Morire nella Chiesa, morire a casa nella speranza

A Santa Marta, Papa Francesco riflette sul mistero della morte e spiega che l'unica preziosa eredità che possiamo lasciare su questa terra è "la nostra testimonianza cristiana"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 578 hits

“La Chiesa è tanto madre che ci vuole anche così, tante volte sporchi, ma la Chiesa ci pulisce: è madre!”. È il passaggio più toccante dell’omelia di oggi di Papa Francesco a Santa Marta. Un’omelia incentrata tutta sul mistero della morte e sulle tre grazie dachiedere a Dio prima di concludere il nostro percorso terreno: morire nella Chiesa, morire nella speranza e morire lasciando in eredità una testimonianza cristiana.

Come nelle precedenti omelie, al centro della riflessione del Pontefice c’è la figura di Davide, il re che – come narra la prima Lettura del giorno – dopo battaglie e tradimenti, preghiere e pentimenti, torna alla Casa del Padre, concludendo una vita spesa sempre al servizio di Dio e del suo popolo. L’aspetto più interessante è che Davide “muore in seno al suo popolo”, osserva Bergoglio; fino alla fine egli vive “la sua appartenenza al Popolo di Dio. Aveva peccato: lui stesso si chiama ‘peccatore’, ma mai se ne è andato fuori dal Popolo di Dio!”.

“Peccatore sì, traditore no! E questa è una grazia”, aggiunge il Papa, ovvero la grazia “di morire in seno alla Chiesa, proprio in seno al Popolo di Dio”. È come “morire a casa”, è una cosa che “non si compra”, un “regalo” che dobbiamo chiedere incessantemente a Dio: “Signore, fammi il regalo di morire a casa, nella Chiesa!”. “Peccatori sì, tutti, tutti lo siamo!”, ribadisce il Santo Padre, ma “traditori no! Corrotti no! Sempre dentro!”.

Da notare, poi, che Davide muore “tranquillo, in pace, sereno” nella certezza di andare “dall’altra parte con i suoi”. “Questa è un’altra grazia – evidenzia Francesco - la grazia di morire nella speranza, nella consapevolezza che dall’altra parte ci attendono”, che “continua la casa, continua la famiglia”. È la certezza che, dopo morte, non saremo soli ed è una grazia – insiste il Pontefice – “perché negli ultimi momenti noi sappiamo che la vita è una lotta e lo spirito del male vuole il bottino”.

Anche Santa Teresina di Gesù Bambino, nei suoi ultimi momenti, diceva che “nella sua anima c’era una lotta e quando lei pensava al futuro, a quello che l’aspettava dopo la morte, in cielo, sentiva come una voce che diceva: ‘Ma no, non essere sciocca ti aspetta il buio. Ti aspetta soltanto il buio del niente!’. È la voce del diavolo, del demonio, che non voleva che lei si affidasse a Dio”, dice Papa Francesco.

Bisogna pregare allora il Signore di concederci un altro dono: “Morire in speranza e morire affidandosi a Dio!”. Questo affidamento, però - sottolinea - “incomincia adesso, nelle piccole cose della vita, anche nei grandi problemi: affidarsi sempre al Signore! E così uno prende questa abitudine di affidarsi al Signore e cresce la speranza”. 

Quindi “morire a casa, morire nella speranza” è l’auspicio del Santo Padre. Ma c’è una terza riflessione che prende spunto sempre dalla testimonianza di Davide: l’eredità che il re lascia dopo la sua dipartita. L’eredità è un argomento scottante, a cui quasi sempre sono legati “tanti scandali”, soprattutto “scandali nelle famiglie, che dividono”, dice Bergoglio. E ricorda un detto popolare che dice che “ogni uomo deve lasciare nella vita un figlio, deve piantare un albero e deve scrivere un libro: questa è l’eredità migliore!”.

Davide, infatti, non lascia né denaro, né ricchezze, ma “l’eredità di 40 anni di governo” e “il popolo consolidato, forte”. E al figlio raccomanda: “Io me ne vado per la strada di ogni uomo sulla terra. Tu sii forte e mostrati uomo. Osserva la legge del Signore, tuo Dio, procedendo nelle sue vie e seguendo le sue leggi!”. Queste parole, rimarca Bergoglio, dovrebbero essere uno stimolo a domandarci: “Che eredità lasciò io a quelli che vengono dietro di me? Un’eredità di vita? Ho fatto tanto il bene che la gente mi vuole come padre o come madre? Ho piantato un albero? Ho dato la vita, saggezza?”.

Al di là di tutto, l’unica e preziosa eredità che possiamo lasciare su questa terra agli altri “è la nostra testimonianza da cristiani”. In tal senso, “alcuni di noi lasciano una grande eredità”, sottolinea il Pontefice: basti pensare ai Santi “che hanno vissuto il Vangelo con tanta forza, che ci lasciano una strada di vita e un modo di vivere come eredità”.

Riassumendo, quindi, sono tre le cose da conservare nel cuore dopo la lettura di questo brano sulla morte di Davide del I Libro dei Re: “Chiedere la grazia di morire a casa, morire nella Chiesa; chiedere la grazia di morire in speranza, con speranza; e chiedere la grazia di lasciare una bella eredità, un’eredità umana, un’eredità fatta con la testimonianza della nostra vita cristiana”. “Che San Davide – conclude il Papa - ci conceda a tutti noi queste tre grazie!”.