Non c'è perdono fuori dalla Chiesa

Essa è una "vedova" in cerca del suo Sposo, che difende i suoi figli, ha affermato papa Francesco durante l'omelia a Santa Marta

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 517 hits

La figura della vedova di Naim è un’icona della “vedovanza” della Chiesa che cerca l’incontro con il Signore. Lo ha detto papa Francesco durante l’omelia di questa mattina a Santa Marta.

Traendo spunto dal Vangelo odierno (cfr. Lc 7,11-17), il Pontefice ha sottolineato la capacità di Gesù di “patire con noi, di essere vicino alle nostre sofferenze e farle sue”.

La vedova di Naim, oltre al marito, aveva perso un figlio e, per questo motivo, Gesù, anche in considerazione dell’emarginazione e del disagio che vivevano le vedove alla sua epoca, mostra “grande compassione” e uno “speciale amore”.

Anche la Chiesa è, a suo modo, “vedova” in quanto “il suo Sposo se ne è andato e Lei cammina nella storia, sperando di trovarlo, di incontrarsi con Lui. E Lei sarà la sposa definitiva”, ha commentato il Papa.

Nella sua vedovanza, tuttavia, la Chiesa si mostra “coraggiosa” e difende i suoi figli “come quella vedova che andava dal giudice corrotto” per difenderli “e alla fine ha vinto”.

Un'altra illustre vedova del racconto biblico, ha ricordato Francesco, è la maccabea madre di sette figli che vengono martirizzati per non rinnegare Dio. Costei parlava loro “in dialetto, nella prima lingua”, così come in dialetto ci parla la Chiesa: il dialetto, ha osservato il Papa, è la “lingua della vera ortodossia” e del “catechismo”, che ci dà la forza “nella lotta contro il male”.

Nella sua vedovanza, la Chiesa è sempre in cammino, in cerca del suo Sposo e “quando è fedele, sa piangere”, in particolare per i suoi figli e prega per loro. E intanto il Signore le dice: “Non piangere. Io sono con te, io ti accompagno, io ti aspetto là, nelle nozze, le ultime nozze, quelle dell’agnello. Fermati, questo tuo figlio che era morto, adesso vive!”.

Allo stesso modo fa Gesù quando, come avviene con il ragazzo di Naim, ci fa rialzare dal nostro letto di morte che, in primo luogo, è la morte per il peccato. Quando poi “ci perdona” e “ci ridà la vita”, Gesù non fa altro che restituirci a nostra madre.

Anche il sacerdote, quando ci dà l’assoluzione al termine della confessione “ci restituisce alla nostra madre”: non c’è infatti alcuna riconciliazione “fuori della madre Chiesa”, ha sottolineato papa Francesco.

“Mi viene la voglia di chiedere al Signore la grazia di essere sempre fiduciosi di questa ‘mamma’ che ci difende, ci insegna, ci fa crescere e ci parla il dialetto”, ha quindi concluso il Santo Padre.