"Non gioco a fare il Papa-parroco, ma vorrei essere ricordato come un bravo ragazzo"

Nuova intervista di Francesco ad un quotidiano: questa volta è il giornale catalano "La Vanguardia" a cui il Papa parla di riforma della Curia, Terra Santa, dialogo interreligioso, mondiali e del desiderio di redimere Pio XII

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 567 hits

Non brilla per originalità la nuova intervista di Francesco al quotidiano catalano “La Vanguardia”. Molte riposte del Pontefice al giornalista – ricevuto lunedì scorso in Vaticano, il giorno dopo l’invocazione di pace con i presidenti di Israele e Palestina – sono concetti già espressi in discorsi o omelie a Santa Marta, oppure “cavalli di battaglia” del pontificato bergogliano. Come la denuncia della persecuzione dei cristiani “più dura di quella dei primi secoli”, o della terribile “cultura dello scarto” che caratterizza il sistema economico mondiale, al cui centro “abbiamo messo il dio denaro”.

Non si può negare, tuttavia, che il colloquio presenti alcune chicche memorabili, che rivelano nuove sfaccettature di quella umanità del Papa argentino che tanto attrae i fedeli e che sconcerta alcuni insiders di Chiesa e Vaticano. Come la risposta alla domanda: “Lei si sente un parroco o il capo della Chiesa?”, alla quale Bergoglio ribatte: “La dimensione del parroco è quella che più mostra la mia vocazione. Servire la gente mi viene da dentro. Spengo la luce per non spendere un sacco di soldi... Sono le cose che fa un parroco”. Però, aggiunge, “mi sento anche Papa”, grazie anche all’aiuto di collaboratori “molto professionali” che “mi aiutano a fare il mio dovere”.

“Non gioco a fare il Papa-parroco. Sarebbe immaturo”, precisa Francesco. Ad esempio, “quando viene un Capo di Stato, devo incontrarlo con dignità e il protocollo che merita”. Lo stesso “protocollo” verso cui il Pontefice ammette di avere “non pochi problemi”, ma che tuttavia va rispettato. In alcuni casi, non sempre. I protocolli di sicurezza, ad esempio, sono spesso un ostacolo per il naturale impulso del Santo Padre ad avvicinarsi alla gente. 

“So che qualcosa potrebbe accadere, ma è nelle mani di Dio”, ammette, e ricorda quando “in Brasile mi avevano preparato una papamobile chiusa, con i vetri blindati, che mi impediva di salutare le persone e dire loro che le amo”. Facendo collassare i responsabili della security, il Pontefice scelse infatti una jeep aperta: “Mi sarei sentito chiuso in una scatola di sardine – spiega - Per me questo è un muro. È vero che qualcosa può succedere, ma lasciatemi stare. Realmente, alla mia età non ho molto da perdere”.

L’umanità del Pontefice irrompe pure in altre risposte. Come quella alla domanda su chi tiferà ai mondiali: “I brasiliani mi hanno chiesto di mantenermi neutrale - scherza Francesco - e mantengo la mia parola perché il Brasile e l’Argentina da sempre sono antagonisti”. Oppure quando esprime tutta la sua preoccupazione per il trattamento in Europa ad anziani e giovani soprattutto, vittime di un fenomeno di disoccupazione che ha investito circa 75milioni di persone. “Una barbarie”, secondo il Papa, che si scaglia contro un sistema economico “che non sta più in piedi” e che sana i suoi bilanci con “economie idolatriche”. “Non si può fare la Terza Guerra Mondiale”, allora “si fanno guerre locali”, denuncia il Pontefice, così, “si fabbricano e si vendono armi…”.

Simpatico il passaggio in cui l’intervistatore riferisce al Papa che “qualcuno dice che lei è un rivoluzionario”. Francesco ride e replica citando una canzone italiana di Iva Zanicchi, attribuita erroneamente alla “grande Mina Mazzini”: “Prendi questa mano zingara, e dimmi che destino avrò…”. Spiega poi che, dal suo punto di vista, la rivoluzione “è andare alle radici”: “Non si può mai intervenire nella vita se non guardando indietro, non sapendo da dove vengo, che nome ho, che nome culturale o religioso ho”.

Per un cristiano, ad esempio, le sue radici sono in Terra Santa: “Tutto è iniziato lì - afferma il Papa - È come ‘il cielo e la terra’, un’anteprima di ciò che ci attende nell'aldilà, nella Gerusalemme celeste”. Inoltre, per il Vescovo di Roma, “non si può essere veramente cristiani, se non si riconosce la propria radice ebrea”. Sarebbe necessario, in tal senso, un maggior approfondimento del dialogo interreligioso. “Capisco che è una ‘patata bollente’ – dice - ma si può agire come fratelli. Ogni giorno prego l'Ufficio divino con i Salmi di Davide […] La mia preghiera è ebraica, e poi dopo ho l'Eucaristia, che è cristiana”.

Simbolo del legame di Francesco con il mondo ebraico è la sua solida amicizia con il rabbino Abraham Skorka, a cui fa cenno nell’intervista ricordando lo storico abbraccio davanti al Muro del Pianto, insieme anche all’esponente islamico Omar Abu. “Voglio ad entrambi tanto bene – afferma - e volevo che questa amicizia tra noi tre fosse vista come una testimonianza”.

Sempre in tema di ebrei, il Pontefice ribadisce la dura condanna l’antisemitismo, che – osserva – “di solito si annida più nelle correnti politiche di destra che di sinistra”, insieme alla folle idea che l’Olocausto non sia mai esistito. Proprio sulla Shoah, Bergoglio conferma poi l’intenzione di aprire gli archivi vaticani risalenti a quel drammatico periodo storico. In particolare, la preoccupazione è di ‘redimere’ la figura di Pio XII, condannato dagli storici del mondo per la sua ‘inefficienza’ durante gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. 

“Al povero Pio XII è stato detto di tutto”, afferma Francesco, “invece bisogna ricordare che prima era visto come un grande difensore degli ebrei. Nascose molti di loro nei conventi di Roma e di altre città italiane, anche nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Lì, nella casa del Papa, nel suo letto, nacquero 42 bambini, figli degli ebrei e di altri perseguitati lì rifugiati”. “Non voglio dire che Pio XII non abbia commesso errori, io stesso ne faccio tantissimi…”, soggiunge il Pontefice, tuttavia il ruolo di Pacelli “va letto secondo il contesto dell’epoca. Era meglio, ad esempio, che stesse zitto ed evitare che venissero uccisi più ebrei, o che parlasse?”. Inoltre, il Papa afferma di avere una “orticaria esistenziale” nel sentire “che tutti se la prendono contro la Chiesa e Pio XII, dimenticando le grandi potenze”. “Lo sa – domanda al giornalista - che conoscevano perfettamente la rete ferroviaria dei nazisti che portavano gli ebrei ai campi di concentramento? Avevano le foto. Eppure non hanno bombardato i binari del treno. Perché? Sarebbe bello che parlassimo un po’ di tutto”.

Magari sarebbe utile parlare anche della situazione in Medio Oriente, dove ancora si pratica la violenza in nome di Dio. Una “contraddizione”, questa, molto “seria” e “grave”, secondo il Santo Padre: “Un gruppo fondamentalista, anche se non uccidesse nessuno, anche se non colpisse nessuno, è comunque violento”, afferma.

L’attenzione si sposta quindi sulla “Invocazione di pace” di domenica scorsa con i presidenti Peres e Abbas, un evento che – ammette Francesco – “non è stato facile da organizzare”: “Qui, in Vaticano, c'erano il 99% delle persone che dicevano che non si sarebbe fatto e poi quell’1% è cresciuto. Io sentivo che venivamo spinti verso qualcosa che non si era mai verificato e gradualmente ha preso forma. Non è stato un atto politico ma religioso: l'apertura di una finestra sul mondo”.

Con lo sguardo al Medio Oriente, il Papa ricorda poi il recente abbraccio con “mio fratello Bartolomeo I”, e gli sforzi compiuti dalla Chiesa, “sin dal Concilio Vaticano II”, per avvicinarsi alla Chiesa ortodossa. “Desideravo che Bartolomeo fosse con me a Gerusalemme e lí è nata l’idea che anche lui partecipasse alla preghiera di pace in Vaticano”, racconta. “Per lui è stata una mossa rischiosa perché avrebbero potuto rinfacciarglielo, per abbiamo dovuto compiere questo gesto di umiltà, e per noi è stato necessario perché è inconcepibile che noi cristiani siamo divisi, è un peccato storico che dobbiamo riparare”.

Tra le lacune della Chiesa da colmare vi è anche quella di una, a volte, scarsa povertà e umiltà. Due principi “al centro del Vangelo”, dice il Papa “in senso teologico, non sociologico”. “Non si può comprendere il Vangelo senza la povertà, che va distinta tuttavia dal pauperismo. Io credo che Gesù vuole che noi vescovi non siamo principi, ma servitori”.

Un cenno anche alla riforma della Curia, che – precisa – non nasce da qualche “illuminazione” o “progetto personale che mi sono portato sotto il braccio”: “Quello che sto facendo è conforme a quanto si era detto alle Congregazioni Generali”, le riunioni pre-Conclave per discutere i problemi della Chiesa. Un punto fermo era “che il prossimo Papa avrebbe dovuto avere un rapporto stretto e continuo con l’esterno, cioè con un team di consulenti che non vivono in Vaticano”. È così che si è creato il Consiglio degli Otto, composto da otto porporati di tutti continenti che si riuniranno il prossimo 1 luglio.

Con la mente ai tempi del Conclave, Bergoglio ricorda anche che alla fine del 2012 aveva presentato le dimissioni a Benedetto XVI dopo i 75 anni. “Ho scelto una stanza” in una casa di riposo per sacerdoti anziani di Buenos Aires “e ho detto: ‘Voglio venire a vivere qui”. Lavorerò come prete e darò una mano alle parrocchie. Questo sarebbe stato il mio futuro prima di diventare Papa”.

Ma a modificare il corso degli eventi fu quel “grande gesto” compiuto da Papa Benedetto, il quale, secondo il suo successore, “ha aperto una porta, ha creato una istituzione: gli eventuali papi emeriti”. Oggi, dice, “viviamo molto tempo, arriviamo ad un’età dove non possiamo andare avanti con le cose. Io farò lo stesso, chiedendo al Signore che mi illumini quando arriverà il momento, chiederò a Dio di dirmi quello che dovrò fare”.

E dopo che sarà arrivato il momento, “come le piacerebbe essere ricordato nella storia?”, domanda il giornalista. “Non ci ho pensato – risponde il Papa - ma mi piace quando si ricorda qualcuno e si dice: ‘Era un bravo ragazzo, ha fatto ciò che poteva, non era poi così male’”.