Non solo ricordo dei morti, ma celebrazione della risurrezione

Un riflessione sulla liturgia e i segni che caratterizzano il giorno della commemorazione dei defunti, con un accenno al nuovo decreto della CEI per il rito delle esequie

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di padre Giuseppe Midili, O.Carm.

ROMA, venerdì, 2 novembre 2012 (ZENIT.org) – Oggi, 2 novembre, la Chiesa si raduna intorno alla mensa Eucaristica per raccomandare al Signore i suoi figli che dormono nella pace. È un giorno di grande commozione. Il volto dei fedeli non è adombrato solo dalla tristezza perché alcuni fratelli e sorelle non sono più tra noi. È illuminato dalla speranza, dalla certezza che Gesù Cristo, risorto dai morti, ha associato a sé ogni battezzato, aprendo a tutti la via della salvezza.

La liturgia è caratterizzata dal colore viola, che testimonia l’attesa, il desiderio, la consapevolezza che le porte del cielo si aprono per ogni fratello che Gesù ha riscattato con il suo Sangue. Non si celebra il Dio dei morti, ma dei risorti. Il Signore ci ha chiamati a partecipare con Lui alla sorte beata: la vita non ci viene tolta e il nostro corpo mortale risorgerà dalla terra e sarà trasformato a immagine del Suo corpo glorioso.

La vocazione alla santità, richiamo permanente all’unione con Cristo, ha spinto la Chiesa a collocare la commemorazione proprio il 2 novembre, subito dopo la solennità di Tutti i Santi, perché sia chiaro il legame profondo tra la nostra vita e la santità a cui siamo chiamati. Il 1° novembre, infatti, noi contempliamo la Gerusalemme celeste, nella quale - come canta la liturgia di questo giorno - l’assemblea festosa dei santi glorifica il nome di Dio.

Così la Chiesa ci indica la meta: noi siamo chiamati al cielo, alla santità, destinati a incontrare il Padre per vivere eternamente con Lui. Siamo pellegrini che camminano su questa terra, ma con lo sguardo rivolto al Paradiso, dove ci attendono tanti nostri amici, divenuti modelli di vita. Dopo aver contemplato la beatitudine di tanti uomini e donne che hanno seguito Cristo crocifisso, il 2 novembre la Chiesa mette sulle nostre labbra questa orazione di colletta: “Conferma in noi Signore la beata speranza che insieme ai nostri fratelli defunti risorgeremo in Cristo a vita nuova”.

Il 2 novembre è anche il giorno della visita al cimitero, letteralmente luogo del riposo e dell’attesa, non città dei morti, come indicava la parola pagana necropoli. Spazio sacro in cui il corpo deposto attende la risurrezione, in cui i fiori con le loro forme diverse e i loro colori brillanti ci ricordano la varietà e diversità della vita; in cui i cipressi, tradizionalmente alberi dal legno indistruttibile e dunque destinato a durare per sempre, ci richiamano l’eternità.

Cimiteri come luoghi della pace, in cui tutti gli affanni spariscono, tutte le competizioni cessano, perché rimane solo ciò che è essenziale, quell’anelito di eternità che il tempo non può distruggere. Il campo-santo è luogo in cui riposano i giusti, in cui si custodisce il corpo, che con il battesimo è divenuto tempio dello Spirito Santo e che ora attende la risurrezione.

La visita al cimitero è occasione di memoria e di contemplazione. Non triste passeggiata tra i sepolcri, ma cammino nella vita di tante persone care. Ci richiama tutto l’amore che abbiamo ricevuto e che abbiamo donato e che ora si trova nel cielo, lì dove vivono coloro che ci hanno amato e che abbiamo amato. Nel profondo del loro cuore Dio legge il grande amore che ci ha legati e così custodisce nei loro sentimenti anche i nostri. Di fronte a legami così solidi, così profondi, come potrebbe il Signore non ascoltare la nostra preghiera di suffragio? Non riconoscere i vincoli di comunione che ci legano a chi ci ha preceduto?

In forza della fede in Cristo e dei sacramenti, infatti, tra noi battezzati si è creata una familiarità unica, un’appartenenza reciproca e profonda, che nulla, nemmeno la morte, può spezzare: nella Chiesa noi siamo diventati membra di un unico corpo. In forza di queste nuove relazioni sancite da Cristo, uniti nello Spirito, noi preghiamo per coloro che ci hanno preceduto, perché Dio li abbracci con quell’amore paterno che solo lui può dare.

Oggi si va sempre più diffondendo l’uso della cremazione. La nuova edizione del rito delle esequie - pubblicata con decreto della Conferenza Episcopale italiana il 2 novembre 2011, che entra in vigore proprio oggi - contempla questa possibilità, quando la scelta non è dettata da motivazioni contrarie alla fede.

Tuttavia fin dai primi secoli della Chiesa i cimiteri sono stati aree di culto e di pellegrinaggio, espressione della memoria e del riconoscimento della dignità dei defunti, luoghi impareggiabili di annuncio della speranza cristianaci nella risurrezione. Tutto questo non può essere dimenticato, né la nostra società può smarrire con superficialità le sue tradizioni, la sua storia.

Le tombe sono sempre state monumenti della memoria, luoghi per ricordare che generazioni di credenti ci hanno preceduto e hanno trasmesso a noi fede e cultura. Spargere le ceneri in natura significa impedire un ricordo cristiano di chi è stato prima di noi. Significa eliminare ogni riferimento a un luogo in cui esprimere il dolore personale e innalzare la preghiera. Allo stesso modo, conservare nella propria abitazione le ceneri priva la morte e la sepoltura di una dimensione sacra e comunitaria, riducendola a fatto privato. La Chiesa ribadisce il rispetto per il corpo anche quando non è più vivo, la necessità di esprimere i propri sentimenti attraverso un congedo rituale dalla persona amata e un luogo fisico in cui ricordarla e pregare.

Visitare le tombe dei nostri cari defunti è sempre autentico pellegrinaggio di orazione. Noi siamo viandanti di preghiera e davanti a ogni tomba diciamo: “Ricordati Signore dei tuoi fedeli, non abbandonarli in potere della morte, ma a tutti coloro che attendono la vita immortale dona la gioia della tua risurrezione, fino a quando saremo riuniti tutti intorno a te e canteremo in eterno la tua lode”.