Non temere, soltanto abbi fede! (Mc 5,36) / 2

La lettera pastorale per l'Anno della Fede di monsignor Vincenzo Pelvi

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ROMA, martedì, 23 ottobre 2012 (ZENIT.org).- Riprendiamo il testo integrale della lettera pastorale per l’Anno della Fede - inaugurato giovedì 11 ottobre scorso da Benedetto XVI, a 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II - di monsignor Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia.

Il documento porta la data di oggi, 23 ottobre 2012, solennità liturgica di San Giovanni da Capestrano, patrono dei cappellani militari.

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Carissimi sacerdoti e fedeli,

lo scorso 11 ottobre, Papa Benedetto XVI ha aperto l’Anno della fede, a cinquant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, per far risplendere la verità e la bellezza della fede nell’oggi del nostro tempo. E noi tutti vogliamo accogliere con gioia e piena disponibilità questo tempo di grazia per incontrare Gesù Cristo, speranza del mondo.

L’Anno della fede

«In questi decenni è avanzata una “desertificazione” spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, al tempo del Concilio lo si poteva già sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si è diffuso. Ma è proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne. Nel deserto si riscopre il valore di ciò che è essenziale per vivere; così nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita. E nel deserto c’è bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e così tengono desta la speranza. La fede vissuta apre il cuore alla Grazia di Dio che libera dal pessimismo. Oggi più che mai evangelizzare vuol dire testimoniare una vita nuova, trasformata da Dio, e così indicare la strada»[1]. Con queste splendide espressioni, Papa Benedetto ha aperto l’Anno della fede, occasione propizia per mettere in luce con sempre maggiore evidenza la gioia e il rinnovato entusiasmo dell’incontro con Cristo che trasforma la vita.

Eppure il distacco che si costata in molti tra la fede che professano e la vita quotidiana va annoverato tra i mali del nostro tempo, dove l’indifferenza, l’agnosticismo e l’ateismo non consentono di giungere a una risposta sul senso della vita.                   

L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante e la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato lontano, ma non bisogna cedere alla pressione della secolarizzazione e diventare moderni mediante un annacquamento della fede. «Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi… Dobbiamo aiutarci a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo»[2].                                                       

Chi vuole la libertà di vivere come se Dio non esistesse, lo può fare, ma deve avere coscienza che questa scelta non è libertà né autonomia. La speranza, però, ha qualcosa di straordinariamente grande, perché consente di guardare al presente, pur con le sue difficoltà, con uno sguardo carico di fiducia e di serenità. E’ la speranza che non delude perché forte di una promessa di vita che supera ogni limite e punta a fissare lo sguardo sul Dio che ama e che ha condiviso la nostra esistenza umana.      

Come credenti, siamo chiamati a ribadire con convinzione la necessità di «dare ragione» della fede, con «dolcezza, rispetto e retta coscienza» (1 Pt3,15-16). Il richiamo a questi tre termini ha un suo valore programmatico. La presentazione e l’annuncio della speranza che è in noi non può ricorrere all’arroganza e all’orgoglio per un certo senso di superiorità nei confronti di altre dottrine. La fede ha una propria forza di credibilità che le deriva dall’essere, anzitutto, in relazione con la Rivelazione e non primariamente con la ragione. E anche quando essa si relaziona giustamente e obbligatoriamente alla ragione per mostrare la sua ragionevolezza, anche in questo caso essa afferma che l’atto con cui si crede va oltre, perché va esteso all’azione liturgica, dove il mistero viene evocato e celebrato, e alla testimonianza, dove la carità diventa forma suprema del credere.

E’ importante, pertanto, che si riprenda il primato del mistero che trasforma e converte, si presenti al nostro contemporaneo non per dimostrare primariamente l’esistenza di Dio e la veridicità della sua Rivelazione, ma anzitutto per mostrare come senza la sua presenza e vicinanza l’uomo diventa estraneo a se stesso.   

Il cammino della Chiesa Ordinariato

Il pluralismo religioso, la secolarizzazione, la privatizzazione del fatto religioso, la confusione e l’incertezza in cui si vive oggi, la crisi della metafisica e della ragione sono coordinate entro cui il cristiano deve vivere la fede e annunciarla agli uomini del nostro tempo. 

In tale clima la fede cristiana, che proclama il primato di Dio e dei valori spirituali e pone come fine della vita la partecipazione alla felicità in Dio nella gloria eterna, sembra perdere ogni interesse e diviene, anzi, incomprensibile.

Nel passato, in tempo di cristianità, nascere e divenire cristiano andavano insieme. La fede si trasmetteva con l’ambiente culturale. Con l’avvento della modernità, ciò che la società trasmette non è più la fede, ma la libertà religiosa del cittadino.         

Accanto alla secolarizzazione della vita pubblica, assistiamo alla secolarizzazione della stessa vita privata, con una consistente presa di distanza degli individui dalle istituzioni e dalle pratiche religiose. Non è che le domande di senso o le aspirazioni spirituali scompaiano, regna piuttosto la perplessità, il bricolage delle credenze, dei percorsi singoli in un mondo complesso per cui le rappresentazioni della fede cristiana sono spesso caotiche e parziali e non permettono di rendere la fede leggibile o desiderabile.

Prima di essere un insieme di idee la fede è un dono che viene da Dio e coinvolge tutto l’essere umano, desideroso di uscire dall’illusione della propria autosufficienza, affidandosi sicuro come un bambino in braccio a sua madre (cfr. Sal 131,2).

La fede, come la vita, nasce, cresce, si sviluppa, matura e fruttifica; oppure, non riesce a crescere e a svilupparsi, ma si indebolisce, entra in crisi e muore. Ha bisogno di essere coltivata e nutrita con la preghiera, la purificazione del cuore, la vita sacramentale e le opere di carità. Il che richiede il passaggio dalla fede tradizionale a quella personale mediante una vera e propria conversione. Convertito è colui che prende coscienza di ciò che la fede esige sul piano intellettuale (l’accettazione di verità che superano la ragione umana e trascendono l’intelligenza); sul piano della libertà (il dono della propria libertà a Cristo e la rinuncia a cercare in se stesso o in altre religioni la propria salvezza, poiché Cristo è l’unico salvatore degli uomini); sul piano esistenziale (l’impegno a vivere da cristiano e camminare in una vita nuova)[3].

A partire da questa consapevolezza la Chiesa Ordinariato da oltre un quinquennio ha scelto di camminare insieme puntando sulla formazione cristiana delle donne e degli uomini con le stellette da accompagnare insieme ai familiari nella maturazione della fede e nella testimonianza di vita.

L’annuncio del Vangelo è diventato l’impegno prioritario per suscitare interesse per la persona e l’opera di Gesù, rivelatore perfetto dell’amore del Padre. Ne è nata l’esperienza di molteplici incontri pastorali che sono risultati provvidenziali laboratori di fede.

Dalla Parola alla fede

«Ogni credente è un ascoltatore della Parola, perché la fede nasce dall’ascolto (cfr. Rm 10,17). Non a caso nell’Antico Testamento il comandamento per eccellenza è: “Ascolta, Israele” (Dt 6,4), confermato e rinnovato dalla voce del Padre sul Figlio trasfigurato tra la Legge e i Profeti: “Ascoltatelo!” (Mc 9,7). Nella fede ebraica, e di conseguenza in quella cristiana, l’ascolto è la prima operazione per entrare in comunione con Dio. Dio parla e se l’uomo accoglie la Parola, cioè se ascolta e obbedisce, diventa un credente, uno che risponde a Dio mettendo in pratica la sua Parola. Se per Dio “in principio era la Parola” (Gv 1,1), per l’uomo “in principio è l’ascolto”»[4].

L’annuncio del Vangelo per il battezzato non è funzione facoltativa, ma dovere; guai se non annunciasse il Vangelo. Egli deve sviluppare una grande familiarità personale con la Parola, accostarla con cuore docile e orante, perché essa penetri a fondo nei suoi pensieri e sentimenti, in modo che le sue scelte siano sempre più una testimonianza evangelica. Non si tratta soltanto di annunciare in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con il disegno della salvezza[5].

Tutto questo esige un rapporto sereno, di fiducia, di grazia con il Signore, interlocutore reale, un partner effettivo, fondamento stesso della vita.

Abbiamo bisogno di trattenerci con lui, perché ci aiuti a maturare alcune consapevolezze: l’annuncio non è problema di tecniche da imparare, di sintesi di verità da trasmettere, quanto piuttosto di suscitare interesse per la persona e l’opera di Gesù, rivelatore perfetto di Dio, fratello in grado di accompagnarci in ogni situazione della vita, di comunicare ciò che Egli ha fatto per noi (illuminando la nostra esistenza, arricchendo la nostra povertà, riempiendo la nostra solitudine, sostenendoci nella debolezza, riscattandoci dalla condizione di servi e facendoci vivere nella piena libertà e dignità di figli di Dio, dandoci motivi di speranza e di gioia, che nessuno può toglierci...).                                                        

Il segreto dell’evangelizzazione si trova nel rendere sempre più il Signore fondamento della nostra vita: più siamo attaccati a lui e più il nostro cuore desidera che tutti lo conoscano e lo amino; più diventiamo segno e trasparenza di lui, più diventa solida la nostra fede, e si affina la nostra capacità di attrarre verso di lui, più contiamo su di lui e meno sulle nostre capacità e più il suo Vangelo di salvezza si fa strada nel cuore degli uomini.

Oratio fidei     

Un legame del tutto peculiare relaziona l’evangelizzazione con la liturgia, azione principale mediante la quale la Chiesa esprime il suo essere nel mondo mediazione della rivelazione di Gesù̀ Cristo. Quanto la comunità annuncia lo rende poi presente e vivo nella preghiera personale e liturgica, che diventa segno visibile ed efficace della salvezza. Separare questi due momenti equivarrebbe a non comprendere la Chiesa. Essa vive dell’azione liturgica come linfa vitale per il suo annuncio e questo, una volta compiuto, ritorna alla liturgia come suo completamento efficace. La lex credendi e la lex orandi formano un tutt’uno dove diventa difficile perfino vedere l’inizio dell’uno e il termine dell’altro[6].

L’annuncio del Vangelo, quindi, dovrà essere capace di fare della preghiera liturgica il suo spazio vitale perché abbia pieno significato l’annuncio che viene compiuto. La multiformità dell’azione liturgica e la pluralità dei riti che la compongono mostrano con evidenza quanto la centralità e unicità del mistero possa, poi, esprimersi in forme differenti senza mai far venir meno il suo legame con l’unica fede professata.   

A riguardo domandiamoci: come sono diventato credente? Probabilmente non solo con il catechismo ma con la preghiera. Ho imparato a pregare prima che a credere ripetendo le prime preghiere insegnatemi dai miei genitori. Mi sono accostato al Vangelo imparando che c’è un Padre, un angelo, una vita eterna, una Madre di Dio e un Dio mio fratello.

«Sono state le nostre prime parole cristiane, saranno probabilmente le ultime. La mia fede, la mia evangelizzazione, e forse quella di moltissimi, è cominciata con la prima preghiera, dando del tu a Dio. Dicendogli “mio Dio”. Mio, piccolo aggettivo che cambia tutto. Il teologo dirà: il Signore, il Creatore, il Redentore; l’orante dice: mio Signore e mio Dio. Il teologo può anche aver poca fede, l’esegeta può al limite essere un non credente, ma la fede è il passaggio dall’articolo “il” all’aggettivo “mio”. Non ci si può rivolgere a Dio senza fare atto di appartenenza. Mio Dio: mio non di possesso, ma di appartenenza audace e inaudita, entusiasmante e familiare»[7].

L’uomo di fede è colui che ha imparato a riconoscersi a partire dalla preghiera e che si concepisce in relazione a Dio. Ponendosi nella verità di questa relazione, l’orante vive in una profonda e liberante consapevolezza della grandezza divina e della sua inaccessibilità. Ecco perché può sostare davanti al Signore per lungo tempo anche senza sentire nulla, proprio perché ogni minima esperienza di Dio è capace di nutrire la memoria del suo cuore nella gratitudine a colui che gli è sempre vicino.

È in questa verità - il mistero della fede - che siamo sollecitati a crescere nella quotidiana fedeltà alla sua volontà. Se, poi, ci domandiamo come mai la fede, nonostante tutti gli sforzi pastorali, sembra spegnersi nel cuore di tante persone, si può affermare che essa svanisce perché non viene più praticata... e la prassi della fede è la preghiera[8].

La preghiera è sempre oratio fidei (cfr. Gc 5,15), cioè non soltanto preghiera che va fatta con fede, ma che discende dalla fede, manifestandosi come capacità espressiva della fede e modalità eloquente del credente. Io credo perché prego e prego perché credo.

Credere all’amore

Uno spazio peculiare dell’annuncio del Vangelo è certamente l’ambito della carità. La fede ha come contenuto Dio che si comunica e si manifesta nel Figlio, che noi confessiamo non solo con il cuore ma anche con la bocca, cioè nella vita pubblica. La fede, infatti, deve rendersi visibile agli occhi del mondo, raccontarsi concretamente in una vita di ardente carità per il prossimo.

In un periodo come il nostro, caratterizzato dalla chiusura dell’individuo in se stesso, dove la delega sembra avere la meglio sulla partecipazione, il richiamo alla responsabilità del credente sollecita una testimonianza che sa farsi carico del fratello.   

La carità costituisce l’evento centrale della rivelazione che ha il suo compimento in Cristo. Dal Vangelo sappiamo che quanto Gesù insegnò era confermato e avvalorato dalle sue opere, in modo particolare dal costante amore per gli ammalati, gli affamati, i peccatori e gli esclusi.     

Egli si commuove davanti alle folle da sfamare, ai malati da sanare, ai poveri a cui dare sollievo; va in cerca della pecora smarrita e sofferente, chiama Zaccheo, l’adultera e la peccatrice e li muove a conversione, perché li ama per primo. L’amore di Cristo supera ogni logica umana: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13).     

Ne consegue che la testimonianza dell’amore per il credente non è un sentimento passeggero, ma plasma la sua vita in ogni circostanza. È con il linguaggio dell’amore che Cristo nei poveri chiede di essere sfamato e dissetato, visitato negli ospedali e nelle carceri, accolto e vestito. I gesti di condivisione rinnovano il tessuto delle relazioni interpersonali, improntandole alla civiltà dell’amore e offrendo la speranza di un domani degno dell’uomo. «Questo richiede, però, che le azioni nascano da una profonda unione con Dio, contino sull’aiuto della Sua grazia più che sui mezzi umani e non avanzino alcuna pretesa di merito: siano, insomma, opere della fede e non della legge, frutto della gratuità di un cuore che ama e mai della ricerca di gratificazione di una vita povera di amore»[9].       

La comunione, prova della fede

Gesù, modello di vera comunione ha avuto rapporti di cordiale benevolenza con i lontani e gli emarginati (malati, lebbrosi, donne, bambini); è stato in dialogo di salvezza con coloro che erano ritenuti lontani (peccatori pubblici, samaritani, non ebrei); ha incontrato gli scribi e i farisei, spesso suoi avversari; ha condiviso la vita del suo ambiente, senza privilegi, fatto in tutto simile a noi (cfr. Eb 4,15). Ha riassunto la legge e i profeti nel comandamento dell’amore di Dio e del prossimo (cfr. Mt 22,34-46) e ha tradotto quest’amore in partecipazione alle vicende umane, liete o tristi (cfr. Gv 2,1-11; Lc 7,11-17), in espressioni di fraternità (cfr. Mc 2,13-17) e di profonda umiltà nel servizio (cfr. Gv 13,12-14).

Ha, poi, vissuto un rapporto di particolare amicizia con i dodici che scelse perché stessero con lui, confidandosi con loro come con amici, chiamandoli a partecipare alla sua missione di evangelizzazione e a condividere i suoi momenti di preghiera e le sue prove. E, prima di morire, ha lasciato, segno massimo e misterioso di comunione, l’Eucaristia, vita sua donata per loro e per tutti.     

Alla scuola di Gesù, maestro di comunione, si rende credibile l’annuncio del Vangelo. L’accendersi della fede nel cuore dell’uomo porta all’accoglienza della comunione con Dio e con i fratelli; il mantenere e professare l’identica fede alimenta la comunione; il vivere di fede spinge a comunicarla a chi ancora non la possiede. 

Ne consegue che la nuova evangelizzazione potrà germogliare solo da una vera e più intensa comunione. Diversamente Dio non è palpabile e il Vangelo non converte. E’ la fede a esigere la comunione, slancio che porta nel cuore del Vivente, sviluppando una volontà “ecclesiale “di concordia e di pace. Solo credendo, la comunione cresce e si rafforza: non c’è altra possibilità per dare senso alla vita se non abbandonarsi, in un crescendo continuo, nelle mani di un amore che si sperimenta grande perché ha la sua origine in Dio.

Credere in Deum, Deo, Deum

Una tradizione, che si fa risalire a sant’Agostino, presenta il credere come: credere in Deum, Deo, Deum. Ciò richiama un assenso graduale, un vivo dinamismo che implica il fidarsi di Dio, tenere per vero quello che egli rivela e affidarsi a Lui con vincoli di intima amicizia. Credere in Dio 

A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede con la quale la persona si abbandona tutta, liberamente, a Dio[10]. Nella realtà più profonda, la fede è obbedienza (cfr. Rm 16,26), mediante la quale la persona in grazia si mette dalla parte di Dio, in ascolto conoscitivo, affettivo e operativo di Gesù Cristo, che procede dal Padre nello Spirito.

Chi crede confida nel Signore e si educa a pensare nel suo pensiero e vivere nel suo progetto di amore, che apre alla relazione con i fratelli. L’obbedienza della fede non è un assenso astratto, perché ci fa nascere e crescere popolo di Dio, corpo di Cristo, tempio dello Spirito, Chiesa di cui diventiamo membra vive.

Credere a Dio

Credere è offrire a Dio il “sì” dell’intelletto e della volontà, acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da lui. La parola del Vangelo non è di uomini, ma è Gesù che opera nel credente (cfr. 1 Ts 2,13). Dio ha parlato e Gesù è la sua parola, il Dio con noi che si dona per la salvezza. Questo è il Vangelo dentro cui il credente deve respirare e a cui ispirare la sua vita a livello personale, familiare e sociale.

La Parola fatta carne, lieta notizia, coinvolge e apre alla verità tutta intera, Dio amore. Aver fede, allora, è credere all’Amore (cfr. 1 Gv 4,1-6), perché solo nell’Altro e negli altri si può realizzare una vera comunicazione, una reciproca comunione.

Credere Dio

«Con la divina rivelazione Dio volle manifestare e comunicare Se stesso e i decreti eterni della sua volontà riguardo alla salvezza degli uomini, per renderli cioè partecipi di quei beni divini, che trascendono la comprensione della mente umana»[11]. La fede è affidamento alla verità eterna che non va trascurata, perché è via alla conoscenza della volontà divina e contemplazione della sua persona.

Nello Spirito del Risorto, il credente riconosce Dio, affidandosi e accettando gli enunciati su di lui, consapevole che l’atto di fede esige armonia tra abbandono e assenso[12].

La fatica di credere

Anche il credente fa fatica a credere e si chiede se la fede cristiana non sia illusione o inganno, particolarmente dinanzi ai “misteri” rivelati nella Scrittura e proposti dalla Chiesa all’umanità. Ci si meraviglia che Dio sia per l’uomo il Mistero assoluto. Mentre ci si dovrebbe, invece, meravigliare del contrario. Infatti, Dio eterno e infinito, non può, per intrinseca necessità, essere compreso dall’uomo, che è un essere finito e dunque necessariamente limitato nella sua capacità di comprensione. Se la ragione potesse comprendere Dio, bisognerebbe dire che quello che essa comprende non è Dio, ma una sua creazione mentale, più o meno fantastica, che poco ha a che vedere con la realtà di Dio. In altre parole, il vero Dio è assolutamente al di là di tutto ciò che l’uomo può comprendere e può pensare di Lui.   

Certo, partendo dalla creazione, l’intelligenza umana, in base al principio di causalità, può arrivare all’esistenza di Dio e, servendosi dell’analogia, può affermare che ci sono in Dio sapienza, bontà, bellezza, potenza. Non comprende, però, “come” Dio sia sapiente e buono, poiché Egli, essendo infinito, è infinitamente buono e sapiente. Ora l’intelligenza umana non può assolutamente comprendere che cosa ciò possa significare, così che ciò che riguarda Dio resta avvolto nel mistero più assoluto e impenetrabile. L’uomo può conoscere qualcosa del mistero di Dio soltanto se Dio stesso, nella sua bontà e condiscendenza, si rivela a lui.            

Ma è proprio questo che l’uomo moderno non può e non vuole accettare, o almeno lo fa con fatica. Egli, infatti, ritiene che le uniche fonti della conoscenza umana siano la ragione e la scienza; perciò, tutto quello che non può essere dimostrato con la ragione o che non entra nei suoi schemi limitati, e tutto quello che non può essere dimostrato con i metodi e con gli strumenti della scienza, oppure sembra essere in contrasto con le conclusioni e con i dati della scienza, da una parte è dichiarato inesistente, dall’altra è qualificato frutto di fantasia ed espressione di una mentalità pre-logica e pre-scientifica[13]. Opportunamente l’apostolo Paolo ricorda: «Finché abitiamo nel corpo siamo in esilio lontano dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione» (2 Cor 5,6-7). Di qui l’impegno di approfondire i contenuti della fede, anche alla scuola dei documenti del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa cattolica.

Una bussola per la fede

La fede della Chiesa trova nel Concilio Vaticano II la sua forma concreta e attuale, che nella sua autorevolezza sostiene e orienta la testimonianza di fede dei credenti. Benedetto XVI ha scritto: «Il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano Il possa essere un’occasione propizia per comprendere che i testi lasciati in eredità dai Padri conciliari, secondo le parole del beato Giovanni Paolo Il, “non perdono il loro valore né il loro smalto. E’ necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati come testi qualificati e normativi del Magistero, all’interno della Tradizione della Chiesa. [...] Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre”. Guidati da una giusta ermeneutica, esso può essere e diventare sempre di più una grande forza per il sempre necessario rinnovamento della Chiesa»[14].                                                                         

Se è vero che il Concilio non tratta espressamente della fede, in realtà ne parla in ogni pagina, ne riconosce il carattere vitale e soprannaturale, la suppone integra e forte, e costruisce su di essa la sua dottrina[15]. Basterebbe ricordare le affermazioni conciliari sulla Chiesa maestra di fede[16], sul senso della fede che anima il popolo di Dio[17], sulla purezza della fede in funzione del dialogo ecumenico[18], sull’opera dei Vescovi nell’insegnamento delle verità della fede[19], sull’incontro della fede e della ragione in un’unica verità a livello degli studi superiori[20], sulla sintesi nuova, possibile e magnifica, fra la fede antica e la cultura moderna[21], per rendersi conto dell’essenziale importanza che il Concilio, attribuisce alla vera fede, che ha per sorgente Cristo e per canale il magistero della Chiesa.

Ritorniamo al Concilio, cioè ai suoi testi, per trovarne l’autentico spirito. Il riferimento ai documenti mette al riparo dagli estremi di nostalgie anacronistiche e di corse in avanti, consentendo di cogliere la novità nella continuità facendo sì che la medesima fede continui a essere viva in un mondo in rapido cambiamento.  

La fede, di cui tratta il Concilio, trova poi nel Catechismo della Chiesa Cattolica un vero strumento a sostegno di quanti hanno a cuore la formazione dei cristiani nell’odierno contesto culturale[22]. Sin dal principio la fede cristiana ha il suo contenuto chiaro e preciso, che ha però bisogno di una spiegazione per essere compreso e attualizzato nelle diverse circostanze storiche e ambientali. Nel Catechismo, infatti, emerge la ricchezza di insegnamento che la Chiesa ha accolto, custodito e offerto nei suoi duemila anni di storia. Dalla Sacra Scrittura ai Padri della Chiesa, dai Maestri di teologia ai Santi che hanno attraversato i secoli, esso offre una memoria permanente dei tanti modi in cui la Chiesa ha meditato sulla fede e prodotto progresso nella dottrina per dare certezza ai credenti.  

Cristo, l’evangelizzatore

La fede cristiana non è una delle tante visioni del mondo o interpretazioni della storia, personale e collettiva, bensì incontro con Gesù di Nazaret, condannato alla morte di croce dagli uomini, ma che Dio ha risuscitato dai morti, ribaltando la sentenza di condanna. L’incontro con Gesù, che i primi discepoli riconoscono e proclamano Messia e Signore, fa nascere e alimenta la fede in lui. La testimonianza di tutti gli altri credenti in Gesù ci sostiene nella fatica di accettare il rischio di una decisione che attraversa l’esistenza. Nella persona e nella vicenda di Gesù Cristo il Dio lontano e invisibile si fa vicino a ogni essere umano, in un insperato e gratuito gesto d’amore. Contemplando il volto di Gesù e ascoltando le sue parole scopriamo chi siamo, intravediamo qual è la fonte ultima della nostra esistenza e verso quale meta tende il nostro cammino quotidiano»[23].

Gesù Cristo, il Figlio di Dio, è unico salvatore dell’umanità. La nuova evangelizzazione riparte da qui: dalla convinzione che la grazia agisce e trasforma fino al punto da convertire il cuore, e dalla credibilità della nostra testimonianza. È tempo di ricordare che la porta della fede è sempre aperta per noi[24].  

Per questo è significativo cogliere come Gesù educava alla fede[25], come generava alla fede gli uomini e le donne che avvicinava lungo le strade della Palestina. Sapeva che non ci può essere vita umana senza fede e per questo si preoccupava di farla emergere dal cuore dei suoi ascoltatori.    

Egli non ha mai detto: «Io ti ho salvato», bensì: «La tua fede ti ha salvato» (Mc 5,34 e par.; 10,52; Lc 7,50; 17,19; 18,42); «Va’, e sia fatto secondo la tua fede» (Mt 8,13); «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri» (Mt 15,28). Ecco come Gesù rendeva possibile la fede, facendola emergere nell’altro attraverso la sua presenza di uomo affidabile e ospitale, che non dice di essere lui a guarire e a salvare, ma la fede di chi a lui si rivolge.

Il Signore insegnava che nulla resiste alla fede, anche quando essa ènella misura di un granello di senape (cfr. Mt 17,20; Lc 17,6), «il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra» (Mc 4,31); che occorre non dubitare (cfr. Mc 11,23; Mt 21,21), perché «tutto è possibile a colui che crede» (Mc 9,23); e si diceva addirittura impegnato a pregare affinché la fede di uno dei suoi discepoli, Simone, non venisse meno (cfr. Lc 22,32).                      

Anche noi possiamo incontrare Gesù di Nazaret, come è avvenuto duemila anni fa per le donne e gli uomini nei villaggi della Galilea o a Gerusalemme? Possiamo pensare seriamente che nella sua esistenza terrena Gesù abbia percorso i sentieri della nostra vita quotidiana? È possibile stabilire un rapporto vitale con Gesù, che è vissuto in una cultura e in una trama di relazioni tanto diverse dalle nostre? Direi di si, perché Egli è il Vangelo di Dio (Rm 1,3), in Lui, morto e risorto, si radica il nostro Credo, il simbolo della fede che continua inalterato ad alimentare il popolo di Dio. Per questo occorre ascoltare il Cristo «cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura d’indecisione, ogni dubbio e calcolo umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del mondo»[26].    

Itinerario verso Dio

Gesù è nostro contemporaneo nelle gioie e nelle inquietudini profonde. Di qui la proposta di un itinerario per incontrare e conoscere Gesù Signore e ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede. Esso viene consegnato ai cappellani, perché orientino i fedeli a una scelta cristiana consapevole, eticamente fondata, destinata a durare nel tempo. Sono certo che, mediante il loro ministero, possa raggiungere le famiglie e i giovani militari nelle case, nelle scuole, nelle caserme per aiutare tutti a riscoprire la gioia di essere battezzati.

Questo piccolo sussidio, che non ha la pretesa di presentare esaustivamente l’evento di Cristo, ha lo scopo di tracciare, con linguaggio semplice, alcuni aspetti fondamentali della sua persona e missione.           

Quattro sono i momenti che introducono progressivamente nel mistero della vita di Cristo: il Rivelatore del Padre; il Risorto che vive nella sua Chiesa; la vita nello Spirito; l’attesa della beata Speranza.     

Attraverso il racconto dei primi testimoni, gli evangelisti, è facile avere una chiara e precisa risposta su chi è Gesù di Nazaret. Al sussidio, poi, sono aggiunti dei riferimenti al Catechismo della Chiesa Cattolica per offrire una esposizione organica e sintetica dei contenuti essenziali e fondamentali della dottrina cattolica sia sulla fede sia sulla morale, alla luce del Concilio Vaticano II e dell’insieme della Tradizione della Chiesa. Utile per integrare il dialogo sono proposti alcuni interrogativi, che risvegliano l’impegno di testimonianza a Cristo e alla sua Chiesa.         

I Vangeli come storia e interpretazione della vicenda di Gesù di Nazaret          

La meravigliosa novità del cristianesimo consiste nel fatto che esso proclama la venuta del Figlio di Dio in mezzo agli uomini, facendosi uomo Lui stesso, uomo come noi: Gesù di Nazaret. Questo sta a dimostrare l’amore di Dio per noi.         

Di Gesù sappiamo molte cose attraverso la testimonianza dei quattro Vangeli, scritti in tempi vicinissimi a Gesù da persone che lo avevano conosciuto o erano ben informate dalla prima comunità cristiana.            

E’ chiaro che gli evangelisti, ben consapevoli che Egli è il Figlio di Dio, scrivono la “storia” di Gesù alla luce della “fede”, sollecitando la stessa fede nel lettore, che dovrebbe rassomigliare al “buon terreno”, di cui parla la parabola del seminatore (cfr. Mt 13,1-23).

I discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35).      
Altri testi utilizzabili Lc 1,1-4; 4,14-30; 24,13-35; Gv 20,30-31; 21,24-25.      
Cfr. CCC 422-425.   

La storia di Gesù di Nazaret è in parte già preparata dai libri dell’Antico Testamento. Essi descrivono la particolare predilezione di Dio verso Israele, come anticipazione del nuovo e più vasto “popolo di Dio” che è la Chiesa (cfr. Mt 1 e 2). Bisogna, perciò, rifarsi alla storia dell’Antico Testamento per meglio capire il disegno salvifico di Dio in favore degli uomini, incominciando dalla scelta del popolo di Israele. Figure emblematiche di quella storia sono: Abramo, Mosè, Samuele, Davide, i profeti, molti dei quali preannunciano la venuta del Salvatore e il suo destino.

Il Servo del Signore (Is 52,13-53,12)        

Altri testi utilizzabili Mt 1-2; Is 52,13-53; Lc 4,14-30.   
Cfr. CCC 430-436; 441-446; 489.    

Per il dialogo:
- Quali iniziative avviare nella comunità per favorire in ogni membro la consapevolezza interiore di essere chiamato ad annunciare Gesù Cristo, singolarmente e insieme agli altri credenti, in casa e negli ambienti di lavoro?  
 - Come far crescere la comunione nella comunità, sul piano della preghiera comune, dell’incontro, del dialogo, del servizio reciproco?     
- Quali sono le difficoltà maggiori di resistenza, di rifiuto ad accogliere il Vangelo nelle nostre famiglie?

Gesù Cristo, il Rivelatore del Padre

Per incontrare la figura di Gesù di Nazaret, Signore e Salvatore, è fondamentale ripercorrere i “misteri” della sua vita. Il Vangelo è prima di tutto “Lui” e, solo in un secondo momento, riferito al suo stile di vita, alla sua dottrina. Ripercorriamo, perciò, le tappe della sua storia.

La nascita di Gesù nella povertà e sotto il segno della persecuzione anticipa la missione del Messia umile e sofferente, amico degli ultimi e dei diseredati. Nella nascita del Messia, povero tra i poveri, viene anticipata la suprema povertà del Crocifisso e comincia a risplendere la gloria di Dio, intesa come rivelazione del suo amore.          

La nascita di Gesù (Lc 2,1-20).     
Altri testi utilizzabili: Mt 1-2; Lc 1-2.      
Cfr. CCC 437-443; 484-487.

Gli inizi della vita pubblica di Gesù. Il battesimo e la tentazione nel deserto diventano realtà e simbolo, nello stesso tempo, della lotta contro il “male”, che si annida nel cuore di ogni uomo e che Gesù è venuto a debellare.            

Con il battesimo al Giordano, Gesù compie il primo gesto profetico pubblico e si rivela come Messia-Servo. 

Battesimo di Gesù (Mc. 1,9-13).
Altri testi utilizzabili: Mc 1,9-13; Mc 3,13-4,11; Lc 3,21- 22; 4,1-13.    

CCC 444-445; 522-540.

Gesù annuncia la venuta del Regno e opera i primi miracoli come segno di misericordia e di potenza (cfr. Mc 1,11-15). Il “regno” che Gesù annuncia non è diverso dalla sua persona. Oltre che messaggero, egli è il protagonista del “regno”. Attraverso e oltre che in “Lui” si realizza l’assoluta sovranità di Dio nel cuore degli uomini e nella storia. Egli è venuto per dare inizio alla liberazione integrale dell’umanità con le meraviglie tipiche del nuovo esodo: «i ciechi vedono, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi odono, i morti resuscitano, ai poveri è predicata la buona novella» (Mt 11,5).

Il ministero di Gesù (Mc 1,14-34).           
Altri testi utilizzabili: Mc 1,14-2,12 e passi paralleli.  
CCC 541-545.

Gesù chiama dei discepoli alla sua sequela, in modo che sappiano tutto di Lui per poterlo annunciare al mondo. La tematica del “discepolato” è importante per un duplice motivo. In primo luogo fa notare come Cristo, fin dall’inizio, chiamando dei discepoli a seguirlo e promettendo a Pietro un particolare ruolo (cfr. Mt 16,13-20), già pensa a una comunità (la “Chiesa”). Inoltre in quella “sequela” c’è un modello per l’invito rivolto, sia pur in forme diverse a ogni credente. Certo la sequela di Gesù diventa esigente e bisogna sempre lasciare qualcosa per seguire Cristo.

Vocazione dei primi discepoli (Mt 4,18-22).     
Altri testi utilizzabili: vocazione dei primi discepoli: Mt 4,15-22; 8,18-22; 9,9-13; e passi paralleli. Vedi anche Gv 1,35-52.    
CCC 551-553.           

Gesù parla in parabole per adombrare il “mistero” del regno dei cieli, che Egli sta realizzando. Le parabole hanno un’importanza rilevante nell’insegnamento di Gesù, sia per la forma popolare del linguaggio che impressiona subito e ritrae le situazioni, sia perché esse attirano facilmente l’attenzione a motivo di una certa oscurità che l’avvolge.

Esse incidono sugli ascoltatori perché descrivono le condizioni fondamentali della realizzazione del “regno di Dio” (essere “terra buona” per raccogliere il seme) e ne presentano le varie vicende (grano e zizzania).      

Le tre parabole della misericordia (Lc 15,1-32)            
Altri testi utilizzabili: Mc 4,1-34; Mt 13 (il discorso delle parabole).           
CCC 546-550.           

Ma chi è davvero Gesù? E’ solo un grande maestro, taumaturgo, riformatore sociale, profeta o qualcosa di più? «Chi dicono gli uomini che io sia?» (Mt 16,13). Neppure Pietro che lo confessa Messia e Figlio di Dio riesce a penetrare fino in fondo il suo mistero e si scandalizza di Lui quando preannuncia la passione e morte. Gesù è un Messia “scomodo” da scoprire lentamente e umilmente solo ai piedi della croce. Vedendolo spirare sulla croce, il centurione esclama: «Veramente Costui era il Figlio di Dio» (Mc 15,39).

Ai piedi della croce si può capire quanto grande sia stato l’amore di Dio che non ha risparmiato il Suo Figlio per noi.         

La risurrezione confermerà, in maniera inconfutabile, tutto questo.          

Gesù dalla samaritana (Gv 4,1-42).         
Altri testi utilizzabili: Mt 16,13-28 e paralleli; Gv 4,1-4.        
CCC 557-560; 595-605.      

La passione e morte di Gesù diventa mistero estremo di amore e partecipazione alla sofferenza e ai drammi dell’uomo. Perfino i suoi discepoli si scandalizzano e fuggono. Dietro la passione-morte di Gesù c’è dunque un disegno di Dio, un disegno di amore, che la fede della Chiesa chiama “mistero della redenzione”.                       

Come l’antico Israele fu liberato dalla schiavitù per ricevere il dono dell’alleanza e della terra promessa, così l’umanità intera è redenta, cioè liberata dalla schiavitù del peccato e introdotta nel regno di Dio.            

Gesù in croce (Mc 15,29-38).         
Altri testi utilizzabili: Alcuni tratti della passione dal Vangelo di Marco o Giovanni.   
CCC 608-618.

La risurrezione svela il mistero di Cristo, a cui il Padre restituisce la vita perché sia il Signore dei vivi e dei morti. Le apparizioni dimostrano che il Risorto è “lo stesso” ma anche “diverso” da quello che era prima. Con il Crocifisso risorto riparte la causa del regno di Dio e ciò che era iniziato così promettente durante la vita pubblica e che sembrava annullato dalla morte in croce viene ora ripreso con nuova e potente efficacia.

Gesù appare agli apostoli (Lc 24,36-49).           
Altri testi utilizzabili: I racconti della Risurrezione in Luca e Giovanni.   
CCC 638-655.

Per il dialogo:
- Perché il mistero dell’incarnazione è centrale nella fede cristiana? Come porre al centro della vita di fede l’incontro di amore con la persona di Gesù Cristo e la sua sequela?
- Quali sono le scelte evangeliche più coerenti sul piano spirituale, familiare e sociale,  per testimoniare la nostra fede in Gesù Cristo e il suo messaggio di speranza per tutti?
- Come esprimere la salvezza portata da Cristo verso le famiglie, particolarmente quelle in difficoltà, e verso i giovani e le loro attese?

Il Risorto vive nella sua Chiesa  

Il Risorto dà il mandato ai suoi Apostoli, perché annuncino a tutte le genti la storia di salvezza, che di fatto continua nella Chiesa come dilatazione della sua presenza nella storia. Dai Vangeli risulta “la volontà” di Gesù di convocare attorno a sé e al suo messaggio una “comunità” di credenti. Cristo risorto è la forza che anima la missione universale. Gli Apostoli, in intima unione con Lui, condividono il suo amore per gli uomini e diventano suoi collaboratori nell’opera della salvezza. Egli stesso li sostiene con il dono dello Spirito Santo, che li spinge ad annunciare il Vangelo e suscitare la fede negli ascoltatori.            

Il mandato missionario del Risorto (Mc 16,15-20).      
Altri testi utilizzabili: Atti 2; Gv 14,15-30; 16,4-15.      
CCC 659-664.           

L’evento di Pentecoste costituisce l’atto di nascita della Chiesa, destinata “a parlare le lingue” di tutti gli uomini con la forza dello Spirito che le è stato donato. A Pentecoste si completa la fondazione della Chiesa e si avvia la sua espansione.      

La stessa comunità cristiana vive e si rigenera in una comunicazione di fede e di carità, originata dallo Spirito.

La promessa dello Spirito (Gv 14,25-31).          
Altri testi utilizzabili: Mt 16,13-20; 18,1-35; 28,16-20; Mc 16,15-20; Atti 1,1-11; Gv 21,15-17.
CCC 689-701; 731-732.

Unita «nella dottrina degli Apostoli, nella comunione fraterna, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (At 2,42) la prima comunità cristiana diventa “modello” di ogni comunità ecclesiale. Parola e sacramento sono perciò elementi strutturanti la comunità: i sacramenti riattualizzato, mediante la potenza dello Spirito, i gesti di salvezza (ad esempio, l’Eucaristia rende presente il Cristo che si dona volontariamente alla morte per noi e si fa cibo di vita per la vita del mondo).  

L’istituzione dell’Eucaristia (Mt 26,26-29).        

Altri testi utilizzabili: Atti 2,14-41 (discorso di Pietro il giorno Pentecoste; l’invito a farsi battezzare, ...) 4,32-37; Mt 26,26-29 (e passi paralleli: istituzione dell’Eucaristia); Gv 6,22-59 (discorso eucaristico).
CCC 737-741.           

I vari ministeri nella Chiesa primitiva. Pur essendo ripiena dello Spirito, che l’ha invasa nel giorno di Pentecoste, la comunità primitiva ha articolazioni diverse di servizi (“ministeri”).

Pietro, fin da principio ne appare il responsabile primo: è lui il primo nell’elenco dei Dodici (cfr. At 1,13); è lui che propone di accogliere Mattia al posto di Giuda che ha tradito (cfr. At 1,1.5-26); è lui che parla, a nome degli altri, il giorno di Pentecoste, (cfr. At 2,14-36); è lui che propone l’elezione dei sette diaconi (cfr. At 6,1-6). C’è, poi, la figura eccezionale di Paolo, il grande convertito, l’Apostolo delle genti (cfr. At 9,1-30); c’è posto per una generosa coppia di coniugi Aquila e Priscilla che aiutano Paolo e il predicatore Apollo di Alessandria (cfr. At 18,18.24-26).

La Chiesa, perciò, è come in corpo organico in cui ognuno ha il suo servizio da svolgere.

I doni spirituali o “carismi” (1 Cor 12,4-11).     
Altri testi utilizzabili: Atti 1.2.3.4.6.7.13.
CCC 763-766; 771-776; 949-951.

Il posto particolare di Maria nei Vangeli e nel libro degli Atti. Accanto a Gesù non può mancare la Madre, che allarga la sua “maternità” anche alla Chiesa. Maria è al centro della Chiesa come in una perenne Pentecoste: «Non si può parlare di Chiesa se non vi è presente Maria, la madre del Signore con i fratelli di Lui» (S. Cromazio di Aquilea).          

Le nozze di Cana (Gv 2,1-12).      
Altri testi utilizzabili: oltre al Vangelo di Luca 1,26-56; 19,25-27 e Atti 1,14.         
CCC 964- 972.

Per il dialogo:         
- In che modo si può diventare come persona o comunità segno concreto di una Chiesa che sa accogliere e rispondere alle necessità dell’uomo contemporaneo?        
- Quali segni possiamo offrire per testimoniare l’apertura universale della Chiesa?     
- In che modo è possibile vivere la comunione ecclesiale senza divisioni che offuscano l’unità della Chiesa e la ricchezza dei carismi?

La vita nello Spirito          

Con il dono dello Spirito effuso sulla Chiesa e donato a ogni singolo credente nei sacramenti, il cristiano vive da “figlio di Dio” in un rapporto di figliolanza amorosa verso il Padre, imitando “lo stile di vita” di Gesù, nostro fratello, che è soprattutto vita di carità. In particolare il battesimo ci introduce in questa intimità divina, facendoci rinascere in Cristo «per l’acqua e per lo Spirito» (Gv 3,5). Il battesimo, però, ha bisogno di essere “vissuto” quotidianamente.            

Il dialogo con Nicodemo (Gv 3,1-21).    
Altri testi utilizzabili: Gv 13,1-20; 15,1-17; Rm 8.         
CCC 977; 1213-1273.           

Nello Spirito delle beatitudini dove si apre alla “signoria” di Dio, il cristiano adempie le esigenze dei “comandamenti”, che, in tal modo, «non sono gravosi» (1 Gv 5,3).

Il cristianesimo è la religione dell’amore, in cui il dovere è integrato e oltrepassato. Per questo è anche la religione della gioia.         

Il primo comandamento (Mc 12,28-34).
Altri testi utilizzabili: Mt 5-7; 6,17-49.    
CCC 2052-2550.       

La preghiera, dimensione essenziale del vivere cristiano, è domanda di aiuto ma soprattutto celebrazione dell’amore di Dio verso di noi, come per la Vergine Maria (cfr. Lc 1,46-36). Gesù ci dà l’esempio del pregare; prega Egli stesso e ci insegna anche come pregare: “Padre nostro”. I discepoli devono pregare nel suo nome (cfr. Gv 14,13-14), in sintonia con Lui e insieme a Lui, perché si compia il disegno del Padre. In realtà, la preghiera cristiana è la stessa preghiera di Gesù in noi.

Il Pater (Lc 11,1-4.9-13).     
Altri testi utilizzabili: Mt 6,5-15; Lc 11,1-13; 18,1-14; 22,39-45; Mc 14,32-36.           
CCC 2559-2751; 2759-2856.           

Il dramma del peccato come disobbedienza a Dio è rottura del suo “patto di amore”. Durante il ministero pubblico, Gesù ha invitato la gente a convertirsi e a credere che Dio è misericordioso e che nessun peccato è più grande del suo perdono. Egli ha accolto
i peccatori e ha partecipato con loro a banchetti festosi per riconciliarli con Dio.

La remissione dei peccati (Gv 20,19-23).           
Altri testi utilizzabili: Lc 15 (le parabole della misericordia); Mt 18,15-19; Gv 20,19-23.
CCC 1440- 1484.      

L’amore gratuito e infrangibile di Cristo verso la Chiesa si riflette nell’amore umano. Con il matrimonio cristiano c’è la consacrazione dell’amore autentico, aperto al dono della vita, fra l’uomo e la donna. La famiglia, perciò, è “piccola Chiesa” dove l’amore premuroso e fedele dei coniugi manifesta lo stesso amore di Dio, che è eterno.  

L’alleanza coniugale (Mc 10,1-42).
Altri testi utilizzabili: Mt19,1-12; Mc 10,1-12; Gv 2,1-12; Ef 5,22-33; Cantico dei Cantici; Is 54,1-10.      

CCC 1621-1658.       

Per il dialogo:
- Come annunciare la vita nuova in Cristo quale fonte di vera libertà per l’uomo, superando l’incoerenza dei cristiani che non vivono nello spirito delle beatitudini?          
- La vita morale è un cammino di sequela di Gesù Cristo. Quali segni andrebbero evidenziati per accogliere dinanzi alle domande fondamentali dell’esistenza l’unica risposta di verità che è il Cristo?       
- Come aiutare la gente a conoscere e accogliere la morale cristiana nella vita di ogni giorno?

Nell’attesa della beata speranza

Il mistero della morte, che non è fallimento o caduta nel nulla, è ingresso nella “vita” senza più tramonto. Eppure da sempre la morte è guardata con timore, perché radicalmente contraria al desiderio di conservazione. Oggi, poi, come fenomeno generale, diventa oggetto di attenzione e curiosità, si banalizza o come un tabù si allontana anche la domanda sul senso della vita. Cristo, al contrario, con la sua morte ci riscatta dal terrore della nostra morte e, offrendo il senso del soffrire, ci apre alla certezza della risurrezione finale.

Il ricco epulone (Lc 16,19-31).      
Altri testi utilizzabili Lc 23,44-49 (morte di Gesù); Gv 11,1-46 (risurrezione di Lazzaro); 1 Cor 15,1-58.  
CCC 1005-1020.       

Il giudizio ultimo, da cui dipenderà il nostro destino, sarà un giudizio sull’amore: «ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli lo avete fatto a me» (Mt 23,40). Il giudizio potrà essere di condanna o di assoluzione, di vita o di morte. La vita terrena, perciò, breve e preziosa, è concessa per maturare la scelta definitiva e irreversibile di Dio.        

Il giudizio finale (Mt 25,31-46).   
Altri testi utilizzabili: Mt 25,31-40; Lc 16,19-31; 23,43 (il ladrone pentito).
CCC 678-679; 1038-1041.

E così saremo sempre con il Signore (1 Ts 4,17). Dio ci ha predestinati alla salvezza che si compirà alla fine, anche con la partecipazione del nostro corpo nella gloria eterna del Paradiso, in comunione di tutti gli eletti. Introdotti con Cristo nel mistero della Trinità divina saremo pienamente noi stessi. La perfezione comporterà lo stare insieme nella conoscenza e nell’amore reciproco. Così i santi, che formano una comunità di persone splendenti nell’amore, godono la beatitudine eterna.

La Gerusalemme celeste (Ap 21,1-7).     
Altri testi utilizzabili Ap 21-22; 1 Ts 4,13-18, Cor 15,1-58.      
CCC 1042-1050.

Per il dialogo:
- L’esperienza quotidiana porta con sé i tratti della speranza cristiana che dà una risposta all’enigma della morte e sostiene quanti sono turbati dal dubbio e dal dolore?            
- La nostra catechesi e le liturgie che celebriamo aiutano a far crescere nei cuori la certezza del ritorno del Signore?            
- Come esprimere i contenuti della nostra fede nella vita eterna attraverso gesti che sappiano andare incontro a chi cerca Dio?

Preghiera per conseguire la fede

Signore, io credo; io voglio credere in Te.        
O Signore, fa’ che la mia fede sia piena, senza riserve, e che essa penetri nel mio pensiero, nel mio modo di giudicare le cose divine e le cose umane;    
O Signore, fa’ che la mia fede sia libera; cioè abbia il concorso personale della mia adesione, accetti le rinunce ed i doveri ch’essa comporta e che esprima l’apice decisivo della mia personalità: credo in Te, o Signore;        
O Signore, fa’ che la mia fede sia certa; certa d’una esteriore congruenza di prove e di un’interiore testimonianza dello Spirito Santo, certa d’una sua luce rassicurante, d’una sua conclusione pacificante, d’una sua assimilazione riposante;        
O Signore, fa’ che la mia fede sia forte, non tema le contrarietà dei problemi, onde è piena l’esperienza della nostra vita avida di luce, non tema le avversità di chi la discute; la impugna, la rifiuta, la nega; ma si rinsaldi nell’intima prova della Tua verità; resista alla fatica della critica, si corrobori nella affermazione continua sormontante le difficoltà dialettiche e spirituali, in cui si svolge la nostra temporale esistenza;          
O Signore, fa’ che la mia fede sia gioiosa e dia pace e letizia al mio spirito, e lo abiliti all’orazione con Dio e alla conversazione con gli uomini, così che irradi nel colloquio sacro e profano l’interiore beatitudine del suo fortunato possesso;           
O Signore, fa’ che la mia fede sia operosa e dia alla carità le ragioni della sua espansione morale, così che sia vera amicizia con Te e sia di Te nelle opere, nelle sofferenze, nell’attesa della rivelazione finale, una continua ricerca, una continua testimonianza, un alimento continuo di speranza;         
O Signore, fa’ che la mia fede sia umile e non presuma fondarsi sull’esperienza del mio pensiero e del mio sentimento; ma si arrenda alla testimonianza dello Spirito Santo, e non abbia altra migliore garanzia che nella docilità alla Tradizione e all’autorità del magistero della santa Chiesa. Amen[27].       

Roma, 23 ottobre 2012 
Solennità liturgica di
San Giovanni da Capestrano
Patrono dei cappellani militari 

+ Vincenzo Pelvi
Arcivescovo

*

NOTE

[1] Benedetto XVI, Omelia della S. Messa in occasione dell’Apertura dell’Anno della fede, 11 ottobre 2012.

[2] Benedetto XVI, Discorso ai Rappresentanti del Consiglio della Chiesa Evangelica in Germania, 23 settembre 2011.

[3] Cfr. V. Pelvi, Iniziare e accompagnare, in (a cura di) G. Avolio, “Annuncio del Vangelo e mondo militare. Atti del convegno dei cappellani militari2008”, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2009, pp.119-121.

[4] E. Bianchi, Presbiteri affidati alla Parola. La Parola di Dio nella vita del presbitero, in (a cura di) G. Avolio, “Parola di Dio e accompagnamento spirituale. Atti del convegno dei cappellani militari2009”, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2010, p. 23.

[5] Cfr. Evangelii Nuntiandi, 19.

[6] Cfr. Rino Fisichella, La nuova evangelizzazione, Mondadori, Milano 2011, p. 63.

[7] E. Ronchi, Annuncio del Vangelo e preghiera personale in (a cura di) G. Avolio,  “Annuncio del Vangelo e preghiera. Atti del convegno dei cappellani2010”, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2011, p.18.

[8] Cfr. M. Semeraro, Annuncio del Vangelo e preghiera comunitaria in Atti del convegno 2010 cit. p.52.

[9] B. Forte, Persona e carità in (a cura di) G. Avolio, “Annuncio del Vangelo e testimonianza della carità. Atti del convegno dei cappellani2011”, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2012, pp. 28-29.

[10] Cfr. Dei Verbum, 5.

[11] Dei Verbum, 6.

[12] Cfr. Porta Fidei, 9 e15.

[13] Cfr. G. De Rosa, Fatica e gioia di credere, Civiltà Cattolica, Roma 2002, pp. 11-12.

[14] Porta Fidei, 9-10.

[15] Cfr. PaoloVI, Catechesi nell’Udienza generale dell’8 marzo 1967.

[16] Cfr. Lumen Gentium,14 e 48.

[17] Ibid. 12.

[18] Cfr. Unitatis redintegratio, 11.

[19] Cfr. Christus Dominus, 36.

[20] Cfr. Gravissimum  educationem, 10.

[21] Cfr. Gaudium et spes, 31.

[22] Cfr. Porta Fidei, 12.

[23] CEI, Lettera ai cercatori di Dio, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2009, pp. 63-64.

[24] Cfr. Porta Fidei, 1.

[25] Cfr. V. Pelvi, Prendiamoci cura dell’anima. Lettera pastorale4 agosto 2009.

[26] Benedetto XVI, Omelia a Verona in occasione del IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, 19 ottobre 2006.

[27] Paolo VI, Preghiera, 30 ottobre 1968.