Nella Trinità come Chiesa: Una persona in molte persone

Lo sfondo divino del «noi» ecclesiale

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di Robert Cheaib

ROMA, domenica, 7 ottobre 2012 (ZENIT.org). – «La teologia s’è di fatto sbriciolata in innumerevoli discipline, ognuno delle quali offre un materiale enorme con una metodologia ben differenziata e difficile mentre mantiene contatti straordinariamente ridotti con le altre discipline teologiche affini e vicine», così Karl Rahner negli anni ’70 denunciava uno dei risultati del di per sé positivo pluralismo teologico. Non è facile tener d’occhio il tutto quando ci si concentra su un frammento, eppure il frammento prende pieno significato solo quando è visto nella prospettiva del tutto. Per questo è urgente che la teologia combatti le forze centrifughe dell’estensione quasi infinita delle sue discipline singole per ritrovare la bellezza sinfonica della sua verità una e unica.

Questo sforzo costituisce uno dei meriti del saggio di Alessandro Clemenzia, Nella Trinità come Chiesa. In dialogo con Heribert Mühlen edito dalla Città Nuova. Clemenzia si impegna con approfondita analisi e arguita dialettica a mettere in risalto un’interessante convergenza dell’ecclesiologia nella Trinità.

Il saggio si concentra sulla categoria personologica del «noi» evidenziando la sua fondazione trinitaria della «noità» e sulla sua irradiazione storica nella Chiesa che trova la sua identità comunitaria nel noi trinitario. Lo studio – fatto in dialogo con la proposta teologica vasta e contrastata di Heribert Mühlen autore di Una Mystica persona. La Chiesa come il mistero dello Spirito Santo in Cristo e nei cristiani: una persona in molte persone – rintraccia la concezione di persona nella tradizione teologica occidentale coniugandola con gli apporti recenti di pensatori come F. Ebner, D. von Hildebrand che hanno giocato un ruolo fondamentale nella costituzione della sua visione personologica di Mühlen attenta alle dimensioni di relazione e reciprocità. La qualità dialogica in Ebner apre l’io umano all’io divino mostrando come il tu vero e proprio dell’io umano è Dio. Mühlen applicherà le categorie personologiche alle ipostasi divine, ponendo l’accento sul tra che unisce l’io e il tu. Dall’autore dell’Essenza dellamore, si evince la centralità della reciprocità che fa sì che l’amore non sia un egoismo e un mero prolungamento dell’io. L’amore è costitutivo dell’unione e non un semplice frutto o derivato da essa.

Sul fondamento personologico tradizionale e innovativo al contempo, Mühlen ergerà la sua visione teologica che può essere letta e interpretata nell’orizzonte della dimensione personologica trinitaria. Ne emerge come lo Spirito Santo non è soltanto uno dei «noi» della Trinità, ma è la «noità» trinitaria. Come amore intratrinitario egli non è soltanto e primariamente frutto dell’unione del Padre e del Figlio, ma è costitutivo di quest’unione. Egli è per così dire il vinculum substantiale nella Trinità.

Il pregio dell’approccio personologico di Mühlen è quello di permettere una convergenza tra i vari settori della teologia intorno al fulcro della fede, il «noi» trinitario. In lui trova una felice coincidenza la non di rado frammentaria e apparentemente inconciliabile interdisciplinarità della teologia moderna.

Alessandro Clemenzia coglie il radicamento dell’ecclesiologia nella teologia trinitaria. Dopo una lunga familiarizzazione con il senso e le potenzialità del concetto-realtà di «persona», l’autore mostra come Mühlen tiri le conclusioni personologiche in ecclesiologia con la convinzione che «come in ambito trinitario è stata coniata la formula “una natura in tre persone”, e in quello cristologico “una persona in due nature”, così anche per l’ecclesiologia va ricercata un’adeguata formulazione che non cada in un vago deismo […] né in un monofisismo ecclesiologico». Da qui la Chiesa viene compresa come una Persona in molte persone.

Mühlen spiega la suddetta espressione così: «Con l’espressione “una persona” si intende lo Spirito Santo e con l’espressione “molte persone” si intende Cristo e noi: Cristo ci lega a se stesso, e lega sé a noi, per mezzo della missione del suo Spirito; e così lo Spirito, mentre si unisce a noi e unisce noi a se stesso, effettua la nostra unione con Cristo; è cioè il vinculum, il vincolo di unità: egli dunque è la persona numericamente una in Cristo e in noi».

Clemenzia mostra come Mühlen guarda la realtà ecclesiale a partire dall’identità personale dello Spirito Santo che realizza l’unione tra le persone. Così il profilo della Chiesa si mostra prettamente trinitario. Il fondamento ecclesiale è e rimane Cristo come «io primordiale» che si estende nell’io plurale, la comunità ecclesiale nella storia. Ma questo prolungamento nel tempo è frutto dell’unione tra Cristo e la Chiesa che avviene nello Spirito Santo. È lo Spirito Santo che consolida e rende possibile la realtà del Christus totus (Agostino d’Ippona) e della una mystica persona (Tommaso d’Aquino). La Chiesa per Mühlen è la continuazione storica dellunzione di Cristo. Il noi ecclesiale viene costituito dal Noi-in-Persona che è lo Spirito.

«Nella Trinità come Chiesa» è un’opera impegnativa – come lo deve essere una tesi di dottorato! – ma affascinante. Tra i suoi vari pregi ci piace segnalare due: il primo è quello di attirare l’attenzione su Mühlen che non avuto l’attenzione che merita in teologia. Il secondo è quello di costituire un valido e serio tentativo di raccoglimento delle briciole della teologia intorno a un centro, anzi, al Centro per eccellenza, la Trinità, riasserendo implicitamente due definizioni antiche della Chiesa: Ecclesia de Trinitate e la comunità radunata nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: unità nello Spirito e unità che è lo Spirito, il Noi-a-priori.

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