"No, non finiremmo mai di parlare di Gesù"

Prolusione del cardinale Bagnasco nell'apertura del Consiglio Permanente della CEI

Roma, (Zenit.org) | 1132 hits

Riprendiamo di seguito il testo integrale della prolusione pronunciata oggi dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana ed arcivescovo di Genova, in occasione dell’apertura del Consiglio Permanente della CEI, che si svolge fino al 30 gennaio a Roma.

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Venerati e Cari Confratelli,

ci incontriamo all’inizio di un nuovo anno, che immaginiamo cruciale, riconoscendolo fin d’ora quale tempo di Dio, tempo speciale in cui Egli ci parla e ci conferma la sua volontà di salvezza verso tutti gli uomini. Il Vescovo, infatti, «dev’essere preso dall’inquietudine di Dio per gli uomini. Deve, per così dire, pensare e agire insieme con Dio. […] L’inquietudine dell’uomo verso Dio e, a partire da essa, l’inquietudine di Dio verso l’uomo devono non dar pace al Vescovo» (Benedetto XVI, Omelia per la Solennità dell’Epifania, 6 gennaio 2013). «Presi dentro» da questa inquietudine, siamo già in speciale pellegrinaggio ad limina apostolorum, toccando infatti all’episcopato italiano compiere il gesto canonicamente prescritto, e compierlo – per un dono della Provvidenza di Dio – proprio nell’Anno della Fede. Sappiamo che si tratta di un incontro di carattere unico, di un distinto evento di Chiesa, che tocca in modo singolare ciascuno di noi, perché non abbiamo a trovarci a nostra volta nel rischio di «correre o aver corso invano» (Gal 2,2). Fin d’ora, ringraziamo Benedetto XVI per l’accoglienza che ci accorda, e lo ringraziamo in particolare – come Vescovi d’Italia – per aver voluto di recente dichiarare venerabile il Papa Paolo VI: il riconoscimento delle sue virtù eroiche esemplifica in modo eminente che l’autorità episcopale o si sostanzia della testimonianza evangelica o difficilmente parla al mondo d’oggi.

Siamo ancora avvolti dall’ala del Natale, mistero di sconfinata delicatezza e insieme di vigorosa scossa: «Abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare in noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? […] La questione che riguarda Lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero?» (Benedetto VI, Omelia della Messa di Mezzanotte, 24 dicembre 2012). Non è una domanda che ci poniamo di passaggio, essa ha ruolo centrale e definitivo nella nostra esistenza: quanto il recente Natale ci ha spinto a purificare il nostro sguardo, a riconsiderare le nostre priorità, a scuotere stanchezze, ad affinare i nostri pensieri sulla verità di Cristo? Nell’aula del Sinodo – esperienza di Pentecoste – è risuonata dall’intero Orbe che anche nell’irrinunciabile compito di annunciare il Vangelo, prima di ogni altra considerazione, è Lui che dobbiamo guardare sempre di nuovo; Lui, la lieta notizia e l’annunciatore primo, la verità e il maestro, il seme e il seminatore. Fa parte «del diventare cristiani l’uscire dall’ambito di ciò che tutti pensano e vogliono, dai criteri dominanti, per entrare nella luce della verità del nostro essere e, con questa luce, raggiungere la vita giusta» (J. Ratzinger-Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù, Rizzoli-Editrice Vaticana 2012, pag. 80). In Gesù vi è, infatti, il segreto di ogni metodo e di ogni vera efficacia: Lui, Gesù, è la Luce vera che viene nel mondo, il Figlio del Dio vivente, il Rivelatore del Dio invisibile, il Prototipo dell’umanità, il Centro della storia e del mondo, la Meta del nostro cammino, il compagno di strada, l’Amico indefettibile, il Sostegno sorprendente, il Conforto risanatore, la Speranza affidabile, Egli è la nostra ineffabile gioia! Sì, benché nessuno possa negare che siamo dentro a un travaglio storico delicatissimo e intricato, noi sappiamo di poterci affidare alla gioia. Una gioia che reinterpreta e ricolloca le angosce, gioia che spoglia le apparenze e aiuta a riconoscere la vera consistenza dei virgulti positivi che il nostro tempo genera. Gioia che non è solo un sentimento, una fragile emozione: è una Persona. Lui è tutta la nostra gioia, nel senso che le ricapitola tutte, condensandole in Sé. No, non finiremmo mai di parlare di Gesù. E se anche stasera o domani, nell’opinione pubblica echeggeranno solo alcune delle nostre parole, e non precisamente queste – forse perché ritenute ovvie, di maniera, persino scontate –, si sappia però che è questo, è Gesù Cristo che noi vogliamo porgere, il Suo nome far risuonare. Non è vero che a noi interessa far politica, noi vogliamo dire Gesù. Uomini e donne che ci ascoltate, qualunque sia la vostra interiore convinzione, noi Pastori abbiamo da dirvi una parola antica che si affida alla nostra povera voce, ma che fa eco a quella poderosa dei secoli: «l’Infinito fatto bambino, è entrato nella nostra umanità» (Benedetto XVI, Messaggio Urbi et Orbi, 25 dicembre 2012), cioè ha fatto qualcosa di non immaginabile, ha compiuto l’impossibile, e comunque qualcosa che va al di là dell’umana comprensione. Eppure, questa Onnipotenza d’amore ha scelto di non imporsi alla nostra libertà, ma solo di offrirsi. Egli non vuole «entrare nel mio cuore se non apro io la porta» (ib). Sì, Porta fidei, è ciò che cercheremo di sperimentare in quest’anno di grazia, sperimentare nella gioia (cfr Paolo VI, Gaudete in Domino, 1975)! C’è una diffusa mestizia, che si tenta di attenuare con il chiasso e il rumore, ma Lui – inesorabile nel suo amore – sta alla porta e bussa (cfr Ap 3,20), e ognuno deve decidere se aprirgli, deve soppesare la convenienza anche umana del credere in Lui: «Potremmo rimanere spaventati, davanti a questa nostra onnipotenza alla rovescia. Questo potere dell’uomo di chiudersi a Dio» (Messaggio cit.). Abituati a trattare con un altro genere di prodigi – della scienza e della tecnica – o con un altro tipo di poteri – politici o giudiziari – potremmo forse non cogliere subito l’assoluta novità di questo impareggiabile Prodigio, di questa ineguagliabile Onnipotenza. L’«ignoranza pratica» circa la fede (Benedetto XVI, Discorso ai Vescovi francesi, 30 novembre 2012) troppo spesso ci ottunde e devìa. Attenzione, però; chinandosi, Dio ci provoca, ci sfida amorevolmente a cogliere il vuoto diffuso attorno a noi e dentro di noi, «ma è proprio a partire da questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne» (Benedetto XVI, Omelia per l’Apertura dell’Anno della Fede, 11 ottobre 2012). Un germoglio di eternità possiamo impiantare nell’umana gestazione della vita, scenario impensabile, soprassalto di orgoglio: è un Miracolo quello che abbiamo tenuto tra le mani a Natale, miracolo che ora dobbiamo vivere perché fiorisca il deserto.I fronti di crisi che più ci sgomentano, all’inizio di questo anno che ancora una volta il Papa ha voluto inaugurare nel segno della Pace, sono le situazioni di persecuzione in cui si trovano i cristiani, situazioni che in buona parte coincidono con i conflitti aperti in diverse nazioni, ma in parte si sviluppano anche là dove apparentemente non dovrebbero esserci motivi di tensione. Oltre ai luoghi ormai noti, emergono in Asia nazionalismi razziali che suscitano periodicamente furori intolleranti sotto gli occhi distratti dell’Occidente, che proclama sì i diritti umani ma poi sembra volerli applicare ed esigere con pesi e misure diverse. Bisogna aggiungere le frontiere incresciose dell’Africa: Nigeria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Mali, in cui le ragioni degli attacchi si mescolano e i motivi pubblici delle violenze sembrano voler identificare il cristianesimo con il mondo occidentale. Eppure il Vangelo, ovunque si incultura, si fa costantemente accompagnare da esperienze di soccorso alle popolazioni, spesso le uniche riscontrabili in loco. Poi ci sono le migrazioni etniche basate sempre sul fattore religioso, per cui i cittadini che professano il cristianesimo – religione che magari è storicamente la più radicata in quell’ambito geografico – debbono andarsene lasciando tutto quello di cui era fatta la loro esistenza, e ciò per non abiurare la fede. Dietro i sommovimenti avvenuti di recente nel Nord Africa, emergono inquietanti tentativi di ulteriore discriminazione, e in troppi Paesi ai cristiani non è consentito alcun segno di appartenenza religiosa, salvo mimetizzarsi, nascondersi, dislocarsi. Gli esperti parlano complessivamente di oltre centomila cristiani delle varie confessioni uccisi nel 2012. Una cifra spaventosa, che non può lasciar indifferente nessuno – singoli e istituzioni – tanto meno in nome di interessi economici e politici. Quanti soffrono e muoiono per Cristo lo fanno anche per noi, e noi li sentiamo nostri fratelli nonostante qualsiasi distanza. Nell’economia misteriosa attraverso cui si intesse concretamente il regno di Dio sulla terra, è la comunione con queste situazioni di martirio che dà verità e vigore al nostro lavoro pastorale, impegnato oggi nella rievangelizzazione delle terre che hanno da tempo conosciuto il Vangelo. Se le nostre parrocchie tenessero viva, anzi alimentassero, una sistematica memoria dei fratelli che nel mondo sono perseguitati, anche la locale vitalità della fede ne sarebbe rimotivata. Chi infatti, se non costoro, possono darci ragioni e convinzioni di slancio autentico?

Nel contempo, non abbandoniamo mai la preoccupazione per il problema della fame nel mondo e l’impegno per gli aiuti da prestare alle varie regioni. La crisi alimentare, a giudizio del Papa, è «ben più grave di quella finanziaria» (Messaggio per la 46a Giornata della pace, n. 5). Ci sono le istituzioni preposte, ma c’è innanzitutto  la solidarietà che mai deve venir meno, a livello pratico e anche a livello culturale. Benedetto XVI ha di recente voluto valorizzare la formula cooperativistica quale strumento efficace per combattere strutturalmente la fame. Dare impulso al lavoro autoctono e specialmente agricolo è «un modo per consentire agli agricoltori e alle popolazioni rurali di intervenire nei momenti decisionali e insieme uno strumento efficace per realizzare quello sviluppo integrale di cui la persona è fondamento e fine» (Messaggio per la Giornata dell’Alimentazione, 16 ottobre 2012). Una circostanza questa che ci induce ad esprimere, per assonanza, vero stupore per una specie di improvvisa incomprensione che ha colpito il settore dell’economia sociale: proprio da noi, che storicamente siamo stati tra i primi a sperimentarla e abbiamo così tante ragioni concrete per stimarla. Nutrire più rispetto per l’economia sociale e civile, e per le sue esperienze più tipiche in quello che è chiamato il Terzo settore, è condizione per continuare a disporre del cespite di un’economia prossima a tutti e certamente propizia per la collettività.

Ma c’è un’altra emergenza che il Natale, con il suo realismo crudo e implacabile, ha messo sotto gli occhi di chi vuol vedere: la condizione di indigenza che si va obiettivamente allargando, e sta intaccando segmenti di società in cui prima era sostanzialmente marginale. I dati vengono monitorati da varie agenzie, le quali oggi convergono nell’assegnare uno spessore crescente al fenomeno. A nessuno deve far comodo esagerare in termini catastrofici, ma occorre però che il Paese non esorcizzi la realtà. Gli schemi sociali classici sono saltati e non si ripristineranno automaticamente. Scongiurato il baratro, è il momento decisivo e irrimandabile del rilancio. La ripresa, quando ci sarà – e segnali di speranza, grazie a Dio, cominciano ad affacciarsi – non sarà tale purtroppo da porre rimedio da sola alle emergenze nel frattempo scoperte. È il sistema che va posto in discussione – il meccanismo consumi-spesa-debito pubblico (cfr. Messaggio per la 46a Giornata Mondiale della Pace, n. 5) – abbandonando la logica delle “illusioni” che ha fatalmente mostrato la propria assoluta inadeguatezza morale e pratica. C’è da rivoluzionare il modello grazie al supporto di un pensiero nuovo, fermamente convinti che il lavoro è definitorio dell’umano: esso, infatti, è la nobile partecipazione dell’uomo all’opera del Creatore, consente il dignitoso sostentamento, contribuisce alla costruzione della società, esprime le potenzialità di ciascuno nell’armonia generale, genera futuro per tutti. Giustamente da più parti si evidenzia la nuova rilevanza che ha acquisito la questione sociale in Italia e in Europa, per gli esiti di emarginazione che sta creando. Noi, per la prossimità che ci è data con la vita reale della gente, non possiamo che confermarlo con crescente allarme e soprattutto con cuore afflitto: «La giustizia chiede di superare lo squilibrio tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario» (Benedetto XVI, Discorso all’Angelus, 16 dicembre 2012). E tra quanto è più necessario è proprio il lavoro, bene «prioritario, anche nei periodi di recessione economica» (Benedetto XVI, Discorso a Justitia et Pax, 3 dicembre 2012). La disoccupazione giovanile è, per ora, una sorta di epidemia che non trova argini, mentre ci si chiede se le iniziative legislative che si sono finora succedute abbiano determinato sollievo o aggravamento. Bisogna che le competenze migliori cooperino in uno sforzo solidale e così ogni istituzione, affinché si possa vedere e toccare il rilancio dell’occupazione e dell’economia; rilancio per il quale la gente ha accettato sacrifici anche pesanti. Tanto patrimonio di responsabilità e rigore, di dignità e adattamento, non può andare sprecato per colpa di alcuno – sarebbe un insulto – e invece si deve cominciare a vederne i frutti. Non può essere il capitale umano quello che per primo viene messo in discussione quando un’industria è in sofferenza; se è approdata ad alti livelli è grazie al lavoro e all’apporto delle diverse maestranze, ed è ingiusto che proprio queste, per prime, vengano messe alla porta. Vorremmo incoraggiare e sostenere quanti, nei diversi ruoli, vanno per il mondo ad assicurare credibilità e aprire nuovi sportelli di mercato. Vediamo lavoratori che si stringono di più gli uni agli altri, che cercano di appoggiarsi reciprocamente in modo generoso e intelligente. Vediamo famiglie che solidarizzano, condividendo economie e risorse, scambiando tempo e servizi. Vediamo giovani – non sono per noi i nuovi invisibili – non disposti ad arrendersi. A loro siamo particolarmente vicini in ogni momento di disillusione, ma anche in ogni tentativo che conducono: in ogni curriculumche inviano, ad ogni porta a cui bussano, siamo con loro per appoggiare la loro tenacia. Nel frattempo tuttavia bisogna che il sistema sappia migliorare le prestazioni e innovare nel senso della sostenibilità, della ricerca, della sicurezza. Bisogna affinare le eccellenze, sveltire i processi, alleggerire la macchina burocratica, valorizzare continuamente la creatività e l’inventiva. E bisogna abbandonare la logica dell’essere contro “a prescindere”, atteggiamento che appare come un’offesa all’intelligenza e alla serietà delle questioni. La logica del sospetto ideologico genera divisioni artificiose, contraccolpi indesiderati, ritorsioni a loro volta superficiali e dolorose. Servitori di Gesù Cristo, noi Vescovi vorremmo annunciare oggi, con particolare persuasione, il vangelo del lavoro. Gesù ha investito almeno due decenni della sua vita nel laboratorio di Giuseppe, ha conosciuto la fatica del lavoro, l’ha praticata senza sconti o fughe. Anche in quel lungo tratto della sua esistenza, Egli ubbidiva al Padre e aveva un programma da indicare a noi.

Una parola, in questo contesto del welfare, vorremmo dirla a proposito della sanità: da una parte per condannare gli imbrogli, i maneggi, le astuzie che si consumano in un settore ad altissima vocazione altruistica, dall’altra per prendere le distanze da logiche irrazionalmente pretenziose e talora esclusivamente campanilistiche. Dobbiamo allargare lo sguardo. Chiediamo tuttavia che la politica dei tagli sia compensata e guidata dal criterio che al centro vi sia sempre la persona del paziente: quale che sia la sua età e condizione, va prioritariamente salvaguardata. Per questo ci sono specialità, competenze e ricerche che vanno strategicamente preservate. Non ci devono essere privilegi, ma neppure visioni ristrette o punitive.

Un’altra parola, molto convinta, intendiamo riservarla alle popolazioni del Meridione, non da oggi vessate dalla malavita, i cui tentacoli ormai si allargano all’intero Paese. Dobbiamo vigilare, resistere, incoraggiare, denunciare, bonificare e recuperare: tutto in una chiave di educazione e promozione umana che è inseparabile dall’evangelizzazione.

Queste problematiche sociali, in certa misura antiche ma anche inedite, hanno oggi una spigolosità che non lascia certo indifferente la nostra Chiesa, la quale per la sua parte intende rispondervi rinnovando profondamente se stessa e la propria presenza sul territorio, anzitutto grazie ad un profilo più missionario delle parrocchie: «Il messaggio cristiano viene seminato e si radica efficacemente là dove è vissuto in modo autentico ed eloquente da una comunità» (Benedetto XVI, Messaggio all’Assemblea del CCEE, 8 ottobre 2012). La riduzione del clero non può coincidere con l’affievolirsi di tali presidi pastorali, anzi è semmai il tenerli ancor più aperti, attenti e prossimi alle persone che può configurare una fondamentale risposta alla sfida della nuova evangelizzazione. È noto quello che viene messo in campo dalle nostre Diocesi per rispondere all’appello dei bisognosi. In tal senso, la sensibilità e la reperibilità, riscattate da pragmatismi farraginosi e connotate da amicizia e condivisione, diventano caratteristiche irrinunciabili della carità evangelica. Ma oltre al territorio, quest’opera va meglio coniugata con la pastorale degli ambienti, in vista di un accreditamento reciproco e un’integrazione più consapevole ed esplicita con la presenza dei movimenti e delle aggregazioni, come  con proposte che per natura loro sono sovra-parrocchiali. Si pensi alle GMG o ai pellegrinaggi. Una pastorale integrata, dunque, che ponga il proprio baricentro nell’Eucarestia, e da lì si moduli senza isolazionismi, mirando a ciascun soggetto e ciascun ambito, finanche ai crocicchi delle strade. Ma mentre attiviamo una migliore creatività (cfr. Benedetto XVI, Omelia per la conclusione del Sinodo, 28 ottobre 2012), dobbiamo sempre ricordare che non è il nostro fare più o meno esasperato che compie il miracolo della fede, bensì il consentire attraverso di noi il fare del Signore, il non ostacolarlo e anzi favorire la sua attrattività. Lui fa nascere figli di Abramo dalle pietre (cfr Lc 3,8), Lui dobbiamo collocare sempre più al cuore della nostra attività e delle nostre relazioni, Lui riconoscere come il senso vero di ogni iniziativa catechetica e di ogni sforzo per rinnovarla, Lui soprattutto la Presenza palpitante di una liturgia meno pragmatica e sciattamente didascalica, perché meglio capace di far incontrare il Signore, non noi. È nella cura ai sacramenti, a partire da quelli dell’iniziazione cristiana, che parrocchie e diocesi mettono in gioco il permanere della loro cattolicità. Non abbiamo un prodotto da imporre – come ci avvertiva il Messaggio finale del Sinodo – ma una Persona, una presenza, un’amicizia che cambia la vita. In questo senso è la testimonianza e sono i testimoni coloro che concretamente fanno la nuova evangelizzazione. Qui si insinua la dinamica di una nuova devotio di cui pure s’è parlato, che deve spingerci a ritrovare, nella post-modernità, quei modi e quelle occasioni atte a parlare al cuore. Cercando di arrestare ogni processo di involontaria auto-secolarizzazione, le nostre comunità devono rispondere alla nostalgia di Dio, senza porre in alternativa ciò che è essenziale con il clima necessario alla pietà, al senso di stupore, all’interiorizzazione. Se si è impoverito il lessico della fede ed è stato eroso il linguaggio che teneva viva la relazione con Dio, bisogna far sì che il tempo della nuova evangelizzazione coincida con la riscoperta dell’identità cristiana e della sequela personale del Signore. C’è una tiepidezza che discredita il cristianesimo, osservava il Papa: «La fede deve divenire in noi fiamma dell’amore […] la verità diventi in me carità e la carità accenda come fuoco anche l’altro. Solo in questo accendere l’altro attraverso la nostra carità, cresce realmente l’evangelizzazione, la presenza del Vangelo, che non è più solo parola, ma realtà vissuta» (Meditazione alla 1a Congregazione generale del Sinodo, 8 ottobre 2012). Sotto il peso della congiuntura, il popolo italiano si è mostrato ancora una volta solido: nella capacità di dedizione e di sacrificio ha rivelato forza di tenuta e di speranza. Ma nessuno s’illuda o cerchi spiegazioni ideologiche e parziali: se ciò è accaduto, prima che ai risparmi, alle autoriduzioni, alla revisione di stili di vita, ciò è dovuto al naturale e insostituibile moltiplicatore di ogni più piccola risorsa: la famiglia. È il suo patrimonio di amore,  di sostegno e di legami virtuosi, che permette ad ognuno di mantenere quell’invisibile e incomparabile capitale di autostima e fiducia che nessuna ricchezza materiale può comprare, e senza del quale le difficoltà diventano massi schiaccianti. Neppure possiamo dimenticare che a livello pubblico hanno rappresentazione la volatilità degli indicatori economici, la gracilità della sicurezza economico-sociale, l’improvvisa friabilità dei nostri argini di garanzia, l’imperiosità delle disposizioni europee. È comprensibile dunque un certo senso di smarrimento. Azioni importanti nell’ultimo periodo sono state fatte per recuperare affidabilità e autorevolezza, a prezzo anche di pesanti sacrifici non sempre proporzionatamente distribuiti. Il Paese ha tenuto duro, avvertendo intuitivamente che stava facendo quello che bisognava fare. Resta ora da saldare in modo anche visibile la disponibilità della gente con il costume pubblico e politico. Non c’è un rigore istituzionale degno di questo nome se non ci sono formazioni politiche che lo assumono su di sé, lo interpretano con scrupolo, ciascuna con le proprie sensibilità, ma alla fine su di esso sostanzialmente convergono. Si respira uno sbilanciamento tra il desiderio popolare di uscire dal tunnel e ciò che viene messo  in campo perché l’impresa riesca grazie all’iniziativa dei pubblici poteri. Di qui la percezione di un Paese perennemente incompiuto, che costa molto a se stesso ma non riesce ad ottenere i risultati che merita. Sistema non riformabile?, ci si chiede. Dipende dalla capacità della classe politica complessivamente intesa di sfidare i propri vizi storici, mettendo con ciò in riga anche i comportamenti popolari che resistono al cambiamento, come il costume dell’evasione fiscale o quello delle “scorciatoie”. Ma finché non si dimostrerà vincente la logica del merito, dell’obiettività, del non-familismo, sarà difficile confidare. Finché la lotta all’evasione non produrrà risultati in cifre consistenti, e queste entrate non serviranno per abbattere la tassazione generale, è difficile dar credito alle promesse. Il precipitare della legislatura verso una prematura conclusione sembra aver risvegliato, nel panorama politico, una agilità e prontezza sorprendenti. C’è un professionismo esibito nelle fasi elettorali che palesemente contrasta con la flemma e la sciatteria dimostrate talvolta in altri frangenti, come se si volesse stare a guardare lo svolgersi degli eventi, pronti ad appropriarsi dei meriti ma non a condividere i pesi, pronti a cogliere l’occasione opportuna. Opportuna per chi? Forse per il Paese? «La Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile»: queste parole normative di Benedetto XVI, espresse nella sua prima enciclica Deus caritas est, al n. 28, sono il binario a cui strettamente ci atteniamo. Ma se la Chiesa non è chiamata a caricare immediatamente su di sé il compito politico, «non può e non deve neanche restare ai margini nella lotta per la giustizia» (ib). Per questo, a quanti sono in campo osa oggi richiedere parole chiare circa le proprie personali intenzioni, e alle formazioni politiche l’impegno su programmi espliciti, non infarciti di ambiguità lessicali e tattiche. Il Paese sano è stanco di populismi e reticenze di qualunque provenienza e comunque vestiti. Le riforme domani saranno realizzate solo se oggi non si fanno promesse incaute e contraddittorie. Gli italiani, a quel che comprendiamo, non chiedono l’impossibile, esigono piuttosto che nessuno dei sacrifici compiuti vada deviato o perduto. E che a partire da questi sacrifici si allestisca l’intelaiatura di una ripresa concreta, diffusa, equa. Ma un simile obiettivo, insieme morale e politico, è concretamente sperabile se non manca ora la capacità di autocritica, l’abbandono di ogni automatico addebito ad altri, la determinazione di non raggirare domani gli impegni assunti con l’elettorato oggi. La gente vuole che la politica cessi di essere una via indecorosa per l’arricchimento personale. Per questo s’impone un potere disciplinare affidabile e una regolazione rigorosa affinché il malcostume della corruzione sia sventato, tenendo conto però che a poco servono le necessarie leggi se le coscienze continuano a respirare una cultura che esalta il successo e la ricchezza facile, anziché l’onore del dovere compiuto.Il prossimo vaglio elettorale ci renderà più o meno poveri? Ecco un modo, a nostro avviso non banale, per affrontare le scadenze all’orizzonte. Va da sé che qui stiamo parlando di indigenza o di benessere secondo il prevalente profilo antropologico. Se è sacrosanto il ciclico appello al popolo, affinché in coscienza e responsabilità questi decida sulla strada da percorrere e sulla classe dirigente a cui per un tratto affidarsi, a ciò corrisponde il diritto-dovere di ogni cittadino alla convinta partecipazione alla vita civile e politica del Paese. Per questo merita superare allergie e insoddisfazioni, anche profonde: la diserzione dalle urne è un segnale di cortissimo respiro. Non bisogna cedere alla delusione, tanto meno alla ritorsione: non sarebbe saggio e, soprattutto, sarebbe dannoso per la democrazia. Partecipare è dovere irrevocabile, specie se si pretende di inserire questa prossima scelta in un quadro più maturo che coinvolga nei debiti modi l’intera vita civile. Tornano qui provvidenziali le elaborazioni sulla società che a più riprese sono state condotte dalle nostre Settimane Sociali: guardare con sufficienza, o peggio ironizzare sull’afasia dei cattolici e dei Pastori, è quanto meno ingiusto come è stato anche recentemente riconosciuto. La dottrina sociale cristiana ha una sua precipua originalità rispetto al collettivismo sedicente progressista e al liberismo falsamente egualitario.

È certamente riconosciuto dalla coscienza in generale l’esigenza di esprimere il proprio voto liberamente, cioè svincolato da suggestioni e da pressioni spesso veicolate da minoranze che hanno l’abilità di non apparire tali. La biopolitica è oramai una frontiera immancabile di qualsiasi programma. Francia, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti…, per limitarci a questi soli Paesi, ci dicono che non si può far finta di accantonare i problemi quando sono semplicemente nodali nelle società post-moderne. Parlare di vita, salute, malattia, stati cosiddetti vegetativi, dolore, previsione infausta, medicina palliativa, invasività delle diagnosi, disabilità, rapporto medico-ammalato, ma anche di medicina e bilancio dello Stato, obiezione di coscienza, politica dei trapianti… significa affrontare temi cruciali che tali saranno sempre di più. Insieme a quello scandaloso – per le evidenze che vorrebbe ignorare – dell’aborto, della maternità surrogata, dell’eutanasia attiva o passiva. Andando sul concreto, quanti aborti e quanti tentazioni eutanasiche si verificano a motivo del primato economicista? Non ha senso nascondere gli argomenti, riconoscendo invece cittadinanza elettorale solo all’economia, in quanto fenomeno che obiettivamente brucia. Si parla ovunque di biopolitica e di biodiritto; perché non concepire anche l’economia come bioeconomia? Linee di compromesso, o peggio di baratto tra economia ed etica della vita, a scapito della seconda, sarebbero gravi. Senza il primato antropologico non solo la finanza e l’economia sarebbero oppressive perché ridurrebbero la persona in termini di costi e ricavi, ma anche lo stato sociale nascerebbe su basi anguste e riduttive.

Né ci si può illudere di neutralizzare in partenza il dibattito, acquisendo all’interno delle varie formazioni orientamenti così diversi da annullare potenzialmente le posizioni, o prevedere al massimo il ricorso pur apprezzabile all’obiezione di coscienza. Viene qui spontanea una analogia con la famiglia: come questa ha un volto, un’identità fatta dal suo modo di ragionare, di amare e di agire, così è della società e dello Stato se vogliono essere una comunità, e non solo un agglomerato di interessi o istanze particolari. In questa seconda ipotesi, lo Stato potrà solo cercare di “tenere a bada” gli appetiti contrastanti dei singoli soggetti o parti, allergici ad un progetto di bene comune. Il suo massimo merito sarebbe in questo caso di bilanciare non di costruire. Ma la famiglia – riferimento principale dell’analogia – non è questo! La famiglia è una scelta d’amore che – in un progetto comune – diventa patto tra un uomo e una donna nel matrimonio.

Similmente, anche la società deve avere alla base un progetto di bene comune, altrimenti cadrà fatalmente in balia di pressioni o interessi contrastanti, dove sarà ascoltato ed esaudito chi fa la voce più forte e insistente. Ora, alla radice del bene comune troviamo le realtà primarie della vita, della famiglia e della libertà, che si intrecciano e si richiamano universalmente perché sono valori fondativi e quindi irrinunciabili dell’umano. Si potrebbe dire che l’inviolabilità della vita è il principio, la famiglia ne è il grembo sorgivo, la libertà la condizione prima di sviluppo. Tutto il resto viene di conseguenza. Quando la Chiesa si interessa dell’inizio e della fine della vita, lo fa anche per salvaguardare il “durante”, perché ciò che le sta a cuore è tutto l’uomo, la cui dignità non è a corrente alternata. Sviluppando la precedente metafora, nella famiglia nasce la vita, viene accudita con amore e dedizione, fedeltà e gioia, tanto più quanto essa si presenta fragile e indifesa. La piccola vita – come la vita malata o anziana – è sentita parte viva e cara del corpo familiare poiché ognuno è importante, e sta a cuore agli altri per quello che è, non per ciò che fa o produce. Così deve essere nel corpo sociale e nello Stato. Lasciar andare alla deriva la vita fragile, che non ha neppure la voce o il volto da opporre per affermare se stessa, rivela un’autocomprensione efficientista e arrogante dello Stato, una sua inquietante carta d’identità, pur se il tutto è spesso motivato con ragioni alte. È qui in questione non la sofferenza e il dramma di persone concrete, ma il porsi – e prima ancora il concepirsi – di uno Stato verso i suoi membri. La fotografia realista di una società è determinata anzitutto dal suo rapportarsi virtuoso non verso i soggetti efficienti, produttivi e gagliardi, ma verso i più bisognosi e indifesi. Sta qui la sua prima e incancellabile verità. E non in termini di assistenza, ma di giustizia poiché questo è lo scopo della buona politica. La vita fragile interpella non solo la famiglia, che già se ne fa carico, ma la società intera. Chiede alla comunità e ai suoi apparati istituzionali di non essere abbandonata ma di essere presa “a cuore”. È evidente che ciò rappresenta un impegno per la collettività in termini di risorse economiche e assistenziali; come è evidente che tali vite spesso non avranno da ricambiare con compensi o consenso. Ma la vera risposta sta nel fatto che la società avrà fatto il proprio dovere, paga di essere umana. Ecco perché quando si giunge di fronte alla grande porta dei fondamentali dell’umano, non è possibile il silenzio da parte di alcuno, persone e istituzioni: si è arrivati al “dunque”. Reticenze o scorciatoie non sono possibili: bisogna dire il volto che si vuole dare allo Stato, se è una famiglia di persone o un groviglio di interessi; se un agglomerato di individui o una rete di relazioni su cui ciascuno sa di poter contare, specialmente nelle fasi di maggiore fragilità.

Certo la difesa dei diritti ha fatto grandi progressi, e dunque in qualche modo può ritenersi un dato basilare unificante le diverse formazioni e diversi gruppi. Ma come non riconoscere una singolare tendenza arbitrariamente selettiva di quanto viene proposto come irrinunciabile e innegoziabile? Ecco perché la già evocata «questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 75). Dobbiamo stare attenti che una certa cultura nebulosa non ci annebbi la vista, inducendoci a non riconoscere più, tra i principi che mandano avanti la società, i fondamenti che non sono confessionali, come si insiste a dire, ma semplicemente di ordine razionale. Anzi, è necessario che in un momento elettorale si certifichi dove essi trovano dimora. Si tratta della vita, come ho detto, dal suo concepimento alla morte naturale, dunque la rinuncia all’eutanasia comunque si presenti, la libertà di coscienza e di educazione, la famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra l’uomo e la donna, la giustizia uguale per tutti, la pace. Sono le determinazioni storico-pratiche o principi basilari, dunque non negoziabili, per i quali c’è un fondamento, oltre che nella ragione, nella nostra stessa Costituzione, e ai quali tutti gli uomini di buona volontà debbono attenersi. Chiunque si rifà al bene comune immediato non può non considerarli per ciò che sono, ossia valori non derogabili sul piano della civiltà politica, pena un arretramento antropologico e sociale. Perché la Chiesa insiste tanto? Perché ha a cuore l’uomo! Perché è chiamata a rappresentare «la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misura. […] La Chiesa certamente non ha soluzioni pronte per le singole questioni. Insieme alle altre forze sociali, essa lotterà per le risposte che maggiormente corrispondano alla giusta misura dell’essere umano. Ciò che essa ha individuato come valori fondamentali, costitutivi e non negoziabili dell’esistenza umana, lo deve difendere con la massima chiarezza. Deve fare tutto il possibile per creare una convinzione che poi possa tradursi in azione politica» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2012). Su questi principi i cattolici sanno che non esiste compromesso o mediazione comunque si voglia chiamare, poiché ne va dell’umano nella sua radice. Per questo la Chiesa è “avanguardia”. Si sente ripetere che questi sono valori “divisivi” mentre quelli sociali sarebbero “unitivi”: in realtà, i valori sociali dei quali abbiamo parlato sopra e che la Chiesa conosce e pratica fin dal suo nascere (cfr At 2) stanno in piedi se a monte c’è il rispetto della dignità inviolabile della persona. Fa specie che taluno consideri tali principi come retaggio clericale quando sono le garanzie ultime per gli indifesi e i senza diritto di parola. In questa cornice, ci pare senza dubbio importante la campagna «Uno di noi» che partirà prossimamente e vuole portare nelle sedi comunitarie l’istanza della vita, senza più selezioni. Così come stupisce che si programmi fin d’ora di discostarsi da essi, quale passaggio necessario per “entrare” a pieno titolo nell’Europa evoluta. Ma l’evoluzione e il progresso consistono nel negare i valori umani? E perché dovremmo noi inseguire e copiare qualcuno che, abdicando ad essi, si è allontanato dal circuito valoriale ed è entrato in un assolutismo del relativo, del precario, del soggettivo, rischiando di congedarsi dalla storia? Gli esiti sociali riscontrabili di quella impostazione ci legittimano a tanto? Perché si dovrebbe «contenere» l’Europa – per altro necessaria – quando avanza pretese esigenti sul fronte – ad esempio – delle regole sul lavoro, ed assecondarla invece quando vorrebbe decidere dell’equilibrio esistenziale della nostra umana esperienza? Fa pensare la Caritas in veritate quando avverte: «Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza persino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?» (ib). Come Vescovi, sentiamo di dover far nostro l’invito proveniente oggi anche da soggetti insospettabile, di non lasciarci dividere dal secolarismo piegato in versione nichilista. La crisi in atto – che in ultima istanza può essere vinta solo con la cultura della vita (cfr Messaggio CEI per la Giornata della vita 2013), ci ricorda che senza un’apertura al trascendente l’uomo diventa incapace alla lunga di agire per la giustizia (cfr. Benedetto XVI, Discorso a Justitia et Pax cit.). Dunque, il bene comune immanente che tenacemente va perseguito, deve mantenere i cieli aperti perché questo procura perentorietà e dedizione all’iniziativa dei singoli. La madre di tutte le crisi è l’individualismo. E questo è figlio della cultura nichilista per cui tutto è moralmente equivalente, nulla vi sarebbe di oggettivo e di universale valido e obbligante. È questo il tarlo più o meno mascherato che sta modificando dal di dentro gli assetti dell’orientamento comune e delle prassi sociali. Nel suo congenito utilitarismo, l’ideologia individualistica concepisce «la persona come un essere fluido, senza consistenza permanente», per la quale non c’è una natura precostituita, è il soggetto a crearsela (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana cit.). In realtà, è la cultura del limite quella che viene rimossa, in quanto ritenuta negazione della libertà individuale e dello slancio vitale. Dunque,  non conveniente e ingiusta. Si tratta – a ben vedere – di una sorta di moderno delirio di onnipotenza che nella storia umana è già stato più volte sperimentato. Una distorsione radicale del desiderio di libertà e di autorealizzazione, una sorta di fuga dal realismo fattuale e dalla ragione stessa. Di qui l’incapacità di legami veri, in cui l’altro sia non solo la proiezione o lo specchio di sé, ma il terminale di una relazione a misura intera dell’essere. Si annida qui un’idea bugiarda e infondata di un’autonomia personale che accetta di entrare in comunicazione con l’altro solo potendola – la comunicazione – interrompere in ogni momento (cfr ib). Ovvio che tutto questo abbia una ricaduta pesante sull’esperienza familiare e le sue possibilità di tenuta, ma prima ancora sulla prospettiva di potervi tener fede. Ed è uno dei motivi del calo dei matrimoni, di cui pure si è parlato negli ultimi mesi, ma anche della grave situazione demografica. Peccato che, nei giorni successivi, l’argomento sia rapidamente scomparso dal dibattito pubblico, quasi fosse un tema tra mille altri, e non ci si sia interrogati adeguatamente sulle proiezioni in termini di futuro di questa sottovalutazione. Ed ecco anche uno dei motivi per cui si continua a riproporre il tema dei matrimoni omosessuali, quasi si trattasse di un approdo inevitabile. La famiglia precede lo Stato, in quanto è un istituto dotato di una sua naturalità per nulla convenzionale, perché iscritta nel codice addirittura fisico della persona: le differenze sessuali, infatti, si richiamano vicendevolmente in vista di un mutuo completamento nel segno dell’amore che è accoglienza e dono, grembo di nuove vite da generare e educare. Il diritto del bambino – non al bambino – viene prima di ogni desiderio individuale.

La famiglia si è mostrata ancora una volta come l’elemento fondamentale per la coesione sociale delle diverse generazioni, la cellula primordiale e il patrimonio incomparabile su cui poggia la società. Per queste ragioni nulla può esserle equiparata, né tanto né poco. Né può essere indebolita da ideologie antifamiliari o simil-familiari, che vorrebbero ridefinire la famiglia e il matrimonio mutando l’alfabeto naturale e istituendo modelli alternativi che la umilierebbero alimentando il disorientamento educativo. Si sente dire che “dove c’è amore c’è famiglia”. Mi sembra un’affermazione suggestiva ma qualunquista, perché la coppia – per fare famiglia – oltre l’amore richiede anche altri elementi costitutivi: capacità, doveri e diritti, su cui la società conta e per i quali s'impegna. Tutto ciò appartiene a quel senso comune in grado di sfidare qualunque sollecitazione: semmai ha solo bisogno di essere confortato e consolidato. Dispiace, a dire il vero, che tutto questo non si voglia comprendere, come se la Chiesa nutrisse degli ostinati pregiudizi.  Ma se esistono lucidità intellettuale e onestà morale, perché non è dichiarato apertamente ciò che ad arte viene taciuto, seppur faccia qua e là capolino? E cioè, se la natura dell’uomo non esiste, allora si può fare tutto, non solo ipotizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La recente sentenza della Cassazione sull’adottabilità da parte delle coppie omosessuali, oltre ad essere stata immotivatamente ampliata nella propria valenza, non può certo mutare la domanda innata di ogni bambino: quella di crescere con un papà e una mamma nella ricca armonia delle differenze. C’è in giro una notevole confusione, perché si pensa che la realtà sia superata, che nessuna verità esista, ma se ciò è vero – avverte Spaemann – allora tutto diventa questione di potere. Ed è ciò che sta sotto i nostri occhi, ma è anche ciò che la Chiesa, «esperta in umanità» (Paolo VI, Discorso all’Assemblea dell’Onu, 4 ottobre 1965), non potrà mai accettare: «La verità per noi è più importante della derisione del mondo» (Benedetto XVI, Omelia all’Epifania cit.). E questo non per opporsi al mondo moderno con le sue luci e conquiste, i suoi aneliti giusti e nobili, ma per lo stesso amore che ha spinto il Samaritano del Vangelo a farsi umilmente prossimo. Così come il venerabile Paolo VI disse al termine del Concilio Vaticano II: «L’antica storia del Samaritano è stato il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso […]. Questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare […] quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (Sant’Agostino, Soliloqui, I,1 3)» (7 dicembre1965).

Cari Confratelli, mi fermo qui, anche se le questioni toccate meriterebbero probabilmente dell’altro: ma questo verrà dal nostro confronto. Continuiamo a stare nella speranza, cioè con il Signore e la sua beatissima Madre. Grazie.