«Nessuna Vita ci è straniera»

Come difendere la Vita anche nella Parrocchie

| 897 hits

ROMA, sabato, 5 novembre 2011 (ZENIT.org).- Segue il testo dell’intervento che Don Salvatore Vitiello ha svolto a Firenze venerdì 4 novembre in occasione del XXXI Convegno Nazionale dei Centri di Aiuto alla Vita (CAV).

***

di don Salvatore Vitiello
Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma

Il tema della vita, e della vita nascente, merita sempre una particolarissima e speciale attenzione da parte di ciascun uomo, non fosse altro perché ciascuno “vive”, fa, cioè, esperienza di qualcosa che chiamiamo “vita” e che determina, invincibilmente, tutto di noi.

La Chiesa si occupa della vita perché è essa stessa “viva” e perché si occupa dell’uomo, di tutto l’uomo! La Chiesa si occupa della vita perché utilizza la ragione e, con disarmante evidenza, si arrende al dato universale secondo il quale la vita è ciò che tutti possono sperimentare e che nessuno si è “dato da se stesso”.

In tal senso, la ragione umana, chiamata a riconoscere la “datità” della vita, fa un’esperienza di gratuità che, con solo qualche istante di silenzio, è riconoscibile da ogni uomo: la Vita è ciò che vivo, ciò che, in certo senso, “possiedo”, ma che non mi sono dato da me! E tale evidenza, non riguarda soltanto l’origine della vita, o il suo inizio, ma è esperienza presente: adesso, in questo istante, mentre vi parlo, ciascuno fa esperienza di non “darsi da solo” la vita, di non “auto-generarsi”: ci siamo, ma non decidiamo di esserci, esistiamo come dono, la vita ci è data.

Sia come credenti, sia come uomini “in cammino alla ricerca della verità”, come ha recentemente indicato il Santo Padre nell’incontro di Assisi (e sottolineerei come l’essere in cammino verso la verità, presupponga che una verità esista, e dunque escluda ogni posizione relativista), l’esperienza della vita come “data” è l’esperienza di un universale “oltre”, con il quale ogni uomo è chiamato a confrontarsi.

La fede, poi, viene in aiuto alla ragione e le ricorda ciò che essa dovrebbe già sapere per natura. Non potrebbe essere altrimenti e solo una concezione astratta, direi ideologica e pericolosa, di “fede”, tenderebbe ad escludere il tema della difesa della vita, in ogni sua fase. Potremmo dire che la vita è parte integrante anche della nostra Professio fidei.

La Chiesa crede in un Dio fatto uomo, vissuto in questo mondo, che ha detto di se stesso: «Io sono la Vita» (cfr. Gv 14,6), e forse in nessun altro tema, come in questo, il connubio e l’alleanza forte tra fede e ragione, tra dati biologici e verità rivelata, emerge in tutta la sua evidente e stringente necessità, sia antropologica, sia logico-razionale.

Il tema generale del Convegno, poi, suggerisce alcune riflessioni. Perché «Nessuna vita ci è straniera»? Come possiamo, con verità, affermare questo?

Ritengo che la condizione per non sentire come “straniera” alcuna vita, sia non sentire come straniera la propria vita!

Nessuna vita ci è straniera perché non ci è straniera la nostra vita. Solo cercando, incontrando, conoscendo, ri-conoscendo ed amando la radice della propria vita, e così la vita in sé, è possibile non sentire come “straniera” la vita altrui.

La cultura della morte, o se si preferisce la crisi della cultura della vita, è in realtà una crisi della coscienza di se stessi, delle ragioni profonde per cui ha senso l’esistere. È una crisi delle domande costitutive dell’io, che la cultura edonista dominante ha ridotto fino quasi a farle scomparire dalla memoria e dalla naturale familiarità dell’uomo.

Perché nessuna vita ci sia straniera, è allora necessario che non ci sia straniera la nostra vita e che sempre più uomini e donne siano aiutati a scoprire questa non-estraneità, questa familiarità con la vita che, altro non è se non familiarità con le ragioni della vita e, così, con il suo Autore.

Promuovere una nuova cultura della vita, coincide, in tal senso, con il rispondere, sistematicamente, strategicamente, indefessamente, e appassionatamente a quella che il Santo Padre ha definito «L’emergenza educativa» e che la Conferenza Episcopale Italiana ha indicato come orizzonte di riferimento per il prossimo decennio, attraverso la lettera «Educare alla vita buona del Vangelo».

Di fronte ad una tale “emergenza”, quali compiti ci stanno di fronte? Quali vie percorrere? I CAV, ben lo sappiamo, compiono un lavoro straordinario e capillare, che rappresenta il vero servizio alla vita che quotidianamente e concretamente è offerto alle madri in difficoltà, a coloro, e sono migliaia, che senza l’aiuto dei CAV non avrebbero mai potuto pronunciare il loro sì alla vita.

L’Aborto è un omicidio? Sì! Ma condannare le donne non ha mai salvato alcuna vita! È doveroso ricordare, proprio in quanto cristiani, che l’ultima parola, su tutte le brutture del mondo e della storia, è sempre “Misericordia”! È necessario intensificare, con ogni mezzo, le possibilità di aiuto concreto, sul campo, anche sotto il profilo della formazione, remota, prossima ed immediata alla tutela della vita.

Ritengo si possano distinguere, tra quelli che la Chiesa ed i cattolici possono sentire come propri, alcuni compiti più generali ed altri più specifici.

Tra quelli più generali, non senza una certa dose di coraggio, se ne potrebbero individuare almeno due:

1 - Una seria proposta di revisione della 194, anche alla luce della recente sentenza della Corte di Giustizia europea, la quale ha stabilito che è vietato brevettare medicinali ricavati da cellule staminali, con procedimenti che comportino la distruzione degli embrioni umani. Non sono un giurista e quindi lascio ad altri il compito di studiare il “come” utilizzare la sentenza e come risolvere le non trascurabili contraddizioni giuridiche che essa apre. Come può essere vietato brevettare medicinali provenienti dalla distruzione di embrioni e, nel medesimo ordinamento giuridico, essere tollerato l’aborto? Anche la giurisprudenza americana sta facendo qualche passo avanti, almeno a livello di singoli Stati.

2 - Un altro argomento forte d’impegno ecclesiale è certamente quello della difesa teologica dell'obiezione di coscienza, per il personale sanitario. Essa è, purtroppo, molto attaccata in tutta Europa e anche in Italia. È necessario che i teologi tornino a mostrare come l’obiezione di coscienza abbia valore antropologico, morale, abbia valore pedagogico e fondamento scientifico. L’obiezione di coscienza non può che essere limitata dal un solo fattore: il rispetto dell’ordine pubblico. Nessun uomo può essere obbligato ad agire contro la propria coscienza, tanto meno su temi così fondamentali e fondanti come la vita. Un forte segnale, a mio parere, in tal senso è stato la nascita, da un anno circa, dell'Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici (AIGOC - www.aigoc.com): merita attenzione per la capacità di coniugare sana dottrina, alta professionalità e stile fedele e mai spigoloso.

Tra i compiti più specifici? Che cosa si può fare per aiutare davvero la vita, a partire dalle parrocchie e dalle comunità?

Certamente la diffusione dei CAV e la loro presenza, anche visibile, strutturale, nelle Parrocchie può essere una straordinaria risorsa, pur vigilando sul rischio, sempre presente, di una indebita confessionalizzazione di quello che è, e deve restare, un servizio alla vita e, per ciò stesso, rivolto a tutti, senza distinzione alcuna!

Le Parrocchie possono grandemente contribuire ad infrangere il “muro di omertà culturale” che avvolge il grave problema dell’aborto. Pur non ritenendo generalmente percorribile la soluzione di quel Parroco di una regione del sud-italia, il quale ha deciso di far suonare “a morto” le campane per ogni aborto del vicino ospedale; tali iniziative sono il segno del profondo disagio che attanaglia le coscienze più sensibili. Vivere in una società mortifera, guridicamente contraddittoria e nella quale il valore della vita umana, non di rado, è considerato inferiore a quello della vita animale, provoca non poche tensioni interiori. Probabilmente, sorvegliando attentamente sul rischio sempre possibile del deragliamento, è necessario iniziare a dire realmente come stanno le cose, anche in termini numerici. La Beata Teresa di Calcutta docet.

Perché nelle parrocchie si avverta come centrale il tema della difesa della vita è urgente e necessario che, nei Seminari e nelle Istituzioni accademiche dove i giovani si preparano al sacerdozio, siano inclusi studi bioetici seri, documentati, scientificamente aggiornati ed in sintonia piena con le indicazioni del magistero. Non vedrei inopportuna, data l’emergenza in cui ci troviamo, anche la possibilità di inserire esperienze pastorali opportunamente guidate, al servizio della vita nascente.

È necessario esortare i Parroci ed i Sacerdoti loro collaboratori, a imparare ed insegnare le importanti “dimensioni morali” della contraccezione. Non è un mistero, purtroppo, come su questo delicatissimo tema serpeggi una grande omertà, che diviene, non di rado, tacita tolleranza. Potrebbe invece essere “profetico” ricordare l’Humanae Vitae e l’opportunità di riprendere, anche nei corsi prematrimoniali, una forte critica costruttiva della contraccezione, così come è stata culturalmente imposta dagli anni settanta in poi.

La tolleranza della contraccezione finisce per aprire le porte alla tolleranza dell’aborto, come aveva ben intuito il Servo di Dio Paolo VI.

Nessuno ignora come la bellezza di un metodo naturale, il rispetto, per così dire, della natura delle cose si possa comprendere (e vivere) solo se si è sperimentato un “altro modo” di vivere, che chiamiamo: “novità dell’incontro con Cristo”. Quindi il rifiuto della contraccezione artificiale può e deve essere indicato, ha ragioni naturali grandiose, ma presuppone una “strada nuova” che si è già iniziata ed il desiderio di percorrerla. Presuppone quell’incontro con «un Avvenimento, una Persona che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (DCE n. 1).

E’ opportuno educare alla condivisione a sostegno della vita, sollecitando anche i piccoli gruppi ad offrire concreto aiuto economico alle donne in difficoltà, sostenendo realmente il loro libero sì alla vita.

Ritengo profetica l’istituzione di gruppi di preghiera, specialmente di Adorazione eucaristica, con il coinvolgimento anche dei bambini e delle loro famiglie, a sostegno della vita ed in riparazione degli aborti compiuti. La forza della preghiera è inimmaginabile e può davvero “spostare le montagne”.

Tutto questo educherà, progressivamente, alla comprensione, all’accoglienza e, dove necessario, alla difesa, dei principi non negoziabili, anche nelle scelte politiche. Afferma il Santo Padre, nella Caritas in veritate: «La giusta peoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco che è forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono ‘sorgenti’ dell’uomo, questi principi sono chiamati ‘non negoziabili’. Quando una società s’incammina verso la negazione della vita, infatti, finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 28).

Noi non abbiamo perso questa sensibilità, per questo, «Nessuna vita ci è straniera»!