Nei grandi discorsi di Benedetto XVI, la chiave per interpretare la globalizzazione

Monsignor Leuzzi: "Educare i credenti ad assumersi questa grande responsabilità"

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ROMA, venerdì, 18 novembre 2011 (ZENIT.org) - I grandi discorsi di Benedetto XVI come chiave per interpretare il mondo postmoderno o globalizzato, e come una pietra miliare per poter formare i credenti ad assumersi questa grande responsabilità: rispondere a questa nuova dinamicità della storia.

Questa è la proposta del libro intitolato Una nuova cultura per un nuovo umanesimo (LEV), curato da monsignor Lorenzo Leuzzi, presentato giovedì 17 a Roma, nel salone Angiolillo del palazzo Il Tempo.

Tra i relatori presenti, oltre all’autore, il dott. Luigi Abete, presidente di Assonime, e il prof. Eugenio Gaudio, presidente della Facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza. Più di cinquecento persone sono venute a seguire la presentazione.

“Non possiamo pensare - ha ricordato l’autore del volume - di risolvere i problemi della globalizzazione ritornando a forme più statiche o pensando di essere autosufficienti nel cammino che la Chiesa e il Cristianesimo ha fatto fino adesso”.

E ha precisato che dinanzi ai mutamenti “Benedetto XVI, con coraggio, ha invitato ad allargare gli orizzonti della razionalità, a fare un percorso nuovo, che è quello di individuare quale è il nuovo oggetto di indagine: e l’oggetto è precisamente la globalizzazione che è la vera chiave, la vera manifestazione di quella che noi chiamiamo modernità”.

Il presule ha osservato che “la globalizzazione non ha ancora avuto una risposta esauriente” e che “Benedetto XVI ci offre la chiave per entrare nella modernità”.

“Qualche volta ho scherzato - ha ricordato monsignor Leuzzi - sul post x: post-moderno; post-religioso; post-conciliare, eccetera. Vale a dire ‘il dogma del post x’”.

Tuttavia “Benedetto XVI non pensa ai dogmi dei post x ma ci invita e ci offre la chiave di lettura per capire cosa è la modernità e la globalizzazione”.

Quindi per l’autore, capire la globalizzazione “è un compito che spetta con responsabilità propria ai credenti” arrivando ad essere una questione di coscienza. “Credo che nessun cattolico che riceve l’eucaristia e vive in intensa preghiera non dovrebbe dormire tranquillo la notte, e senza preoccupazioni, se non affrontiamo questo problema, perché qui si gioca il futuro del cristianesimo”.

Al punto che il direttore Ufficio per la Pastorale Universitaria ha sottolineato che la Chiesa ha “qualcosa da dire sulla capacità interpretativa della globalizzazione, o pure il cristianesimo rischia di diventare un qualcosa di assolutamente marginale. Lo sforzo di Benedetto XVI non è né uno sforzo intellettuale né uno sforzo accademico ma è uno sforzo di fede. È lo sforzo del credente che crede che Dio è presente nella storia”.

E ha ricordato che “su questa sfida siamo tutti presenti e per questo ho scelto come titolo Una nuova cultura per un nuovo umanesimo. Per concludere che bisogna davvero fare una nuova elaborazione culturale per poter creare una progettualità dove l’uomo possa essere promosso nella tutta sua integrità. Questo è lo sforzo che dobbiamo fare tutti insieme”.

Dopo la presentazione, monsignor Leuzzi ha dichiarato a Zenit che “questi discorsi sono una pietra miliare per poter formare i credenti ad assumersi questa grande responsabilità”.

“Il Papa ci fa capire - ha spiegato con enfasi - che la modernità è la nuova realtà storica che è diventata dinamica, e questo comporta che la stessa esperienza della fede deve verificare se è capace di rispondere a questa nuova dinamicità della storia”.

“Il cristianesimo è per se stesso una realtà dinamica, per cui quando parliamo di una esperienza della fede cristiana non possiamo più parlare solamente in termini soggettivi”. Anche se è certo c’è una risposta personale del soggetto “c’è un intervento di Dio che raggiunge la persona e lo trasforma come membra viva, come disse Paolo, come corpo vivo, che è la prima realtà dinamica che apparse nel mondo”.

E quindi ha concluso: “I cristiani e gli uomini di buona volontà devono dare un contributo ulteriore”.