"Non c'è unità dei cristiani se non c'è unità in Dio" (Prima parte)

Alla vigilia della Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani, monsignor Bruno Forte riflette sui temi dell'ecumenismo

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 1210 hits

L’ecumenismo sta facendo grandi passi avanti, grazie anche a un pontefice come Benedetto XVI, che sta riformando la Chiesa in assoluta coerenza con l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Lo afferma monsignor Bruno Forte, teologo di fama internazionale, grande fautore ed esperto di ecumenismo.

In qualità di arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Forte si è recato nei giorni scorsi in visita ad limina dal Santo Padre, assieme agli altri vescovi dell’Abruzzo e del Molise. Durante il suo breve soggiorno romano, ZENIT ha incontrato e intervistato il teologo, cogliendo l’occasione per riflettere sui temi dell’ecumenismo, alla vigilia della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani (18-25 gennaio).

Eccellenza, qual è lo stato di salute dell’ecumenismo a 50 anni dal Concilio Vaticano II?

Mons. Forte: Il beato Giovanni XIII, nel suo discorso d’apertura del Concilio (11 ottobre 2012), sottolineando quanto fosse importante vincere la sfiducia e guardare con fede all’azione di Dio nella storia, evidenziava come priorità del Concilio l’unità dei battezzati. Naturalmente l’unità tra tutti i cristiani non è realizzabile se alla base non c’è una profonda unità con Dio. In un certo senso l’ecumenismo non è la conversione da una chiesa all’altra ma la conversione di tutti i battezzati a Cristo.

Vedo poi una profonda continuità tra il Magistero di Benedetto XVI e l’insegnamento del Concilio. Ritengo che questo papa sia un riformatore e che lo sia proprio nel punto fondamentale proposto del Concilio, cioè la fede. Egli chiama la Chiesa a rinnovarsi non in un “aggiustamento di struttura” ma in un ritorno a Cristo, affermandone il primato assoluto e vivendo nella sequela e nella testimonianza di Lui. Quanto più la Chiesa realizzerà questo programma, tanto più potremmo dire che il cammino ecumenico crescerà.

Una seconda considerazione riguarda le differenze tra le chiese: se a volte il frutto dei dialoghi non è stato - come qualcuno, forse un po’ ingenuamente si aspettava - un immediato processo di riunificazione o comunque di forte riavvicinamento, è anche perché la riflessione sulla verità porta anche a conoscere le differenze. Naturalmente, alla luce dello spirito e della fede, le differenze non vanno riconosciute semplicemente per fissarle come elementi insuperabili ma per comprendere se, nonostante le differenze stesse, che vanno viste con estrema lucidità e chiarezza, non ci sia una sorgente di unità più profonda che, anche a livello dottrinale, può essere scoperta.

Quanto è stato fatto, in particolare, nel dialogo con le chiese ortodosse?

Mons. Forte: La Commissione Mista per il dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica Romana e la Chiesa Ortodossa, di cui sono membro, ha prodotto nel 2007 il Documento di Ravenna dove per la prima volta tutte le autocefalie ortodosse hanno riconosciuto che il principio fondamentale dell’ecclesiologia orientale espresso nei Canoni degli Apostoli al n°21 (perché ci sia Chiesa occorre un primo e un capo). Questo principio, che le chiese ortodosse hanno sempre applicato a livello di Chiesa locale (alla base c’è il vescovo, poi il metropolita, infine, al vertice, il patriarca), è stato applicato anche a livello universale. C’è bisogno di un primo e di un capo a livello universale, che possa essere voce di tutta la Chiesa, e questo primo capo - lo riconoscono anche i fratelli ortodossi - non può che essere il vescovo di Roma, perché Roma è la prima della “pentarchia”, cioè delle cinque grandi chiese patriarcali del mondo antico. Sebbene talora questo dialogo abbia avuto dei contraccolpi alla base – alcune comunità ortodosse hanno accusato i loro patriarchi di essere troppo accondiscendenti verso Roma – si tratta di un cammino di grande e reciproco ascolto e di ascolto di Dio ed è la carità che deve sostenere l’impegno ecumenico.

All’inizio del suo pontificato, Benedetto XVI era stato visto come un papa che avrebbe frenato il dialogo ecumenico. I risultati di questi anni sembrano però dimostrare l’esatto contrario…

Mons. Forte: Innanzitutto dobbiamo sottolineare il rapporto profondo del magistero di Benedetto XVI con il Concilio Vaticano II. Egli, che del Concilio fu consulente teologico, ha ribadito più volte, che il Vaticano II – come disse anche il beato Giovanni Paolo II - resta la “bussola del nostro tempo”. È un papa che vuole rilanciare il Vaticano II ma vuole farlo nel modo giusto, cioè non in una superficiale contrapposizione tra “rottura” e “continuità”, quasi come se il Vaticano II fosse un elemento di lacerazione e rottura con la grande tradizione cattolica. Egli vuole invece evidenziare come, nel Vaticano II, lo spirito ha agito nella Chiesa, perché, nella fedeltà alla sua identità e al suo principio, che è il Cristo vivente, la Chiesa possa rinnovarsi e annunciare il Vangelo in modo comprensibile ed efficace per le donne e gli uomini di oggi. In questo spirito anche la causa dell’unità dei cristiani, è fatta propria da papa Benedetto in modo convinto, come dimostrano tutte le iniziative di questi anni di pontificato e tutte le occasioni in cui egli ha affermato che l’ecumenismo non è solo un’attività tra le altre ma una dimensione fondamentale della vita della Chiesa. Più che pensare, allora, come qualcuno vorrebbe suggerire, ad una sorta di cambiamento rispetto alle intuizioni del Concilio in campo ecumenico, il Papa rappresenta un approfondimento, che è qualcosa di ben diverso. Si tratta cioè di accogliere le grandi acquisizioni del Concilio e di portarle alla loro radice più profonda che è, appunto, una visione trinitaria della Chiesa, una visione che nella Trinità trova la sua origine. Così come nella Trinità, tre sono uno, pur essendo ognuno se stesso, così nella Chiesa c’è un’unità profonda nella Chiesa cattolica che si realizza nella varietà profonda delle chiese particolari, ovvero la dimensione storica di quest’unico mysterium ecclesiae.

Non bisogna avere la fretta di compiere passi compromissori ma bisogna avere la fiducia e la speranza di un cammino che porti alla piena realizzazione del disegno di Dio. In questa ottica il magistero di Benedetto XVI può essere colto in tutto il suo potenziale di profondità e di ricchezza nella continuità con il messaggio del Vaticano II.

[La seconda parte dell’intervista a mons. Bruno Forte sarà pubblicata domani, venerdì 18 gennaio]