"Nel momento della malattia e del dolore non siamo soli"

Durante l'Udienza Generale, papa Francesco indica nel Buon Samaritano l'"icona biblica" dell'Unzione degli infermi

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 419 hits

Quello che un tempo era chiamato “estrema unzione”, perché inteso come “conforto spirituale nell’imminenza della morte”, è un sacramento dal significato ben più ampio. Papa Francesco ne ha parlato durante l’Udienza Generale di stamattina, proseguendo il ciclo di catechesi dedicato ai sacramenti.

L’Unzione degli infermi, ha spiegato il Santo Padre, “ci permette di toccare con mano la compassione di Dio per l’uomo” e di “allargare lo sguardo all’esperienza della malattia e della sofferenza, nell’orizzonte della misericordia di Dio”.

La “icona biblica” che esprime nel migliore dei modi lo spirito di questo sacramento è il Buon Samaritano (cfr Lc 10,30-35): ogni volta che lo si celebra “il Signore Gesù, nella persona del sacerdote, si fa vicino a chi soffre ed è gravemente malato, o anziano”, ha sottolineato il Pontefice.

Nella parabola spiccano due elementi simbolici: l’olio e il vino, che il Samaritano versa sulle ferite dell’uomo da lui soccorso. “L’olio ci fa pensare a quello che viene benedetto dal Vescovo ogni anno, nella Messa crismale del Giovedì Santo, proprio in vista dell’Unzione degli infermi”, ha detto il Papa.

Il vino, da parte sua, è “segno dell’amore e della grazia di Cristo che scaturiscono dal dono della sua vita per noi e che si esprimono in tutta la loro ricchezza nella vita sacramentale della Chiesa”.

In seguito la parabola narra di come il Samaritano affidi il ferito a un albergatore, chiedendogli di prendersene cura, senza badare a spese. Tale albergatore rappresenta “la comunità cristiana, siamo noi, ai quali ogni giorno il Signore Gesù affida coloro che sono afflitti, nel corpo e nello spirito, perché possiamo continuare a riversare su di loro, senza misura, tutta la sua misericordia e la sua salvezza”, ha proseguito Francesco.

Nella lettera di San Giacomo (Gc 5,14) viene ribadito tale mandato: «Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore», afferma l’Apostolo.

“Si tratta quindi di una prassi che era in atto già al tempo degli Apostoli”, ha commentato il Pontefice, ricordando la predilezione particolare di Gesù “per i malati e i sofferenti”, ai quali ha trasmesso “la capacità e il compito di continuare ad elargire nel suo nome e secondo il suo cuore sollievo e pace, attraverso la grazia speciale di tale Sacramento”.

Purché l’Unzione dei Malati non venga vissuta “nella ricerca ossessiva del miracolo o nella presunzione di poter ottenere sempre e comunque la guarigione”, ha ammonito il Santo Padre.

Il rischio opposto è quello di vivere questo sacramento come uno ‘spauracchio’, pensare che chiamare il prete per amministrarlo “porta sfortuna”.

Al contrario, la convocazione di un sacerdote a tale scopo, è un segno che Gesù va incontro al malato “per sollevarlo, per dargli forza, per dargli speranza, per aiutarlo” e anche “per perdonargli i peccati”.

Non si tratta di un “tabù”, ha aggiunto il Papa, ed è sempre “bello sapere che nel momento del dolore e della malattia noi non siamo soli: il sacerdote e coloro che sono presenti durante l’Unzione degli infermi rappresentano infatti tutta la comunità cristiana che, come un unico corpo, con Gesù, si stringe attorno a chi soffre”.

Il conforto più grande, tuttavia, “deriva dal fatto che a rendersi presente nel Sacramento è lo stesso Signore Gesù, che ci prende per mano, ci accarezza come faceva con i malati, Lui, e ci ricorda che ormai gli apparteniamo e che nulla - neppure il male e la morte - potrà mai separarci da Lui”, ha quindi concluso il Santo Padre.