Non sgomberiamo la speranza!

Ogni mondo nuovo è un'opera d'arte che possiamo scolpire e dipingere con le nostre mani

Roma, (Zenit.org) Carlo Climati | 605 hits

Che cos’è la speranza? Sicuramente non è un sogno. Non è un’utopia. La speranza è un fatto, una certezza. E’ una realtà che può nascere dalle nostre stesse mani. Siamo noi stessi a crearla, a scolpirla e dipingerla come un’opera d’arte, attraverso le azioni della vita quotidiana.

Diventiamo costruttori di speranza quando decidiamo di non restare a guardare e di non arrenderci di fronte agli ostacoli. Ed è così che scegliamo di passare dal lamento inutile ad una concreta voglia di fare, per dare il nostro piccolo contributo al mondo.

Alla base di tante derive della società moderna c’è sicuramente un grave problema: il tentativo di uccidere la speranza, di spegnerla e soffocarla per sempre. Ed è un dramma che tocca soprattutto i giovani.

Negli ultimi anni i ragazzi sono stati abituati a credere sempre di meno nella speranza. Il mondo che li circonda ha cercato di avvolgerli in un guscio di pessimismo che impedisce loro d’avere fiducia nel domani.

Si fa fatica a trovare buone notizie. Ma bisogna cercarle. E una volta trovate, bisogna diffonderle il più possibile, affinché si sappia che la speranza non è un sogno, ma un fatto reale. 

Don Franco De Donno, Responsabile della Caritas di Ostia, ha scritto un articolo, per “Adista Segni Nuovi” del 5 ottobre 2013, che rispecchia molto bene l’idea di una nuova cultura della speranza.

Il sacerdote racconta l’esperienza positiva di un cammino iniziato da alcuni anni ad Ostia con i rom, per costruire insieme un futuro ed abbattere quei muri di pregiudizio che generano nuove forme di apartheid.

Scrive Don Franco De Donno: “Vorrei invitare chi possiede gli strumenti per poterlo fare a considerare la peculiarità di ogni singola persona rom o sinti, di ogni singola famiglia, di ogni Municipio o zona, di ogni associazione che vi opera”.

“Diverse persone – racconta Don Franco De Donno – hanno definitivamente abbandonato i radicali pregiudizi avendo accolto l’invito a venire direttamente in un campo rom per incontrare e per parlare con le persone, guardandosi negli occhi, e tornare via dopo una stretta di mano o un abbraccio! Allo stesso modo, in una classe di terza elementare di una scuola di Ostia, i bambini hanno potuto ascoltare nella loro aula tre rom e ne sono diventati amici convinti. Ugualmente, gli studenti di un Liceo Scientifico di Ostia hanno invitato alcuni rom a una loro assemblea e hanno percepito il valore da loro incarnato di una vita dedita al sacrificio e al lavoro per sfamare i figli rimasti in Romania”.

Esperienze come questa ci aiutano a capire che la speranza è un fatto, non è un sogno. E non è la sola! In Italia sono tante le persone impegnate in un cammino di dialogo e di amicizia con i rom.

Questo è bellissimo. Ma i killer della speranza sono sempre in agguato. In Italia, purtroppo, il rischio degli sgomberi forzati è sempre lì, dietro l’angolo, e finisce spesso per distruggere un lavoro prezioso.

Scrive Don Franco De Donno: “Ostia  si sta incamminando decisamente verso l’alternativa di un villaggio autocostruito da parte di rom, ma anche di senza dimora: la speranza è che, mentre costruiamo, non ci sia chi ancora una volta distrugga questa speranza e questo lavoro con nuovi e ripetuti sgomberi forzati!”

Sono parole che fanno riflettere. Negli sgomberi forzati dei rom possiamo vedere l’immagine metaforica di un altro tipo di sgombero, spesso presente nella società di oggi: lo sgombero della speranza. E’ la scelta di preferire soluzioni affrettate che sono di fatto non-soluzioni ai problemi della vita quotidiana. Eppure tante altre strade sarebbero possibili per cercare di considerare le persone per ciò che realmente sono: esseri umani e non “problemi”. Tanti percorsi nuovi potrebbero essere tracciati se non ci si limitasse soltanto a distruggere.

Don Franco De Donno scrive: “Bisogna passare da una cultura basata sulla creazione di categorie entro le quali incasellare le persone, nascondendo quindi ogni riconoscimento individuale, a una cultura della prossimità: tornare a guardare le persone nel volto e non accontentarsi di vederle da lontano”.

E’ un invito che tutti noi possiamo cercare di mettere in pratica in ogni occasione di incontro con gli altri: il vicino di casa che non salutiamo mai, le persone della nostra famiglia con cui dialoghiamo poco, l’anziano abbandonato e solo, il compagno di studi che ha bisogno di una mano, il pensionato smarrito tra le slot machine, la prostituta che vuole uscire dalla morsa della schiavitù, l’immigrato che è venuto in Italia per cercare un futuro…

Distruggere è tristemente facile. Più difficile è costruire ponti verso gli altri, perché  significa davvero impegnarsi e mettersi in discussione.

Non tutti riescono a trovare la forza per superare subito i pregiudizi, vincere le paure, aprirsi al dialogo con mondi non conosciuti. Ma bisogna provare a farlo, affinché non ci siano più sgomberi della speranza e ci si incammini finalmente verso nuovi ponti d’amore.