Nelson Mandela, sostenitore della fratellanza tra bianchi e neri (Seconda parte)

L'autobiografia del leader sudafricano dovrebbe essere letta nelle scuole

Roma, (Zenit.org) Antonio Gaspari | 784 hits

Nell'arringa di autodifesa del processo di Rivionia, Nelson Mandela sottolineò che l’ANC si era sempre battuta per una democrazia multirazziale e rifuggiva da qualunque atto che poteva scavare tra le razze un solco ancora più profondo di quello che già esisteva. Spiegò che, nonostante cinquant’anni di lotta non violenta, il popolo africano soffriva di una legislazione più repressiva ed una sistematica riduzione dei diritti. “L’ANC non vuole cacciare i bianchi ma si batte per la libertà e l’autodeterminazione” affermò. 

In merito alle accuse di far parte di una cospirazione comunista, Mandela ribadì che la Carta delle Libertà non prevedeva la creazione di uno stato socialista e che l'ANC nella sua storia non aveva mai predicato il sovvertimento della struttura economica del paese, nè aveva mai condannato la società capitalistica in quanto tale.

Il leader spiegò con vigore di essere un grande estimatore della democrazia parlamentare. E precisò che la Magna Charta, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, la Costituzione americana, sono documenti venerati dai democratici di tutto il mondo. “Personalmente – disse - nutro grande rispetto per le istituzioni politiche inglesi, e per il sistema giuridico anglosassone”, e parlò poi di “ammirazione per il Congresso degli Stati Uniti la divisione dei poteri e l’indipendenza della magistratura”.

Proprio perché fedele a questi valori, Mandela denunciò la discriminazione razziale, rivendicò pari diritti politici e definì quella dell’ANC una lotta per il diritto alla vita. Concluse infine: “Ho dedicato la vita intera alla lotta del popolo africano. Mi sono battuto contro il predominio dei bianchi, così come mi sono battuto contro il predominio dei neri. Ho perseguito l’ideale di una società libera e democratica in cui tutti vivano insieme in armonia e con pari opportunità. E’ un ideale per il quale spero di continuare a vivere, fino a conseguirlo. Ma per il quale, se necessario, sono disposto a morire”.

Con la sua arringa Mandela conseguì una vittoria morale, e questo fece irritare di più i fautori dell’apartheid. Nel 1964 fu giudicato colpevole di sabotaggio e alto tradimento e fu condannato con i suoi compagni alla punizione suprema: ergastolo a Robben Island, un isolotto piatto in mezzo all’oceano di fronte a Città del Capo. Anche nel carcere i “neri” subivano discriminazioni venivano costretti ad indossare pantaloni corti, una maglietta, una casacca di tela e scarpe senza calzini, mentre i compagni di prigionia indiani indossavano pantaloni lunghi e calzini. 

Quando arrivò a Robben Island, Mandela aveva 46 anni. Disponeva di una cella minuscola, tanto che poteva percorrerne la lunghezza in tre passi, e coricandosi non aveva spazio per distendersi completamente. Robben Island era il luogo più duro e spietato del sistema penale dell’apartheid sudafricano. Ai prigionieri era permesso di scrivere e ricevere solo una lettera e una visita ogni sei mesi, di cinquecento parole, e solo dai familiari più stretti. Le parti delle lettere che potevano rappresentare messaggi politici venivano eliminate. La visita durava un massimo di 30 minuti. Un secondino assisteva, e se si accorgeva che si stava parlando di politica, la conversazione veniva immediatamente interrotta. Era vietato ricevere e leggere qualsiasi tipo di giornale. I detenuti erano sottoposti a lavori forzati: spaccare pietre da trasformare in ghiaia, oppure cavare il calcare per tutto il giorno.

Non era consentito parlare e chi fischiettava era punito. Mandela mantenne la sua dignità e continuò a chiedere il rispetto dei diritti. Chiese il diritto di vestire come gli altri detenuti. Per mesi gli fu rifiutato. Chiese l’uguaglianza nei pasti, visto che ai “neri” non davano neanche il pane. Chiese occhiali da sole mentre si lavorava alla cave di calcare all'aperto. Chiese di avere sgabelli a tre gambe per potersi sedere nelle celle, e permettere di leggere e studiare a chi, come lui, seguiva corsi per corrispondenza.

Nonostante queste condizioni Mandela scrisse: “Sono fondamentalmente un ottimista e non so se ciò dipenda dalla mia natura o dalla mia educazione. L’ottimismo è anche tenere la testa alta e continuare a camminare. In molti momenti cupi la mia fede nell’umanità è stata messa duramente alla prova, ma non volevo e non potevo cedere alla disperazione, perché quella strada mi avrebbe portato alla sconfitta e alla morte”.

Con questo atteggiamento Mandela, continuò a cercare di studiare, mantenendo sempre un atteggiamento disponibile. Tentarono di ucciderlo offrendogli la fuga, ma lui riuscì sempre a evitare le trappole. Per 27 anni rimase in prigione, ma la sua causa e le sue parole non erano state dimenticate. Nel 1990, su pressioni internazionali, e in seguito al mancato appoggio degli Stati Uniti al regime segregazionista, Mandela venne liberato. Nel 1991 venne è eletto presidente dell'ANC. Nel 1993, insieme al Presidente sudafricano Frederik Willem de Klerk venne insignito del premio Nobel per la pace. Nel '94, nel corso delle prime elezioni in cui potevano partecipare anche i neri, venne eletto presidente della Repubblica del Sudafrica e Capo del Governo. Restò in carica fino al 1998.

Il 2 maggio del 1994 quando vinse le elezioni, Mandela pronunciò parole emozionate che rimasero alla storia: “Questo è uno dei momenti più importanti della storia del nostro paese - disse - sono qui davanti a voi traboccante di gioia e di orgoglio. Sono il vostro servitore, è il momento di guarire le antiche ferite e di costruire un nuovo Sudafrica”. “Mai e poi mai – aggiunse – dovrà accadere che questa splendida terra conosca di nuovo l’oppressione dell’uomo sull’uomo…. Il sole non dovrà mai tramontare su questa gloriosa impresa dell’umanità: Che la libertà possa regnare in eterno. Dio benedica l’Africa!”.

Dopo aver abbandonato la carica di presidente nel 1999, il leader proseguì il suo impegno e la sua azione di sostegno alle organizzazioni per i diritti sociali, civili e umani. Ricevette numerose onorificenze, tra cui l'Order of St. John dalla Regina Elisabetta II e la Presidential Medal of Freedom dallo statunitense George W. Bush. Nelson Mandela è una delle due persone di origini non indiane (l'altra è Madre Teresa) ad aver ottenuto il Bharat Ratna, il più alto riconoscimento civile indiano nel 1990. Nel 2001 fu insignito anche dell'Ordine del Canada, diventando il primo straniero a ricevere la cittadinanza onoraria canadese.

Nella sua breve vita politica Mandela subì altri attacchi. Dopo aver promulgato nel 1997 il "Medical Act", una legge che permetteva al Governo del Sud Africa di importare e produrre medicinali per la cura dell'Aids a prezzi sostenibili, 39 case farmaceutiche multinazionali intentarono un processo nei suoi confronti e lo trascinarono in tribunale. Grazie alle proteste internazionali, le multinazionali farmaceutiche decisero di desistere dal proseguire la battaglia legale.

La grande forza di Mandela è sempre stata quella di non accettare di combattere le battaglie su base esclusivamente politica, ma di spostarla sul piano morale. Alla fine della sua autobiografia ha scritto: “La libertà non è soltanto spezzare le proprie catene, ma anche vivere in modo da rispettare e accrescere la libertà degli altri”. La storia di questo inguaribile ottimista per la libertà è raccontata in maniera mirabile nel libro autobiografico “Lungo cammino verso la libertà”, pubblicato da Feltrinelli. Nel luglio di questo anno Nelson Mandela ha compiuto 95 anni.  

[La prima parte è stata pubblicata mercoledì 14 agosto 2013]