Nella Tua natura, conoscerò la mia

Intervento di mons. Pelvi al ciclo di letture teologiche sui Documenti del Concilio Vaticano II

Roma, (Zenit.org) | 987 hits

Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento tenuto ieri sera presso la Sala della Conciliazione del Vicariato di Roma da monsignor Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italianell'ambito del ciclo di letture teologiche sui Documenti del Concilio Vaticano II. Il tema dell'incontro era la costituzione pastorale Gaudium et Spes.

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Nel recente volume, Un Concilio per il XXI secolo, il prof. Gilles Routhier presenta alcune riflessioni per rendere fruttuosa l’eredità del Vaticano II. Per il docente di Teologia dell’Università canadese, essere eredi di un bene, che non è frutto dei nostri sforzi, non è così semplice[1].

La costituzione pastorale Gaudium et Spes (approvata il 7 dicembre 1965) potrebbe essere, infatti, accolta senza comprenderne l’importanza, seppellita per paura di danneggiarla o addirittura rifiutata, perché motivo di inquietudine per un’autentica vita cristiana.

Nel mio intervento, perciò, vorrei avvertire con voi quell’entusiasmo missionario e quel cuore pastorale che vissero i protagonisti del Concilio, riprendendo stasera una lettura che tiene conto delle attese delle nuove generazioni.

Il documento del Concilio ha come oggetto centrale della sua preoccupazione, l’uomo: «E’l’uomo dunque, ma l’uomo integrale, nell’unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione» (GS, 3). E non potrebbe essere diversamente. I problemi del mondo contemporaneo chela Chiesa vuole illuminare sono: «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi» (GS, 1).

Fondamentale nella Gaudium et Spes è l’uomo, che fonda il legame che intercorre trala Chiesa e il mondo. La Chiesa può dire Cristo come la verità dell’uomo, solo se essa è capace di svelare pienamente l’uomo all’uomo, ossia rivelargli la grandezza e la bellezza della sua dignità personale.

La Chiesacrede di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana. Al di sotto di tutti i mutamenti ci sono cose che non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli (Eb 13,8). Così nella luce di Cristo, immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura (Col 1,15), il Concilio intende rivolgersi a tutti per illustrare il mistero dell’uomo (cfr. GS, 10).

Cristo, uomo nuovo 

La Gaudium et Spes presenta, nella prima parte del documento, dal n. 10 al n. 45, la centralità di Cristo, via decisiva per la comprensione dell’uomo. In particolare, il n. 22 è la chiave per accostare Cristo, uomo nuovo, nuovo Adamo nel quale viene svelato al soggetto umano il senso e il futuro della storia umana e del cosmo. Il Signore è il fine della storia umana (cfr. GS, 45). Si tratta di un testo di elevata statura teologica, che contrasta con l’evidente timidezza con cui la GS affronta le questioni più strettamente teologiche. Il Concilio parla dell’uomo alla luce di Cristo, non semplicemente perché in Cristo tutto viene illuminato ma perché nel Figlio incarnato si scopre chi è e a che cosa è chiamato l’essere umano. Non si tratta di una luce che viene dal di fuori ma della stessa realtà della vita di Cristo. Non è l’uomo che spiega Cristo, ma Cristo che spiega l’uomo. Perciò, solo per mezzo di Cristo possiamo sapere che cos’è l’uomo. La manifestazione di ciò che l’uomo è viene dunque unita alla rivelazione del Padre ed è conseguenza inseparabile di essa.     

Cristo, rivelatore dell’amore di Dio Padre, manifestatosi come Figlio, con la sua vita, rivela anche la vocazione dell’uomo: da sempre siamo stati chiamati alla comunione con Dio, a essere suoi figli nel Figlio.           

Perché Cristo è l’uomo nuovo? Dico subito che Egli porta la novità della fraternità. La dottrina della Gaudium et Spes stabilisce le basi di una teologia della fraternità, che viene elaborata in base alla distinzione - correlazione tra fraternità, filialità e paternità: la fraternità presuppone la filialità, e questa, a sua volta, la paternità.      

La concezione dell’essere umano, negli scritti del Nuovo Testamento, è collegata con la fede in Gesù, riconosciuto e proclamato Cristo, Figlio di Dio e Signore. Come primogenito tra molti fratelli, Egli non è solo il mediatore tra Dio e gli uomini, ma anche il prototipo della relazione filiale con Dio Padre. La verità dell’uomo consiste nell’essere «figlio nel Figlio» e «secondo il Figlio» (cfr. GS, 22).

Filialità e paternità divina

Nel Cristo e per il Cristo, Dio Padre diviene realmente nostro Padree noi siamo introdotti nelle particolari relazioni provvidenziali esistenti tra il Padre e il Figlio fatto uomo. Se Dio si prende personalmente cura di noi, è come un Padre che lo fa e non come l’amministratore dell’universo. Il concetto di «padre» aveva in Oriente, al tempo di Gesù, un significato più largo di quello che ha oggi per noi. Non escludeva la tenerezza, ma esprimeva soprattutto la sollecitudine, la guida autorevole di colui dal quale tutto dipende. L’atteggiamento del figlio di fronte a suo padre era fatto di obbedienza e rispetto. La volontà del padre era sempre determinante nella famiglia ebrea, che veniva chiamata «la casa del padre». I figli non lasciavano la casa paterna e lavoravano negli affari del loro padre.

In quest’ottica, la fede è adesione alla «volontà del Padre», un amore obbediente, intriso di intimità, fa esclamare a Gesù: Abbà. Accanto al rispetto religioso, Cristo introduce nella relazione del Padre al Figlio una sfumatura di tenerezza e di confidenza.  

Gesù insegna agli uomini a pregare Dio come loro Padre, ma dice sempre «mio Padre», oppure «vostro Padre», mai «nostro Padre» (Mt 7,11; Lc 22, 29; cfr. Gv 20,17). Egli ha una posizione talmente unica nei confronti del Padre, che ne è il «Rivelatore» per eccellenza.

La condizione nuova, nella quale la venuta di Gesù ha posto l’essere umano, è la filialità. Questa consiste nel dono di grazia attraverso il quale siamo chiamati a partecipare alla dignità del Figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto, che si rivela l’Unigenito del Padre.

Cristo «immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Col 1,15) proclama chi è Dio, ma ci dice anche chi è l’uomo. Egli ci rivela l’immagine dell’uomo che Dio, nella sua ineffabile bontà, porta dentro di Sé fin dall’eternità e alla quale vuole conformare tutti gli uomini fino a che Cristo non sia in essi formato (cfr. Gal 4,19). Perciò siamo collegati ai misteri della sua vita, resi conformi a lui, morti e resuscitati con lui, finché con lui regneremo (cfr. Fil 3,21; 2 Tm 2,11; Ef 2,6). Ancora pellegrini sulla terra, mentre seguiamo le sue orme nella tribolazione e nella persecuzione, veniamo associati alle sue sofferenze, come il corpo al capo e soffriamo con lui per essere con lui glorificati (cfr. Rm 8,17). «Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo» (GS, 41).          

Questa verità si rinnova in tutti i cristiani: più aumenta la loro fede e la loro unione con Cristo, più essi vi scorgono lo splendore del mistero di Dio, più si aprono a un apprezzamento nuovo delle persone e degli avvenimenti, acquisendo una maggiore consapevolezza dello splendore del loro mistero, «artefici di una umanità nuova» (GS 30). «Redento, infatti, da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l’uomo può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve, e le guarda e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio. Di esse ringrazia il Benefattore e, usando e godendo delle creature in povertà e libertà di spirito, viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi al tempo stesso niente abbia e tutto possegga: “Tutto, infatti, è vostro: ma voi siete di Cristo, Cristo di Dio” (1 Cor 3, 22)» (GS, 37). In Gesù Cristo, i cristiani diventano davvero segni del Regno e amici degli uomini[2].      

In Dio l’essere umano diventa se stesso e assume la missione di rendere umana la storia, di condividere con la creazione la libertà alla quale essa aspira (cfr. Rm 8,19 s.). Divenire se stesso, significa ricostruire la propria identità di immagine di Dio nella creazione.   

Essere figlio di Dio e divenire persona umana sono aspetti di una sola e medesima realtà, che è tanto più umana quanto più è in unione con Dio e viceversa. Le dimensioni divina e umana della persona non sussistono che simultaneamente; separate, successive, giustapposte, esse non sono vere. La relazione dell’uomo con Dio non può esistere a danno dell’uomo. Là ove non c’è essere umano, non si può neanche avere relazione con Dio. Pensarsi in Dio, significa pensarsi nella verità; volersi in Lui, significa volersi autenticamente. Il solo essere umano che si ama veramente è colui che non falsa la propria verità, colui che aspira sinceramente all’unità, alla bellezza e alla bontà della propria persona nella comunione del popolo di Dio.

Ne consegue che la separazione tra Dio e l’umanità condanna l’essere umano all’incomprensione radicale. Dio e l’essere umano costituiscono un solo e medesimo mistero. Dio crea e unisce a sé l’umanità che divinizza e adotta. Secondo il messaggio cristiano, la teologia è antropologia e l’antropologia è teologia: Dio e l’umanità non possono essere pensati separatamente. Il Dio degli uomini e gli uomini di Dio sono uniti in Gesù Cristo. Se l’essere umano non è se stesso, vero, non può riconoscere Dio, e se non riconosce il Dio rivelato, non è se stesso e si ignora.

Tutto ciò che si riferisce a Gesù Cristo riguarda l’umanità che egli ha assunto con l’incarnazione e nella quale è vissuto, è morto ed è stato glorificato. In questa ottica, anche la domanda antropologica cambia. Non ci si chiede più «chi è l’essere umano?», ma «chi è l’essere umano in Gesù Cristo e che cosa diventa in Gesù Cristo?». Come pensare la trasformazione che la condizione umana ha subito in Lui e, di conseguenza, quello che è in Lui lo status dell’umanità? Se l’umanità è rinviata a Lui per conoscere e vivere la propria verità, quale visione della realtà implica un simile modo di pensare? È un modo di pensare che non può essere compreso se non nella prospettiva di una storia che è tutta intera di Dio e in Dio, e nella quale l’essere umano è se stesso nel Verbo e con il Verbo «per mezzo del quale tutte le cose sono state create» (Gv 1,3; Col 1,16-17). Questa relazione non cresce in maniera astratta; essa viene vissuta in comunione vivente con la comunità dei credenti (cfr. GS, 22 e RH, 2-3) motivando la speranza della «creatura nuova» (Gal 6,15).   

Quanti cristiani, attraverso il loro vissuto quotidiano animato dallo stile delle beatitudini evangeliche, mostrano nei fatti e proclamano con la parola che davvero nel mistero di Cristo trova vera luce il mistero dell’uomo. Penso a tanti credenti che hanno saputo scrivere storie appassionanti di questa genuina antropologia guidata dallo spirito della Gaudium et spes.

La vocazione definitiva dell’uomo è quella divina: di conseguenza, il riferimento a Cristo non è necessario solamente per comprendere l’uomo cristiano ma l’uomo in generale. «[Nella persona umana] eccellono i valori dell’intelligenza, della volontà, della coscienza e della fraternità, che sono fondati tutti in Dio creatore e sono stati mirabilmente sanati ed elevati in Cristo» (GS 61). Un po’ prima, però, in GS 57, si parla della Sapienza creatrice con probabile riferimento a Cristo e si aggiunge: «[Il Verbo di Dio], prima di farsi carne per tutto salvare e ricapitolare in se stesso, già era nel mondo come luce vera che illumina ogni uomo (Gv 1,9)».

           
Fraternità umana

Il termine fraternità sembra scomparso dal nostro vocabolario e sostituito da quello di solidarietà. Ci si domanda se solidarietà e fraternità siano sinonimi o semplici varianti del medesimo concetto; se il legame profondo che lega gli uni agli altri e al mondo, può essere indicato indifferentemente dall’una o dall’altra parola. Pare che parlare di solidarietà sia un “indebolimento” del termine fraternità perché si passa dal concetto di fraternità a quello di solidarietà quando scompare dall’orizzonte l’idea di Dio. Il concetto di fraternità cristiana può essere compreso solo in riferimento alla parola di Dio e alla sua piena rivelazione in Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio. In questo orizzonte, risulta decisivo l’apporto della teologia cristologica espressa nel Vaticano II. La fraternità, come forma di vita e come messaggio da trasmettere all’umanità, è una logica conseguenza della confessione della paternità di Dio.  

Come la filiazione è reale (ontologica), così la fraternità, che ne deriva. In altre parole, il principio fraternità è ontologico, prima che etico: siamo fratelli e, pertanto, dobbiamo comportarci come fratelli. Base della fraternità è, quindi, la concezione cristiana della persona[3]. La redenzione restituisce all’uomo la possibilità e la capacità di riscoprire l’immagine e la somiglianza con Dio in sé e nel proprio simile; gli consente di compiere un passo decisivo verso Dio di cui diviene figlio, gli permette di chiamare fratello il Salvatore e di trovarsi fratello con quanti sono a lui uniti e a lui appartengono. «Il Padre vuole che in tutti gli uomini noi riconosciamo ed efficacemente amiamo Cristo nostro fratello, con la parola e con l’azione, rendendo così testimonianza alla verità, e comunicando agli altri il mistero dell’amore del Padre celeste» (GS, 93). Chiamarsi fratelli, dirsi fraternità, impegna a spendersi per l’altro, gli altri; a costruire una storia dove ciascuno è termine della sollecitudine dell’altro, dove il ciascuno per sé si collega al ciascuno per l’altro. «Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro con animo di fratelli» (GS, 24 e cfr. 92). Quando amiamo, amiamo da Dio e in Dio.

L’amore è fondamento della vita umana, e in particolare della vita cristiana, perché Dio è amore. Perciò amare non è per l’uomo un dovere morale, è la via per essere secondo verità, per rimanere e crescere nell’essere, esistere umanamente. L’uomo è fatto per donarsi; perdendosi, si ritrova, superando ogni forma di individualismo ed egoismo, rivela l’immagine di Dio e nella comunione con Cristo si  realizza come vera persona (cfr. GS 37-38).

Opportunamente Paolo VI scriveva: «Servono uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca d’un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso» (Populorum progressio, 20). E Papa Benedetto XVI, riflettendo sulla mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli, afferma: «La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna» (Caritas in Veritate, 19).

Amare l’uomo, amare Dio

La porta della fede è sempre aperta e una teologia conclusa è una contraddizione in termini. Non si riuscirà a sondare compiutamente in lungo e in largo, in altezza e in profondità tutto quello che si può affermare del mistero di Cristo, uomo nuovo. Il mistero di Dio è un oceano che più si naviga e più mostra l’illimitatezza dei propri confini. Ma tale mistero, come quello dell’uomo che ne è il riflesso, secondo la fede cristiana si concentra in Gesù. Se consideriamo la testimonianza di Giovanni: «Io sono la via, la verità, la vita» (14,6), non ci sorprende che Gesù resta ancora da conoscere e da amare più a fondo, e che i secoli futuri non potranno esaurire l’infinita ricchezza di senso che da lui riesce a sprigionarsi.      

Se Dio è amore (1 Gv 4,8) non può che volere amore. Cristo stesso è l’amore di Dio in azione nel mondo. Chi ama veramente sa di avere a che fare con il novum, che è la forte attrattiva del trascendente. Dio ha creato l’uomo “chiamandolo”: si chiama una persona, un soggetto, non un oggetto. La vita umana è un continuo essere chiamati da Dio e rispondere a lui per formare in Cristo una comunità con il Padre. Il momento in cui l’essere non risponde a Dio, tratta Dio come un oggetto e diventa egoista (cfr. Ef 1,4). «Abbiamo bisogno di amore, di significato e di speranza, di un fondamento sicuro, di un terreno solido che ci aiuti a vivere con un senso autentico anche nella crisi, nelle oscurità, nelle difficoltà e nei problemi quotidiani. La fede ci dona proprio questo: è un fiducioso affidarsi a un “Tu”, che è Dio, il quale mi dà una certezza diversa, ma non meno solida di quella che mi viene dal calcolo esatto o dalla scienza (...). Penso che dovremmo meditare più spesso - nella nostra vita quotidiana, caratterizzata da problemi e situazioni a volte drammatiche - sul fatto che credere cristianamente significa questo abbandonarmi con fiducia al senso profondo che sostiene me e il mondo, quel senso che noi non siamo in grado di darci, ma solo di ricevere come dono, e che è il fondamento su cui possiamo vivere senza paura»[4]. E’ Cristo la certezza liberante e rassicurante dell’esistenza umana; Colui che aiuta la persona a: convertirsi e a innamorarsi progressivamente di Lui, ad affidarsi a Lui; dimorare in Lui, a essere e a muoversi in Lui, a vivere Lui, per Lui; costruire l’edificio della propria esistenza su Gesù Cristo, ossia a vivere ogni dimensione della propria vita, compresa quella sociale. Dio e l’uomo non sono mai due concorrenti nel campo della libertà e dell’azione, l’umanità di Gesù risalta integralmente senza pregiudizio per la divinità vera: è il segreto di una lettura teologica della Gaudium et Spes.

«Il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico; tanto che possiamo altresì enunciare: per conoscere Dio (…) quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (S. August., Solil. 1, 1, 3; P. L. 32, 870) bisogna conoscere l’uomo»[5].

Dinanzi a Cristo l’uomo figura come incompiuto, possibile fratello spirituale di Cristo; perciò l’essere divino dell’umano è in divenire. Nella relazione totale a Dio l’uomo diviene se stesso. Tale relazione non viene ad aggiungersi ma è costitutiva non solo nel senso che io sono chiamato da Dio all’esistenza, ma anche nel senso che io dipendo in ogni mia parte da lui, nei miei pensieri, nella volontà come nella mia incarnazione in questo mondo. Più sono di Dio, più divento me stesso: in tale relazione costitutiva a Dio che è mistero, anche io sono un mistero, una relazione donata, prima ancora che assunta da me liberamente.       

Gesù di Nazareth, quel singolare irripetibile uomo che duemila anni fa si dichiarò Figlio di Dio e si propose ad un pugno di pescatori come la via alla verità e alla vita continua ad esserlo per noi oggi? Gesù è l’ideale o è un sogno, una fiaba utopica? Gesù, morto e risorto per noi uomini, è la verità vivente e personale, presente qui ed ora, o è un personaggio del passato? Il Nazareno è un evento che accade nell’oggi della storia e mi muove ad incontrare la realtà tutta intera - un evento in cui trova risposta l’enigma - uomo, senza che il drammadella sua libertàsia svuotato - o è solo un pretesto cui ispirare genericamente la nostra vita decisa, invece, in autonomia da Lui? Sono gli interrogativi esistenziali della nuova evangelizzazione.

Gesù è un uomo singolare in modo del tutto straordinario. Egli è unico ed irripetibile non come lo è ogni altro uomo. In questo senso, ognuno di noi è singolare, perché la sua umanità è l’umanità del Figlio di Dio.

Dimorando nel nuovo Adamo, Uomo-Dio, ciascuno è reso partecipe di un’umanità redenta, purificata, liberata dalla chiusura, dalle divisioni e dall’inimicizia nei confronti degli altri, dal fallimento morale, implicante lo stravolgimento della propria identità, il capovolgimento tra mezzi e fini. Secondo tale umanità l’amore al prossimo è senza frontiere, la ricerca della giustizia è compiuta non con la volontà della vendetta e dell’odio, ma con un animo di perdono e la volontà della riconciliazione, imitando Dio Padre che non è nemico di nessuno dei suoi figli, non discrimina il sole e la pioggia su buoni e cattivi (cfr. Mt 5,21-48).

Vi ringrazio per l’ascolto.

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NOTE

[1] Cfr. G. Routhier, Un Concilio per il XXI secolo. Il Vaticano II cinquant’anni dopo, Vita e Pensiero, Milano 2012.

[2] Cfr. M.J Le Guillou, Il Volto del Risorto. Grandezza profetica, spirituale e dottrinale, pastorale e missionaria del Concilio Vaticano II, Cantagalli, Siena 2012, pp. 271-272.

[3] Cfr. L. Lorenzetti, Fraternità o solidarietà? In “Rivista di teologia morale” 142 (2004) pp. 217-218.

[4] Benedetto XVI, Udienza, 24 ottobre 2012.

[5] Paolo VI, Allocuzione all’ultima sessione pubblica del Concilio ecumenico Vaticano II,  7 dicembre 1965.