Niente pancione, i loro sorrisi e un po' di tristezza

La donna moderna e l'avversione alla maternità per scelta e per inadeguatezza

Roma, (Zenit.org) Alessandro Di Matteo | 807 hits

Senza figli, né pancione. Sorridono. Sono donne di mezza età che si raccontano in cinque brevi didascalie a corredo di un saggio “La maternità può attendere” (Mondadori) della psicoterapeuta Elena Rosci sul settimanale Donna Moderna (n. 18/2013). Eh già, a leggere i motivi che le hanno condotte a “evitare” una maternità sono davvero donne moderne. Sono donne di mezza età, tutte lavoratrici che non si sentono donne a metà.

Paola, 35 anni, di professione è farmacista. È il classico esempio di donna da Grande Fratello: di idee, non d’ambizione. Donna votata al disimpegno verso la maternità: “Un bimbo? Non ho il tempo di farlo. Sono single, cerco di sbarcare il lunario, mi arrangio tra un part-time in farmacia, un blog, un libro nel cassetto. Un figlio costa. E quando cerchi un lavoro, non averne è un vantaggio. Oltretutto manca la materia prima: gli uomini in grado di fare i padri. Più di un flirt non cercano! Quindi preferisco viaggiare, curarmi, andare in palestra”. L’orizzonte di questa donna è ferma a sé stessa, andare oltre significa mettersi in gioco, significa rivoluzionarsi. E perché farlo? Lei non ha tempo di un figlio (ma ha il tempo per il blog, per viaggiare e per la palestra sic!). Ma a sua madre, ha mai pensato, che il tempo per metterla al mondo l’ha avuto? E che se pensava come lei anni fa manco c’era ora lei dietro il bancone? Lei non sarà venuta al mondo per magia. È vero un figlio costa, eccome se costa… ma quanto ti restituisce in sorrisi, vita, amore, dedizione, compartecipazione alla vita? Ci sono valori che un bimbo dà che nessun valore economico potrebbe misurarli. Mi sembra, leggendo Paola, di avere a che fare con la classica donna moderna che a 45 anni vivrà di nostalgia e rimpianti (e destinate a realizzarsi poi, magari, attraverso la fecondazione artificiale). E quante ce ne sono purtroppo…

“Io e il mio ex marito abbiamo rimandato il progetto di un figlio per goderci la vita. Ma la vita ci ha diviso. Lui si è preso una pausa di riflessione infinita, abbiamo divorziato. Nel frattempo il mio orologio biologico si è fermato. Non ho rimpianti, non mi sento incompleta. Ho il lavoro, le amiche, sono la vicepresidente di un’associazione culturale…”, si racconta così Silvia, 41enne. Qui, invece, c’è il rovescio dell’orizzonte: il rinvio della progettualità, così lontano, da non essere infinito. La nostra vita prima di tutto, poi il resto, come se un figlio non fosse “la nostra vita”. L’accusa sottile alla vita (?!?), “che ci ha diviso” (non è che voi vi siete divisi? Suvvia un po’ di sincerità…) e la terribile scoperta, oggigiorno, purtroppo, infelice per le donne: la fertilità è arrivata al capolinea. Di rimando in rimando, Silvia non si è resa conto che la gravidanza non è “come mettere un gettone in un juke-box”, c’è un count-down del tutto naturale della fecondità. Lei non si sente incompleta, ma a costo di rinviare tutto - perché almeno idealmente ad un figlio ci pensava sennò che rinvio era – un figlio non c’è… Manca qualcuno nella sua casa.

C’è chi, invece, fa ammissione di un’assenza, tra lutti e tragedie. Lei è impiegata, 44 anni, di nome Annalisa. Credeva di essere destinata a non avere bimbi (“i medici mi avevano sempre detto che ero sterile”), poi l’inattesa gioia, frammista al dramma: “A 41 anni, a sorpresa, scopro di essere incinta. Al sesto mese, dopo 15 ore di travaglio, ho subìto un aborto terapeutico: il mio bambino aveva una malattia genetica rarissima”. Tristezza, sgomento, nessun giudizio morale, per carità. Ma il sospetto, data l’esperienza, è che ci si trovi dinanzi all’ennesimo caso di “antilingua”: lei parla di aborto terapeutico. E la terapia sarebbe la morte del bimbo?, mah… e subìto l’aborto da chi?  Non finisce qui. Perché, così racconta ancora Annalisa, “l’anno dopo il destino si è accanito ancora. Un altro test positivo. E allora ho deciso io di interrompere la gravidanza, sopraffatta dalla paura”. Che destino crudele, che in amore ti ridà un figlio in grembo!!! E quella maledetta paura (da dove verrà? chi l’ha instillata nel suo cuore?) che consente di eliminare un figlio in grembo cos’è? Purtroppo, e lo scrivo con tremore, è un sentimento omicida, che ha preso forma nella mente di questa donna a danno di un bambino. Di suo figlio. Abortire per paura (ah quante morti ignobili dietro la legge 194!!!). Il pancione? “Sì lo ammetto, ogni tanto mi manca…”. Almeno la verità finale. Misericordia.

Gli altri due casi sono similari, “avversione” alla maternità per scelta e per inadeguatezza. Marta, prossima ai 50 anni, non ha peli sulla lingua, dev’essere una di quelle toste: “Non mi sono sposata per scelta. E non ho mai voluto bambini (ci mancherebbe! mica li dobbiamo mettere al mondo con la pistola alla tempia… nda). È già difficilissimo occuparsi di sé stessi. Figuriamoci dedicarsi ad un’altra persona…”. Ah sì, giustissimo. Marta, artista-pittrice, è troppo piena di sé per pensare ad un matrimonio, figuriamoci ad un bebè. Quante ore di impegno e dedizione, di amore sacrificato lei è costata alla sua famiglia anni fa? Possibile che non c’è l’idea di essere venuti al mondo dietro l’amore dei propri genitori e che oggi si è “l’ombelico del mondo?”. Vero, dalla storia di Marta si evince un ripiegamento di prospettive, anche qui, solo su sé stessa. Tristezza. E non manca di esporre le sue convinzioni sulla vita: “Alcuni (uomini e donne, senza distinzioni) fanno figli perché sono alla ricerca di uno scopo nella vita”. Sì, quello dell’amore, quello di poter amare all’infuori di sé stessi, di poter perdere sonno e tempo, di rinunciare ai propri bisogni per lasciarsi assorbire amorevolmente, passionalmente dalle manine di un bimbo che guardandoti negli occhi ti fa “sciogliere il cuore come neve al sole”.

Caso emblematico e pietoso, per chi scrive, quello di Paola che alla fertilissima età, a 25 anni, era così avversa alla maternità cha decide “di andare in analisi perché mi sentivo sbagliata, inadeguata”. Ecco, al solo leggere queste parole verrebbe voglia di abbracciarla questa donna, oggi 51enne. Come può accadere che ad una giovane, repetita juvant, venga trasmesso un virus psicologico letale alla maternità? Da dove proviene questa espressione di inadeguatezza che si chiude alla via e deve far ricorso alle cure mediche? Un caso isolato? O l’espressione, silenziosa e culturalmente impegnata, di una frattura creata fra femminilità e maternità?

Un senso di sottile amarezza mi pervade mentre guardo i loro sorrisi. Per volontà diretta o indiretta, queste donne, belle e solari, hanno rinunciato ad un figlio in braccio. Scelte personali. Hanno rinunciato (lungi dal sottoscritto l’imputazione di colpe morali o addebiti di responsabilità) ad amare un altro cuore, altri occhi, altre manine. A confrontarsi con un bambino. E a rimettersi in gioco con lui. Un velo di gioiosa tenerezza mi inonda, dopo poco, pensando a tutti coloro, mamme in testa e padri a seguire, che nella tempesta, nella serenità, nella fatica, nel riposo, nel sudore, nel sacrificio hanno scelto, per amore e/o piacere, di dare la vita. Incondizionatamente. Che hanno scelto la vita come dono e non come possesso. Che hanno rischiato tutto ritrovandosi in casa, tra le braccia, “cento volte tanto”…

* Alessandro Di Matteo è coordinatore del Ramo Abruzzo de La Quercia Millenaria Onlus

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