Nella città senza Dio, ripartiamo dal Catechismo

Il discorso di Benedetto XVI all'Assemblea della CEI sullo stato della Chiesa in Italia

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di Massimo Introvigne

ROMA, venerdì, 25 maggio 2012 (ZENIT.org) - Il 24 maggio 2012 Benedetto XVI ha rivolto un importante discorso all’Assemblea della Conferenza Episcopale Italiana, sul tema dello stato della Chiesa in Italia. Il discorso comprende una diagnosi della situazione italiana e un’indicazione dei possibili rimedi a una crisi percepita come globale, grave e seria.

«Dio – ha detto il Papa – è diventato per molti il grande Sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato». Di questa crisi della fede cattolica «è un segno la diminuzione della pratica religiosa, visibile nella partecipazione alla Liturgia eucaristica e, ancora di più, al Sacramento della Penitenza. Tanti battezzati hanno smarrito identità e appartenenza: non conoscono i contenuti essenziali della fede o pensano di poterla coltivare prescindendo dalla mediazione ecclesiale».

Le radici di questa crisi sono profonde, e chiamano in causa decenni in cui la cultura dominante italiana ha educato al razionalismo e alla tecnocrazia. «La razionalità scientifica e la cultura tecnica, infatti, non soltanto tendono ad uniformare il mondo, ma spesso travalicano i rispettivi ambiti specifici, nella pretesa di delineare il perimetro delle certezze di ragione unicamente con il criterio empirico delle proprie conquiste.

Così il potere delle capacità umane finisce per ritenersi la misura dell’agire, svincolato da ogni norma morale»: un tema già sviluppato nella critica alla tecnocrazia svolta nell’enciclica Caritas in veritate e nel discorso pronunciato sullo stesso tema il 3 maggio 2012 da Benedetto XVI alla Facoltà di Medicina dell’Università Cattolica a Roma.

Dal relativismo e dalla tecnocrazia nasce il «secolarismo», che – non solo in Italia, ma oggi anche in Italia – «caratterizza soprattutto le società di antica tradizione cristiana ed erode quel tessuto culturale che, fino a un recente passato, era un riferimento unificante, capace di abbracciare l’intera esistenza umana e di scandirne i momenti più significativi, dalla nascita al passaggio alla vita eterna.

Il patrimonio spirituale e morale in cui l’Occidente affonda le sue radici e che costituisce la sua linfa vitale, oggi non è più compreso nel suo valore profondo, al punto che più non se ne coglie l’istanza di verità. Anche una terra feconda rischia così di diventare deserto inospitale e il buon seme di venire soffocato, calpestato e perduto».

Insieme con il secolarismo si afferma un laicismo aggressivo, che vuole ridurre la religione a un fatto privato ed escludere Dio dalla sfera pubblica. «Purtroppo, è proprio Dio a restare escluso dall’orizzonte di tante persone; e quando non incontra indifferenza, chiusura o rifiuto, il discorso su Dio lo si vuole comunque relegato nell’ambito soggettivo, ridotto a un fatto intimo e privato, marginalizzato dalla coscienza pubblica. Passa da questo abbandono, da questa mancata apertura al Trascendente, il cuore della crisi che ferisce l’Europa, che è crisi spirituale e morale: l’uomo pretende di avere un’identità compiuta semplicemente in se stesso».

È vero che «proprio in tale contesto non manca di riemergere, a volte in maniera confusa, una singolare e crescente domanda di spiritualità e di soprannaturale, segno di un’inquietudine che alberga nel cuore dell’uomo che non si apre all’orizzonte trascendente di Dio». Ma «molti guardano dubbiosi alle verità insegnate dalla Chiesa», e preferiscono rivolgersi altrove.

Altri capiscono male che cos’è la Chiesa, e «riducono il Regno di Dio ad alcuni grandi valori, che hanno certamente a che vedere con il Vangelo, ma che non riguardano ancora il nucleo centrale della fede cristiana. Il Regno di Dio è dono che ci trascende.

Come affermava il beato Giovanni Paolo II [1920-2005], “il regno non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazareth, immagine del Dio invisibile” (Giovanni Paolo II, Lett. enc. Redemptoris missio [7 dicembre 1990], 18)».

Se che cos’è la Chiesa non è capito, è perché – afferma il Papa – non si è ben compreso «il rinnovamento ecclesiale che ci è stato affidato dal Concilio Ecumenico Vaticano II; il 50° anniversario del suo inizio, che celebreremo in autunno, sia motivo per approfondirne i testi, condizione di una recezione dinamica e fedele».

Il Concilio, ricorda Benedetto XVI ai vescovi italiani, va non solo interpretato ma anche metodicamente presentato ai fedeli «in continuità con la tradizione millenaria della Chiesa», «nell’ottica non certo di un’inaccettabile ermeneutica della discontinuità e della rottura, ma di un’ermeneutica della continuità e della riforma».

Ma la ricerca della giusta ermeneutica non potrà mai essere pretesto per rifiutarne il Magistero: «ascoltare il Concilio e farne nostre le autorevoli indicazioni, costituisce la strada per individuare le modalità con cui la Chiesa può offrire una risposta significativa alle grandi trasformazioni sociali e culturali del nostro tempo, che hanno conseguenze visibili anche sulla dimensione religiosa».

Ma che cos’è stato, in sostanza, il Concilio? «Nella preparazione del Vaticano II – ricorda il Pontefice – l’interrogativo prevalente e a cui l’Assise conciliare intendeva dare risposta era: “Chiesa, che dici di te stessa?”. Approfondendo tale domanda, i Padri conciliari furono, per così dire, ricondotti al cuore della risposta: si trattava di ripartire da Dio, celebrato, professato e testimoniato». Fu così che «esteriormente a caso, ma fondamentalmente non a caso la prima Costituzione approvata fu quella sulla Sacra Liturgia: il culto divino orienta l’uomo verso la Città futura e restituisce a Dio il suo primato, plasma la Chiesa, incessantemente convocata dalla Parola, e mostra al mondo la fecondità dell’incontro con Dio».

Dopo avere ricordato ai vescovi che «la prima condizione per parlare di Dio è parlare con Dio, diventare sempre più uomini di Dio, nutriti da un’intensa vita di preghiera», il Papa li ha invitati ad «aiutare ogni persona che incontriamo ad essere raggiunta dalla Verità». La fede è Verità, non aspirazione o invenzione soggettiva. «Per questo ho voluto indire un Anno della Fede, che inizierà l’11 ottobre prossimo, per riscoprire e riaccogliere questo dono prezioso che è la fede, per conoscere in modo più profondo le verità che sono la linfa della nostra vita, per condurre l’uomo d’oggi, spesso distratto, ad un rinnovato incontro con Gesù Cristo “via, vita e verità”».

Prima di una preghiera allo Spirito Santo, il Pontefice ha proposto ai presuli italiani due citazioni, Il prima è del servo di Dio Paolo V, che nell’esortazione apostolica del 1975 Evangelii nuntiandi, indicava quale compito della Chiesa «raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza».

La prima è del beato Giovanni Paolo II, che nella sua prima visita del 197 in Polonia «visitò un quartiere industriale di Cracovia concepito come una sorta di “città senza Dio”. Solo l’ostinazione degli operai aveva portato a erigervi prima una croce, poi una chiesa. In quei segni, il Papa riconobbe l’inizio di quella che egli, per la prima volta, definì “nuova evangelizzazione”, spiegando che “l’evangelizzazione del nuovo millennio deve riferirsi alla dottrina del Concilio Vaticano II”».

Anche l’Italia rischia di diventare una «città senza Dio». In questo che rischia di diventare un «deserto inospitale» per la Chiesa e dunque per l’uomo, l’unica seria opera di contrato alla crisi è la riproposizione metodica della Verità attraverso la formazione. «In questo cammino formativo – ha concluso Benedetto XVI – è particolarmente importante – a vent’anni dalla sua pubblicazione – il Catechismo della Chiesa Cattolica, sussidio prezioso per una conoscenza organica e completa dei contenuti della fede e per guidare all’incontro con Cristo».

E allo Spirito il Santo il Papa ha chiesto di aiutare «l’umanità del nostro tempo a comprendere che l’esclusione di Dio la porta a smarrirsi nel deserto del mondo, e che solo dove entra la fede fioriscono la dignità e la libertà e la società tutta si edifica nella giustizia».