Non ci sarà pace in Medio Oriente senza pace per tutti

Le dichiarazioni del Segretario Generale della World Conference Religions for Peace

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ROMA, martedì, 13 gennaio 2009 (ZENIT).- “In Medio Oriente, non ci sarà pace per nessuno a meno che non ci sia pace con giustizia per tutti”, sostiene William Vendley, Segretario Generale della World Conference Religions for Peace (WCRP).

In un comunicato firmato dal segretario della sezione italiana dell'organizzazione, Luigi De Salvia, inviato a ZENIT e intitolato “Rispettare le sofferenze e l’esasperazione dei due popoli, favorire il compromesso!”, si legge come di fronte all'escalation di violenze nella Striscia di Gaza “quanti come noi sentono forte la motivazione a lavorare per allargare gli spazi di pace avvertono, al primo impatto, un senso di frustrazione e l’impressione di essere dei 'sognatori' fuori della realtà”.

Quanti, come i membri di “Religions for Peace”, hanno “come missione centrale quella di sollecitare le religioni ad agire come fattori di pace”, confessano di sentirsi “messi in discussione in casi come questi nei quali la componente religiosa riveste un ruolo indiscutibile nel definire l’identità etnica delle parti in conflitto”.

L'organizzazione osserva la tensione crescente nel mondo tra fondamentalismi e pluralismo, che “percorre trasversalmente comunità religiose grandi e piccole, popoli in difficoltà, ambienti scientifici, schieramenti politici”.

“E’ responsabilità di chiunque percepisca il rischio serio per una coesistenza vivibile rappresentato dall’incremento dei fondamentalismi interrogarsi sulle possibili cause e sui possibili rimedi, per arginarli e ridurne i danni alle collettività”, osserva il comunicato.

Visto che una delle cause del fenomeno può essere “il timore di perdere una solida identità personale e comunitaria, che sostenga le fragilità individuali nella precarietà dell’esistenza”, si suggerisce che “le scelte politico-strategiche rispetto a questa grave crisi in atto dovrebbero mirare a ridurre la sensazione di minaccia reciproca tra le parti in causa”.

Questo, afferma Religions for Peace, “non può non voler dire rinunciare alle attività militari e spostare i rapporti sul piano della trattativa”.

Per questo motivo, l'organizzazione chiede al Governo israeliano “di ascoltare di più la voce di molti suoi cittadini che chiedono di trattare anche con Hamas, nonostante la sua inconcepibile scelta di voler cancellare lo stato di Israele, e di contare maggiormente sulla mediazione internazionale nella soluzione dell’ormai 'storico' conflitto piuttosto che su un’autodifesa isolata che rischia solo di allontanare indefinitamente possibilità di riconciliazione”.

Ai responsabili di Hamas si chiede invece “di ripensare radicalmente e rinunciare definitivamente alla delegittimazione dello stato di Israele, che ostacola drasticamente la possibilità di pace nella regione condannando le attuali e le future generazioni a condizioni di vita insostenibili ai vari livelli, dalla sopravvivenza ad una più globale crescita umana”.

In una dichiarazione sull'intervento israeliano a Gaza, il Segretario Generale della WCRP ha affermato che “la morte e il ferimento di persone innocenti a Gaza deve terminare, come devono aver fine gli attacchi missilistici contro i civili israeliani”.

“E' profondamente sbagliato credere che la via attuale del conflitto armato porterà la pace”, aggiunge. “La violenza genera altra violenza, aumenta la sofferenza umana e ritarda il lungo e duro lavoro per costruire una pace giusta”.

Secondo Vendley, “la pace può arrivare in Medio Oriente, ma solo onorando i diritti sia dei palestinesi che degli israeliani, favorendo compromessi dolorosi ma onorevoli attraverso il dialogo e contando sulle convinzioni morali condivise da ebrei, cristiani e musulmani, che sanno che la Terra Santa è la loro casa comune”.

“Gli israeliani e i palestinesi moralmente responsabili sanno che il 'diritto all'autodifesa' non può mai essere usato come una scusa per uccidere, danneggiare o infliggere punizioni collettive a civili innocenti – denuncia –. Questo abuso fomenta la spirale di violenza”.

Per questo motivo, i leader israeliani e quelli palestinesi “devono dar vita a un immediato cessate il fuoco”.

“Ebrei, cristiani e musulmani, sostenuti dalla buona volontà dei credenti di tutte le fedi religiose, dovrebbero unire i propri sforzi per costruire la pace”.

Dal canto suo, il rabbinpo Ron Kronish, direttore dell’“Interreligious Coordinating Council in Israel”, ha affermato che quello attuale è un momento “delicato e pericoloso in Israele e nella regione”.

“Da un lato, lo Stato di Israele ha bisogno di difendere i suoi cittadini, come ogni altro Stato avrebbe la responsabilità di fare. Quando Hamas lancia missili verso le comunità israeliane nella zona meridionale del Paese, con quasi un milione di israeliani in pericolo, i leader statali non possono trattenersi da qualche azione difensiva”, spiega.

“Dall'altro lato, ci si chiede se un'azione militare a Gaza raggiungerà il suo scopo”. “L'invasione via terra è davvero necessaria?”, si domanda. “Risolverà il problema o ne creerà solo di nuovi – più odio e più terroristi?”.

Secondo il rabbino, la diplomazia potrebbe essere “una via migliore”, “più efficace”.

“Come possiamo trovare una via per vivere insieme pacificamente in questa parte del mondo? Il dialogo può offrire qualche speranza? Possiamo impegnare il nostro popolo, le donne, gli educatori e i leader religiosi in processi di dialogo, istruzione, riconciliazione e azione che offrano un'alternativa futura a quella dello scontro continuo e della violenza?”.

“Speriamo di trovare le risorse spirituali e materiali per rispondere a queste domande in modo affermativo nell'anno che abbiamo davanti”, conclude.

“Religions for Peace” è una coalizione multireligiosa che promuove l'azione comune a favore della pace dal 1970. Il suo quartier generale è a New York ed è accreditata presso le Nazioni Unite. Opera attraverso consigli interreligiosi affiliati in 70 Paesi del mondo.