Non c'è vera carità se non si annuncia Cristo

Aprendo il congresso promosso dal CEE e dal Pontificio Consiglio "Cor Unum, il cardinale Bagnasco incoraggia l'evangelizzazione, mettendo in guardia dagli "intenti proselitistici"

Trieste, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 299 hits

Introducendo l’incontro internazionale sul tema Testimoniare la fede attraverso la carità, il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha discettato su alcuni dei fondamenti più importanti della cristianità.

Il Congresso, che si è aperto oggi a Trieste e si concluderà mercoledì 6 novembre, è promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE) e dal Pontificio Consiglio “Cor Unum”.

La fede, ha ricordato il cardinale Bagnasco, “è dono di Dio” che l’uomo può accettare o meno e comunque è sempre “originata dalla chiamata divina e mai dall’iniziativa umana”. Gli uomini d’oggi, tuttavia, “spesso non colgono questo ordine e lo invertono, pensando che Dio sia oggetto della loro scelta”. Dio, però, “non accetta di essere un elemento fra i tanti nella vita dell’uomo, altrimenti sarebbe ridotto a oggetto o a idolo”.

La fede da sola, tuttavia, è insufficiente e necessita delle opere (cfr. Gc 2,26), espressione massima della carità. “Chi non porta frutto nella carità – ha proseguito Bagnasco - mostra quindi di non avere realmente accolto nella fede il Cristo, che trasforma l’uomo e lo rende nuova creatura (2Cor 5,17)”.

La carità, non meno della fede, ha un carattere “responsoriale” e si fonda sulla “libera adesione” dell’uomo che risponde all’amore divino, che ha la sua massima espressione in Cristo.

Verità e carità, a loro volta, non possono escludersi a vicenda: la prima da sola conduce ad “una religiosità fatta di culto ma non giustizia, di dedizione a Dio con le parole ma non con il cuore, di sacrifici offerti da chi ha dimenticato la misericordia (Os 6,6)”.

Per contro, la carità senza verità, fa dilagare il relativismo che, da un lato, svuota la fede, conducendola alla sua “privatizzazione”, dall’altro “svilisce la stessa carità, riducendola a sentimentalismo”.

La carità è autentica e piena solo quando è “piena espressione della fede” e non “mera filantropia” ma “si rende segno dell’amore ricevuto da Dio”.

Come i miracoli di Gesù e degli Apostoli, “i gesti di carità dei credenti non esauriscono il loro significato nella solidarietà umana che veicolano, ma sono dei segni – secondo l’espressione usata dall’evangelista Giovanni –,  perché rimandano a realtà più alte e rappresentano un appello alla fede”.

L’opera caritativa va quindi sempre accompagnata da una “forte portata evangelizzante” e si sostanzia “portando Cristo a coloro che vengono soccorsi”. La fede ci spinge a “prendere il largo e a gettare le reti per la pesca, le reti della Parola e della carità; non al fine di ingrandire le file della Chiesa con un intento proselitistico, ma per introdurre quante più persone nel regno portato da Cristo”, ha spiegato Bagnasco.

Il servizio della carità è infine “dimensione costitutiva” ed “espressione irrinunciabile” della missione della Chiesa stessa che, attraverso l’amore vicendevole dei suoi discepoli, “manifesta la sua intima natura”.