Necessario un ufficio pontificio di vigilanza sulla musica sacra

Suggerisce monsignor Valentín Miserachs Grau

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CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 7 novembre 2007 (ZENIT.org).- L'assenza di un ufficio pontificio dotato di autorità in materia di musica sacra ha ingenerato una certa anarchia dopo il Concilio Vaticano II, afferma monsignor Valentín Miserachs Grau, Direttore del Pontificio Istituto di Musica Sacra (PIMS).

E' quanto ha detto in occasione del convegno tenutosi il 3 novembre a Trento per gli 80 anni di attività dell’Istituto Diocesano di Musica Sacra che venne fondato da monsignor Celestino Eccher al fine di formare direttori di coro e organisti e diffondere la musica sacra nelle parrocchie secondo le direttive del motu proprio Inter sollicitudines di Pio X (1903).

Monsignor Miserachs – il cui intervento è stato pubblicato in ampi stralci nell'edizione del 5-6 novembre de “L'Osservatore Romano” – ha detto che “in nessuno degli ambiti toccati dal Concilio – e sono praticamente tutti – si sono prodotte maggiori deviazioni che in quello della musica sacra”.

A suo avviso un certo silenzio nonché l'assenza di direttive vincolanti dopo la pubblicazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II dedicata alla musica sacra (1963) e la successiva Istruzione Musicam Sacram (1967) hanno dato vita a sperimentalismo e anarchia.

“A Concilio chiuso, i guai cominciarono presto – ha detto –. A Roma, alla fine degli anni Sessanta, abbiamo assistito al fenomeno della cosiddeta 'messa beat', ad opera del compositore Marcello Giombini [...] che ebbe l'effeto di una deflagrazione nuclere” perché fece intendere che “la musica poteva essere [...] una semplice trasposizione della musica profana di moda”.

“Questo falso genere popolare, imposto dalla forza travolgente di mezzi di comunicazione al servizio dei mercanti senza scrupoli – ha aggiunto – ha fatto poi “inaridire le pure sorgenti del canto gregoriano e di quella musica popolare e colta, che costituivano il decoro più bello delle nostre chiese e delle nostre celebrazioni”.

Dal 1995, da quando cioè è stato eletto Preside del PIMS, monsignor Miserachs ha detto di non aver “mai perso l'occasione di denunciare una situazione di degrado evidente nel campo della musica liturgica, in Italia, ma non solo”.

Nonostante questo, ha tuttavia riconosciuto “dignità e qualità ad alcune composizini di musicisti locali e forestieri, e lo sforzo, per nulla facile, di dotare le nostre liturgie di un degno repertorio musicale”.

Ma si è domandato: “Come possiamo sopportare che un'ondata di profanità inconsistenti, petulanti e ridicole abbiano acquistato con tanta faciloneria diritto di cittadinanza nelle nostre celebrazioni?”.

A questo proposito, ha commentato che è un grave errore pensare “che la gente debba trovare nel tempo le stesse sciocchezze che le vengono propinate fuori”, poiché “la liturgia deve educare il popolo – giovani e bambini compresi – in tutto, anche nella musica”.

“Nova et vetera”

La realtà ha aggiunto è che “molta musica che si scrive oggi, o si mette in circolazione, ignora invece, non dico la grammatica, ma perfino l'abbecedario dell'arte musicale”, ha esclamato.

E “sulla base di una generale ignoranza, specie in certi settori del clero, cui si abbina una prepotente arroganza, fanno da altoparlante a suon di grancassa a certi prodotti che, mancando di quelle caratteristiche indispensabili alla musica sacra (santità, arte vera, universalità) non potranno mai procurare un vero bene alla Chiesa”.

Per questo – ha affermato – “si impone oggi una energica 'riforma' nel senso di una radicale 'conversione' verso la norma della Chiesa; e tale 'norma' ha come punto cardinale il canto gregoriano, sia in se stesso che come principio ispiratore di ogni buona musica liturgica”.

Nova et vetera – ha riassunto –: il tesoro della tradizione e le cose nuove, radicate però nella tradizione”.

In particolare, ha detto monsignor Miserachs, “dopo il Concilio Vaticano II l'assenza di direttive vincolanti sulla musica sacra ha portato a un graduale abbassamento del livello artistico dei canti liturgici”.

Da questo punto di vista, infatti, l'invito alla partecipazione attiva di tutti i fedeli, ribadito dall'Istruzione Musicam sacram, implicava la creazione di un nuovo repertorio di canti.

“Coloro che sul territorio sono stati chiamati a operare delle scelte hanno dovuto lavorare autonomamente e spesso senza competenza, perdendo in molti casi il contatto con la tradizione e soprattutto con il principio ispiratore rappresentanto dal canto gregoriano”, ha continuato.

Questo – ha ripetuto monsignor Miserachs – non deve rimanere vincolato all'ambito accademico, concertisto o discografico, “non si deve mummificare”, ma “deve tornare ad essere canto vivo, anche nell'assemblea, che troverà in esso l'appagamento delle più profonde tensioni spirituali, e si sentirà veramente popolo di Dio”.

Alla luce di questo, ha quindi proposto “l'istituzione di un ufficio dotato di autorità in materia di musica sacra”.

Tale suggerimento, ha poi precisato, non è legato a “un eventuale e occasionale rirpistino del rito di Pio V”, indicato dal motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI.

“Torniamo semplicemente al Concilio Vaticano II per constatare che la volontà dei padri conciliari esigeva per il nuovo rito di Paolo VI che non si dovesse mai deflettere da questa via”, ha quindi concluso.

Il Messale Romano promulgato da Paolo VI (in seguito alla riforma liturgica del 1970) – e riedito in due occasioni da Giovanni Paolo II – è e rimane la forma normale e ordinaria della Liturgia Eucaristica della Chiesa cattolica di rito latino.