Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36) / 1

La lettera pastorale per l'Anno della Fede di monsignor Vincenzo Pelvi

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ROMA, martedì, 23 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo i primi paragrafi della lettera pastorale per l’Anno della Fede firmata da monsignor Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia.

Il documento porta la data di oggi, 23 ottobre 2012, solennità liturgica di San Giovanni da Capestrano, patrono dei cappellani militari.

Chi desidera leggere la versione integrale della lettera può cliccare sul seguente link: http://www.zenit.org/article-33429?l=italian

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Carissimi sacerdoti e fedeli,

lo scorso 11 ottobre, Papa Benedetto XVI ha aperto l’Anno della fede, a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, per far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo. E noi tutti vogliamo accogliere con gioia e piena disponibilità questo tempo di grazia per incontrare Gesù Cristo, speranza del mondo.

L’Anno della fede

«In questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada»[1]. Con queste splendide espressioni, Papa Benedetto ha aperto l’Anno della fede, occasione propizia per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo che trasforma la vita.

Eppure il distacco che si costata in molti tra la fede che professano e la vita quotidiana va annoverato tra i mali del nostro tempo, dove l’indifferenza, l’agnosticismo e l’ateismo non consentono di giungere a una risposta sul senso della vita.                   

L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante e la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato lontano, ma non bisogna cedere alla pressione della secolarizzazione e diventare moderni mediante un annacquamento della fede. «Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi… Dobbiamo aiutarci a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo»[2].                                                       

Chi vuole la libertà di vivere come se Dio non esistesse, lo può fare, ma deve avere coscienza che questa scelta non è libertà né autonomia. La speranza, però, ha qualcosa di straordinariamente grande, perché consente di guardare al presente, pur con le sue difficoltà, con uno sguardo carico di fiducia e di serenità. E’ la speranza che non delude perché forte di una promessa di vita che supera ogni limite e punta a fissare lo sguardo sul Dio che ama e che ha condiviso la nostra esistenza umana.      

Come credenti, siamo chiamati a ribadire con convinzione la necessità di «dare ragione» della fede, con «dolcezza, rispetto e retta coscienza» (1 Pt3,15-16). Il richiamo a questi tre termini ha un suo valore programmatico. La presentazione e l’annuncio della speranza che è in noi non può ricorrere all’arroganza e all’orgoglio per un certo senso di superiorità nei confronti di altre dottrine. La fede ha una propria forza di credibilità che le deriva dall’essere, anzitutto, in relazione con la Rivelazione e non primariamente con la ragione. E anche quando essa si relaziona giustamente e obbligatoriamente alla ragione per mostrare la sua ragionevolezza, anche in questo caso essa afferma che l’atto con cui si crede va oltre, perché va esteso all’azione liturgica, dove il mistero viene evocato e celebrato, e alla testimonianza, dove la carità diventa forma suprema del credere.

E’ importante, pertanto, che si riprenda il primato del mistero che trasforma e converte, si presenti al nostro contemporaneo non per dimostrare primariamente l’esistenza di Dio e la veridicità della sua Rivelazione, ma anzitutto per mostrare come senza la sua presenza e vicinanza l’uomo diventa estraneo a se stesso.   

(…)

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NOTE

[1] Benedetto XVI, Omelia della S. Messa in occasione dell’Apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012.

[2] Benedetto XVI, Discorso ai Rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania, 23 settembre 2011.