiche restrittive, abbassando gli standard umanitari e rendendo più difficile l’ingresso”. Ciò, ha constatato il Presidente del Dicastero, si è tradotto in “un’accoglienza organizzata nei campi o negli ostelli”, invece che in “un aiuto perché si costruiscano una vita indipendente e di lavoro”.

“Tutto questo appartiene a una politica di deterrenza” ha affermato Vegliò, che affronta la presenza dei rifugiati come un problema, “invece di considerare le cause per cui fuggono dal proprio Paese”. Lo dimostrano il “provvedimento di rimpatrio, giustificato come strategia per combattere l'immigrazione irregolare”, e il fatto che non ci si preoccupa di “ridurre la detenzione dei rifugiati, nonostante le norme vigenti sui diritti umani”.

Si instaura così, secondo il cardinale, “una maggiore chiusura da parte dell’opinione pubblica”, per cui nei Paesi in via di sviluppo, si registra “un calo di ospitalità e una minore volontà politica di riceverli per lunghi periodi”.

“I diritti dei richiedenti asilo devono essere rispettati” ha ribadito quindi Vegliò; in particolare i diritti di protezione, di libera circolazione e quello al lavoro.

Il riferimento va a Benedetto XVI, che, durante la Giornata Mondiale del Rifugiato, richiamò "l'attenzione della comunità internazionale sulle condizioni di tante persone, specialmente famiglie, costrette a fuggire dalle proprie terre, perché minacciate da conflitti armati e gravi forme di violenza", auspicando che “i loro diritti siano sempre rispettati e che essi possano presto ricongiungersi con i propri cari”.

Un ultimo dubbio: “Come deve reagire la comunità cristiana a questa situazione?”. Il Vangelo offre la risposta, secondo il porporato, in quanto “messaggio di conforto e speranza” che ricorda a coloro che soffrono “di non disperare perché Dio è con loro”.

“Gesù si identifica con quanti soffrono la povertà, la privazione e l'ingiustizia”, ha soggiunto, e dunque “se vogliamo unirci a Cristo, dobbiamo cominciare ad unirci a quanti sono al margine della società, per condividere le loro difficoltà e prestare attenzione alle loro condizioni di vita”.

“Quando ci prendiamo cura di loro – ha concluso - ci prendiamo cura di noi stessi”.