Né accanimento né eutanasia

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ROMA, domenica, 10 dicembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente presso la Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.




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Una settimana di convegni per dire no all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico, per promuovere le cure palliative e per denunciare le ambiguità strumentali dei cosiddetti “testamenti di vita”. Questa la campagna lanciata dall’Associazione Scienza e vita, che ha avuto inizio martedì 28 novembre e si è conclusa martedì 5 dicembre, a Roma, dopo la realizzazione di oltre 50 convegni su tutto il territorio nazionale, oltre ad incontri e conferenze più ristretti diretti alle scuole, alle organizzazioni, ai gruppi e alle parrocchie.

Scienza e vita, dunque, torna a farsi sentire con forza, con i metodi che le sono propri, ovvero la formazione capillare e l’azione socio-culturale, l’informazione veritiera e l’attento approfondimento scientifico. A supportare l’iniziativa sono stati predisposti alcuni strumenti: oltre ai volantini informativi, un manifesto tematico, già diffuso dalla associazione nel mese di settembre; una scheda in sei punti su Cosa pensa Scienza e vita dell’eutanasia; un Quaderno – il primo di una collana – dal titolo Né accanimento né eutanasia; una lettera di esortazione a rinnovare l’impegno in favore della vita umana da parte dei presidenti nazionali Maria Luisa Di Pietro e Bruno Dalla Piccola, da leggere in apertura di ogni convegno.

Le associazioni Scienza e vita locali – per quanto ancora in fase di riorganizzazione – hanno risposto con generosità e solerzia, mobilitandosi per pubblicizzare gli eventi e per convogliare la gente a riflettere su argomenti che interessano proprio tutti, e la cui analisi è divenuta assolutamente ineludibile per la martellante pressione esercitata di recente dai movimenti pro-eutanasia e dai politici compiacenti.

Tale pressione, come è ovvio, è caratterizzata in larga parte dal metodo improprio della disinformazione, attraverso la quale si sceglie di enfatizzare determinati argomenti e motivazioni a favore dell’eutanasia, lasciando meticolosamente in ombra gli aspetti contraddittori e in definitiva la verità sull’uomo. Come afferma nell’introduzione del Quaderno la vice-presidente di Scienza e vita, Lucetta Scaraffia, occorre “un approfondimento che permetta di uscire dalla logica dei ‘casi disperati’ a cui indulgono i media, che vogliono indurre gli ascoltatori e i lettori a una scelta buonista, determinata da superficiali emozioni”.

E così, ad esempio, si enfatizza a dismisura il timore dell’accanimento terapeutico, che – secondo i profeti della dolce morte – richiederebbe con urgenza la necessità di redigere dettagliate dichiarazioni anticipate di trattamento, con cui scongiurare il grave pericolo. In realtà, la mole di medici che si accaniscono impietosamente sui pazienti sottoponendoli a trattamenti sproporzionati, inutili, dannosi e gravosi si sbriciola non appena si esamini più attentamente quel che accade nella relazione terapeutica.

Perché mai il medico dovrebbe “accanirsi”? Se svolge con competenza e onestà la sua professione, capisce quando è giunto, con evidenza, il momento in cui le terapie disponibili o intraprese sono divenute del tutto futili, e non rappresentano in alcun modo un bene per il paziente, in quanto non raggiungono lo scopo per cui vengono attivate. Lo stesso si dica per i mezzi di sostegno vitale. Un paziente a cui il respiratore non fornisca più alcun reale sollievo alla dispnea, non avrà motivo di continuare ad utilizzare tale strumento. Al contrario, ad un paziente che ne tragga beneficio sarà applicato.

Le cure normali, poi, non andranno mai sospese, in quanto misure che hanno unicamente lo scopo di mantenere la vita – non di prolungare inutilmente l’agonia – , evitando al malato disagi ulteriori quali le piaghe da decubito, i sintomi da disidratazione e malnutrizione, infezioni, e così via. Un paziente che non riesca ad alimentarsi e a bere per via orale, dunque, si gioverà dell’apporto dell’alimentazione e dell’idratazione artificiale, evitando così i gravi danni della disidratazione.

Un medico che sia realmente tale non può che ragionare a agire in questi termini. Le ragioni difensive, sperimentali, economiche o politiche per cui un medico sceglierebbe di persistere in trattamenti inutili e gravosi, che intenzionalmente prolungano l’agonia nel modo più doloroso - invece di aiutare il morente ad affrontare il trapasso nel modo più sereno – non cambiano il quadro. Tali abusi medici equivalgono ad una pratica clinica distorta e volontariamente interessata ad aspetti che non hanno nulla a che fare con il bene del paziente, e che pertanto non dovrebbero nemmeno costituire oggetto di dibattito.

La paura dell’acccanimento terapeutico ha la sua origine nella sfiducia che l’era dell’autonomia ha introdotto nel rapporto medico-paziente, una sfiducia nella professionalità e nella missione del medico che viene visto non più come colui che si adopera per sostenere la vita con la terapia o con la cura, ma come colui che persegue attraverso la medicina obiettivi personali. In questo senso, il medico diverrebbe colui che usa la medicina per dispiegare un potere sugli altri, per “fare il proprio interesse”, o addirittura per proporre una sua visione del mondo, eventualmente segnata da pesanti barriere ideologiche o politiche. Tragicamente, in qualche caso è proprio così. E tuttavia, lo sconfortante esempio di quei pochi medici tecnocrati e tanatocrati che rinnegano nei fatti il loro compito precipuo e dispensano giudizi di valore sulla vita dei pazienti, non deve far perdere di vista il medico normale, che ancora – e in amplissima misura – lavora a beneficio delle persone.

Quali? Tutte quelle che gli capitano. I pazienti, infatti, non si scelgono. Arrivano. Giungono all’attenzione del medico che li accoglie e fa tutto il possibile per curarli, pur sapendo perfettamente che la medicina non è onnipotente, che ha dei limiti, e che con questi limiti, un giorno, ogni paziente – ogni uomo – dovrà fare i conti. Dunque, la valutazione di accanimento “terapeutico” – ma il termine terapia non dovrebbe nemmeno comparire in questa espressione – si effettua relativamente ad un particolare trattamento di cui si evince con certezza o con evidenza l’inefficacia.

È cioè il giudizio su un trattamento in una situazione concreta, e non sul valore di una vita in stato terminale. Il motivo per cui il trattamento non si inizia oppure si sospende lecitamente non è il fatto che in una data situazione “è inutile prolungare la vita”. Il giudizio sull’utilità o inutilità della vita, infatti, esula completamente dal dominio della scienza, della medicina, e finanche dallo spazio delle decisioni personali, poiché travalica gli stessi confini della libertà umana.

Il trattamento non si inizia oppure si sospende perché tale trattamento non è proporzionato nella situazione specifica, e apporterebbe un danno ulteriore invece di un beneficio, sia pure limitato e momentaneo. È inoltre assolutamente fondamentale precisare che il giudizio di accanimento deve pronunciarlo il medico. Non può mai essere una valutazione del paziente o della sua famiglia, e dunque non equivale al fatto che qualcuno (il paziente o un familiare) chiedono la sospensione di un trattamento. In altre parole, non si ha l’accanimento terapeutico quando un medico si “ostina” a curare anche quando il paziente o chi per lui non vogliono, dal momento che la responsabilità di tale valutazione spetta ultimamente al medico.

In tal senso, può ben essere vero che il medico, somministrando un determinato trattamento, persegua obiettivi diversi da quelli del paziente. È il caso appunto di un paziente che non vuole una terapia o una cura proposta dal medico (in scienza e coscienza). La volontà del paziente potrà qui essere utile al medico per bilanciare meglio i costi e i benefici di un intervento, oppure potrà essere un ostacolo insormontabile all’applicazione del trattamento prescelto, come accade nei casi in cui un paziente rifiuta insistentemente e liberamente la terapia. Non potrà tuttavia snaturare il ruolo del medico al punto da trasformarlo da agente di cura ad agente di morte, costringendolo a compiere gesti contrari alla sua deontologia professionale, come rimuovere un tubo di alimentazione o staccare un respiratore, allo scopo di esaudire il desiderio suicida del malato.

Tutte queste considerazioni chiariscono i motivi per cui le dichiarazioni anticipate di volontà non possono avere un valore legale e vincolante per il medico. La maggior parte di questi documenti si basano infatti proprio sull’ambigua definizione di accanimento terapeutico, inteso come l’insistenza in trattamenti che il paziente non vuole, e per converso sull’illusione che il rispetto di tale (presunta) volontà “testamentaria” possa meglio riflettere le decisioni individuali, ovvero la libertà.

In realtà, la libertà dell’uomo non è qualche cosa di astratto, ma si esplica sempre in atti concreti, situati, hic et nunc. L’insuperabile inattualità del contenuto “testamentario” rende impossibile affermare con certezza che, nel momento in cui l’incoscienza sopravviene, il volere del paziente sia ancora correttamente espresso dal “testamento”. E anche qualora tale certezza potesse sussistere, resta il principio – laico – dell’indisponibilità della vita umana, che vincola tutti, anche i soggetti nei riguardi della loro vita.

La parte di Italia che ha seguito i convegni di Scienza e Vita condivide tale impostazione, e annuncia con decisione che lotterà perché il nostro paese non sprofondi nella palude di inciviltà che avvolge ormai molte società del benessere, così avide di piaceri e di guadagni eppure così povere di amore e compassione autentici.