Non sempre tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente ammissibile

Intervento di un ginecologo italiano su “Procreazione assistita: problemi e prospettive”

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ROMA, martedì, 15 febbraio 2005 (ZENIT.org).- “Non sempre tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente ammissibile. Il bene morale è di gran lunga superiore al bene materiale”, ha affermato il dottor Orazio Piccinni, medico chirurgo, specialista in Ostetricia e Ginecologia a Bari.



In una Comunicazione presentata al Convegno “Procreazione assistita: problemi e prospettive” svoltosi a Roma all’Accademia dei Lincei, lo scorso 31 gennaio, il dottor Piccinni nel raccontare di quando nel 1989 praticava la Fecondazione in Vitro (FIVET), ha affermato: “Mi sono sentito molto potente, pervaso da quel delirio di onnipotenza che gli operatori del settore conoscono bene specialmente quando si annuncia ad una coppia sterile l’esito positivo”.

“Un po’ più tardi però la mia potenza si è trasformata in angoscia dovuta all’impossibilità di realizzare fino in fondo il progetto di vita per la gran parte degli embrioni prodotti (90 su 100). Mi sono convinto allora che l’amore vero comincia quando il figlio è concepito secondo i giusti canoni della dignità umana, nel matrimonio e in un rapporto unitivo e procreativo”, ha affermato.

Il ginecologo ha sottolineato che “se si considera il feto come paziente, si deve anche rispettare l’embrione, suo precursore, come persona e paziente nella procreazione assistita”.

“Tale rispetto dovuto, non è solo appannaggio dei cattolici, ma di tutti i laici e dello stato laico, fondato su nobili principi a tutela della vita fin dal concepimento ( lo afferma perfino la legge 194/’78)”.

Piccinni ha continuato precisando che “l’embrione, è un soggetto di diritti, soggetto particolarmente debole e quindi non in grado di difendersi da solo” e che è imbarazzante constatare i cambiamenti nel linguaggio (preembrione, ammasso di cellule, prezigote, ootide, ovulo fecondato, ovulo) per “stravolgere gli stadi iniziali naturali della vita umana”.

Dopo aver spiegato come già nei primi minuti e nelle prime ore in seguito all’unione di spermatozoo e ovulo si definisce dove spuntano la testa e i piedi e da quale parte si formerà la schiena e la pancia ovvero gli assi del corpo, il ginecologo ha rilevato come “anche se i due nuclei non si sono ancora fusi, questi stanno già dialogando con messaggi”.

Messaggi, ha spiegato, “per mezzo dei quali si scambiano le informazioni necessarie al processo la cui totale autonomia e il cui evidente finalismo unitario sono già più che evidenti manifestazioni di una individualità e di una identità uniche e nuove che non muteranno nel tempo”.

Piccinni ha messo in guardia sui rischi della FIVET che “prevede il sacrificio di un gran numero di embrioni”. Inoltre, “molti test positivi di gravidanza sono destinati precocemente a negativizzarsi a causa di un aumentato numero di aborti biochimici o clinici nei primi tre mesi”. Risulta quindi che “su cento embrioni prodotti ne nascono massimo quindici” e spesso “le pazienti non conoscono questo dato, così come l’aumento dal 2 al 6 % delle malformazioni”.

“Se io fossi un embrione pretenderei più garanzie di sopravvivenza. In questo senso la FIV, per numero di vite soppresse, è indubbiamente peggiore della interruzione di gravidanza”, ha affermato il ginecologo.

Piccinni ha quindi attaccato la soppressione degli embrioni nella “selezione eugenetica preimpianto” prevista dalla FIV, per “il mancato rispetto della vita”. Affermando che avviene così che embrioni – pazienti malati di thalassemia, vengano immolati per curare e dare la vita a quelli non thalassemici.

“Mi chiedo – ha concluso il ginecologo – il thalassemico non ha il diritto di vivere e nascere se concepito? Specialmente con le migliorate aspettative di vita attuali. Guarire una persona, eliminandone un’altra, è un paradosso imperdonabile, così come accade nella clonazione terapeutica”.