Natuzza Evolo nei ricordi del più giovane dei suoi figli

Francesco Nicolace racconta la sua mamma

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di Włodzimierz Rędzioch

ROMA, venerdì, 2 novembre 2012 (ZENIT.org) - Durante la sua vita Natuzza ha ricevuto nella sua modesta casa milioni di persone che venivano a Paravati, non soltanto da tutta l’Italia ma anche dall’estero, per chiedere dei consigli, delle preghiere ma anche per conoscere la sorte delle anime dei loro defunti.

A differenza di tante mistiche dei secoli passati Natuzza non era una donna consacrata, una monaca chiusa nel monastero; era una donna sposata (nel 1944 sposò Pasquale Nicolace) e madre di cinque figli. In occasione del terzo anniversario della morte di Natuzza ZENIT ha incontrato il più piccolo dei suoi figli, Francesco Nicolace, un dottore residente a Catanzaro, per ricordare la sua mamma tanto straordinaria.

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Lei, da piccolo, quando ha capito che la sua mamma era una donna “speciale”, diversa dalle altre?

Francesco Nicolace: A dire il vero, da bambino, non avevo per niente capito che la mia mamma fosse una donna diversa dalle altre e che possedesse dei doni particolari. Quando ero piccolo - mi riferisco in particolare al periodo antecedente la scolarizzazione e a quello immediatamente successivo - durante i momenti della giornata trascorsi in casa, prima del rientro da scuola dei miei fratelli più grandi, rimanevo quasi sempre in sua compagnia  in quanto lei, da mamma affettuosa e premurosa quale era, non voleva farmi rimanere mai da solo e tanto  meno voleva che io prendessi la cattiva abitudine, come tanti miei coetanei,  di andare  a zonzo per le vie  del paese.

Ricordo nitidamente, come fosse ieri che, in braccio o accanto a lei o, in caso di febbre, anche dal mio lettino, posto nella stessa stanza  dove riceveva la gente, la  sentivo conversare con le persone e spesso ascoltavo quanto diceva. Era sempre sorridente  ed affettuosa con tutti . Alle numerose e per me strane domande che le venivano poste, lei rispondeva, a volte immediatamente altre volte a distanza di alcuni  secondi, con una semplicità disarmante e molto sicura di sé.

Ad ogni domanda, posta dai più svariati interlocutori, lei, prima di dare una risposta, diceva: “L’Angelo custode mi dice che…” oppure, “Il tuo papà defunto… la tua mamma defunta… Il tuo parente defunto… ti manda a dire che… ti consiglia di…” e spesso ripeteva: “ Gesù e la Madonna vogliono che noi preghiamo e recitiamo il Rosario”… ed altre frasi simili. Quando poi gli interlocutori chiedevano notizie sullo stato dei di loro parenti defunti e facevano vedere a lei una foto, con altrettanta semplicità, dava quasi sempre  risposte immediate descrivendo con precisione le loro sembianze, riferendo dei  loro bisogni spirituali e della necessità di  suffragarli per farli giungere prima in Paradiso. Vista la mia tenera età, tante cose che lei diceva alla gente spesso non le capivo però mi piaceva ascoltarla lo stesso.

Io vedevo che la mia mamma si comportava con me, con i miei fratelli, con papà, con i vicini di casa e con le persone che venivano  da fuori in maniera  del tutto normale, con naturalezza ed esercitando molto la sua pazienza. Era così naturale nei modi che da bambino addirittura, per un certo periodo, ho creduto che tutte le mamme vedessero e parlassero con l’Angelo custode, con Gesù e la Madonna e con i defunti!

Fu solo più tardi che incominciai a prendere coscienza che lei,  per me già speciale in quanto era la mia mamma, era anche una donna “speciale “, diversa dalle altre. Furono gli altri, pian piano, a farmi notare questa diversità. Quando iniziai a frequentare  la scuola media , qualche professore e in particolare alcuni  compagni di classe, informati da altre persone che io ero il figlio di Natuzza, incuriositi da quanto si raccontava, mi ponevano delle domande su alcuni fenomeni di cui lei era protagonista, chiedendomi se tutto corrispondesse a verità, anche perché io ero in fondo un ragazzo normale come loro e questo li stupiva.

Come riusciva Natuzza a conciliare tutte le faccende domestiche con le continue visite della gente?

Francesco Nicolace: I colloqui con centinaia di persone la tenevano impegnata per diverse ore durante la giornata però lei, non si sa come, trovava sempre il tempo da dedicare alla famiglia. Posso affermare che è stata una mamma esemplare  e  non ci ha fatto mancare niente. Questo le è costato sicuramente enormi sacrifici, ma non si è mai lamentata. Si alzava molto presto la mattina, anche alle quattro, e silenziosamente per non svegliarci,  iniziava a lavare, stirare, cucinare. Quando eravamo più grandi e frequentavamo le scuole superiori, ci veniva a svegliare ogni mattina alle 6,30 portandoci il caffè  a letto, per consentirci di alzarci in tempo e  non perdere il pullman.

Già alle otto del mattino incominciava a ricevere le persone che erano in attesa fuori, alcuni arrivati durante la notte o addirittura la sera prima. Ogni tanto interrompeva per breve tempo i colloqui e andava velocemente in cucina per riscaldare l'acqua, buttare giù la pasta o mescolare il sugo.

Eravamo in cinque, con orari scolastici diversi; rientravamo a casa in orari diversi. Ognuno di noi trovava sempre lei che lo aspettava e che apriva la porta accogliendolo con un sorriso, la tavola già apparecchiata e spesso anche il piatto con la propria pietanza preferita. Di tanto in tanto riusciva a preparare anche il dolce. Sapeva esercitare bene la sua pazienza ed aveva con noi una dolcezza unica. Nonostante fosse analfabeta, quando ero piccolo e frequentavo ancora le scuole elementari, mi ricordo che alcune volte, in momenti di difficoltà, mi veniva ad incoraggiare ed era proprio lei che mi suggeriva le idee per scrivere un pensiero o fare un breve tema. La sera, dopo cena, continuava il suo lavoro di mamma fino a tardi, riuscendo anche  a realizzare dei bei maglioni  di lana per me ed i miei fratelli.

In che modo sua madre spiegava a voi, figli, la sua vita mistica (conversazioni con Gesù e Maria, con gli angeli custodi, incontri con le anime delle persone defunte, stimmate ecc)?

Francesco Nicolace: La mamma non ci diede mai una spiegazione vera e propria di quanto accadeva in lei. Lei stessa diceva di non sapere perché fin da bambina Gesù l’avesse scelta per portare avanti questa missione. Diceva soltanto di essere innamorata di Gesù e di aver sempre detto si alle Sue richieste.

Ogni tanto, a qualche curioso incredulo che voleva saperne di più, soleva rispondere: “Forse la mia è una malattia… Forse è una croce che devo portare per amore di Gesù! Lui vuole così ed io accetto…”

Lei era spesso inconsapevole protagonista di eventi meravigliosi a cui non sapeva  dare una spiegazione e che viveva nella completa semplicità ed umiltà. Spesso nascondeva a noi figli quanto  le accadeva e quale fosse la vera natura di tanti fenomeni facendoli passare come rientranti nella normalità. Mi riferisco in particolare alla sofferenza.

Quando da bambini o da adolescenti ci rendevamo conto che in alcuni periodi dell’anno presentava delle sofferenze particolari, molto forti, e le chiedevamo cosa avesse, lei ci tranquillizzava, riconducendo i sintomi a normali patologie (dolori addominali, coliche renali, forti mal di testa ecc). Indossava maglie a maniche molto lunghe che le consentivano di nascondere i polsi dove erano localizzate alcune profonde ferite.

Andando avanti negli anni, pian piano, abbiamo preso coscienza di quanto avveniva in lei. Personalmente avevo circa l’età di 16 /17 anni quando il suo padre spirituale - dopo le atroci sofferenze di un Venerdì Santo alle quali io e mia sorella Angela, avevamo, per l’ennesima volta  inconsapevolmente assistito - ci chiamò in disparte e ci spiegò il reale significato di quella sofferenza  in modo che noi riuscissimo a meglio comprendere ed accettare quanto accadeva.

Da allora in poi io e mia sorella siamo stati sempre presenti accanto a lei durante le sofferenze del Venerdì Santo consapevoli e certi che qualunque cosa fosse successo in quella giornata, alla fine la nostra mamma sarebbe uscita vittoriosa insieme a Gesù e alla Madonna e, anche se stremata fisicamente, ci avrebbe parlato e regalato come sempre un dolce sorriso. Stare accanto a lei durante la settimana santa ed in particolare nel giorno di venerdì, quando, oltre ad un piccolo numero di parenti stretti erano presenti anche  alcuni colleghi medici ed alcuni sacerdoti, è stata un’esperienza forte che porterò sempre nel mio cuore.

Da una parte soffrivo perché ero pienamente cosciente di non poterle dare nessun tipo di aiuto dal punto di vista medico, dall’altro ero anche cosciente che lei avesse accettato tutto questo perché quella era la volontà di Dio. Quella sofferenza che mi portavo dentro veniva però appagata dall’esperienza spirituale  che vivevo in quei momenti , legata in particolare alla possibilità di assistere alle frequenti estasi durante le quali, all’improvviso, per alcuni minuti, le  sofferenze sembravano essere sparite del tutto, il suo volto si illuminava, i suoi occhi immobili guardavano fissi in un punto, e le sue labbra si muovevano come se parlasse con qualcuno.

Spesso si riuscivano a captare delle intere frasi pronunciate da lei a voce più alta e non era difficile per gli astanti intuire chi fossero i suoi interlocutori realmente presenti in quella stanza. Ciascuno di noi, in rispettoso silenzio, si faceva allora piccolo piccolo e non gli restava che pregare e ringraziare Gesù e la Madonna per quanto gli veniva concesso di ascoltare e di vedere. Nel primo pomeriggio del venerdì, le sofferenze avevano termine e lei, andati via gli estranei, dopo un breve riposo, appena sveglia guardava sorridente noi figli, i generi , le nuore e i nipoti  e ci salutava ad uno ad uno.

Accadeva spesso che io, mia moglie e le mie due sorelle ci sedessimo intorno al suo letto con il solo intento di farle compagnia, ma poi la curiosità era forte e allora le chiedevamo di parlarci, di  raccontarci nei dettagli quanto accaduto in quella giornata. Lei sorrideva e cercava di cambiare discorso, ma noi, incalzanti, le facevamo delle domande sul significato di alcune parole o frasi  pronunciate durante le estasi chiedendo anche a chi fossero rivolte.

Lei, lo capivamo bene, non poteva raccontarci tutto e si limitava, anche in quella occasione, a riferirci soltanto quanto, dopo la Pasqua, sarebbe stato divulgato a tutti con il messaggio della quaresima. A proposito della sua vita una cosa sola ci spiegò quando eravamo piccoli e cioè che oltre alla nostra famiglia, composta da mamma Natuzza e papà Pasquale ed oltre a noi cinque figli, ci sarebbero stati per noi tanti fratelli e sorelle sparsi su tutta la terra dei quali lei si doveva in qualche modo occupare, in quanto bisognava amare il mondo intero. Ci fece così capire, fin da bambini, che non potevamo avere una mamma tutta per noi e che dovevamo condividere il suo amore con gli altri, senza gelosie o rancori.

Vostra madre vi ha lasciato qualche compito particolare da svolgere?

Francesco Nicolace: La mamma nell’ultimo anno della sua vita terrena, per le gravi condizioni di salute, ha parlato poco con noi figli. Ci ha parlato per lo più con gli occhi, con il suo tenero sguardo e alle nostre domande annuiva soltanto con un cenno della testa. Nelle ultime settimane trascorse in clinica, mi sentivo impotente di fronte all’aggravarsi delle sue condizioni e le tenevo spesso la mano; lei me la stringeva come per tranquillizzarmi e consolarmi per quelle cose che non mi avrebbe potuto dire e che sapeva quanto io desiderassi ascoltare.

Infatti, avevo sempre immaginato che prima della sua dipartita ci avrebbe riuniti tutti intorno a se per dirci delle belle parole, per consolarci, per lasciare appunto, a ciascuno di noi qualche compito particolare da svolgere. Gesù però non ha voluto questo. Li per li non nascondo di esserci rimasto un po’ male. Poi, ripensando alla sua vita terrena, fatta non di sermoni e di prediche ma basata sulla  concretezza, mi sono ricreduto ed ho riflettuto su alcune cose.

Nostra madre ci ha lasciato innanzitutto tanti insegnamenti e ci ha inculcato dei sani principi. Tutto questo non lo ha fatto con le parole, ma con il suo modo di vivere. Con l’esempio quotidiano ci ha insegnato che bisogna amare e perdonare, che bisogna essere umili e caritatevoli. Non bisogna essere attaccati alle cose futili, al danaro, ai beni terreni. E’ sacrosanto curare il corpo ma prima di tutto bisogna curare l’anima.

Quindi, anche a noi figli, come a tutti gli altri, ha lasciato, prima di ogni altra cosa, il suo Testamento Spirituale da dove si evince tutto il suo amore per Gesù, la Madonna, i giovani, la famiglia; dove ci viene ribadito che nella vita di ogni giorno i principi fondamentali sono: l’amore per il prossimo, l’umiltà e la carità. E’ nostro dovere di figli, impegnarci in prima persona nel rispetto di quanto in esso c'è scritto e fare tutto il possibile per cercare di vivere come lei ci ha insegnato, anche se il compito non è facile.

Come sicuramente tutti sapranno io sono l’ultimogenito di mamma Natuzza. A dire il vero da diversi anni ormai mi considero il penultimo e precisamente da quando lei ha dichiarato di considerare la Fondazione “Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime” la sua sesta figlia. La più piccola in ordine di età, ma sicuramente la più amata da lei e la più grande in senso assoluto perché voluta dalla Madonna. Al momento questa “figlia” più piccola, proprio perché in fase di crescita, è quella che ha bisogno di più attenzioni da parte degli altri fratelli.

Anche se la mamma non ci ha lasciato nessun compito specifico, ritengo comunque che sia nostro dovere, in quanto fratelli maggiori, metaforicamente parlando, per lo meno vegliare e vigilare su quanto verrà concretizzato a Paravati, non tanto nelle opere murarie e strutturali che sono già in uno stadio avanzato di realizzazione, ma nel mantenere sempre vivo lo spirito di abnegazione totale per gli altri che ha caratterizzato la vita della mamma Natuzza, affinché la Fondazione divenga veramente, attraverso la pratica dell’accoglienza totale, indiscriminata, attraverso l’esercizio della pazienza, dell’umiltà e della carità, il vero “Rifugio delle Anime” così come richiesto dalla Madonna.

S.E. il vescovo di Mileto, Monsignor Luigi Renzo, il Presidente della Fondazione don Pasquale Barone, don Michele Cordiano, don Maurizo Macrì, tutto il Consiglio di amministrazione e i soci fondatori e sostenitori, le associazioni di volontariato si stanno quotidianamente  prodigando, affinché questo grande  progetto strutturale,  sociale e spirituale, venga realizzato, proprio secondo quanto  stava a cuore alla mamma Natuzza e alla Madonna

Lei con quali sentimenti si accosta alla tomba di sua madre che tanta gente vorrebbe già santa?

Francesco Nicolace: Io e la mia famiglia abitiamo a Catanzaro che dista circa 85 Km da Paravati. Di solito i fine settimana, così come era nostra abitudine fare anche in passato, ci rechiamo alla Fondazione per porgere il nostro saluto alla Madonna, alla mamma Natuzza e per partecipare alla Santa Messa. Mio figlio Antonio, di 13 anni, spesso usa queste espressioni: “Quando andiamo a trovare la nonna?” oppure: ”Andiamo a salutare la nonna?”.

Le stesse espressioni usiamo di solito io e mia moglie. Non ci viene per nulla spontaneo dire che ci rechiamo presso la tomba della nonna o della mamma, perché per noi lei è sempre viva. Quando arriviamo alla Fondazione soffriamo dal lato umano, perché non la vediamo e ci manca fisicamente, però siamo convinti che lei è là ad aspettarci come sempre. Alcune volte ci sembra che lei abbia solo voluto cambiare stanza. Prima, per salutarla ci recavamo al primo piano, adesso andiamo a trovarla direttamente al piano terreno, nella cripta adiacente alla cappella, così vicina alla statua della Madonna che lei ha fatto scolpire e che ha tanto pregato e amato.

Quando mi accosto alla sua tomba, le parlo ancora come un figlio può fare con una mamma, in maniera confidenziale e spontanea, così come solevo fare tutte le volte che la incontravo e così come sono sicuro lei vuole che io faccia. Le chiedo di pregare e di intercedere presso Gesù e la Madonna per le necessità spirituali e materiali della mia famiglia e, così come soleva fare lei e come ci ha insegnato, anche per tutti coloro che in quel momento, nel mondo, hanno problemi nell’anima e/o nel corpo.