"Non uno, ma molti album di famiglia"

Il professor Paolo Sorbi, protagonista negli anni della contestazione giovanile, apporta alcune precisazioni all'articolo di Paolo Mieli sul rapporto tra cattolici e violenza politica

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 358 hits

È uscito oggi, sulle pagine del Corriere della Sera, un lungo articolo dello storico Paolo Mieli che prova a ricomporre “l’album di famiglia cattolico dell’utopia rivoluzionaria”. Lo fa prendendo spunto da un recente saggio di Guido Panvini, dal titolo Cattolici e violenza politica (ed. Marsilio). L’analisi di Mieli si snoda a partire dal luglio 1960, un mese molto caldo in Italia per via delle feroci manifestazioni che vennero inscenate contro il governo Tambroni, nato con i voti decisivi del Movimento Sociale Italiano. È in quei giorni cruciali che - a suo avviso - avvenne anche una frattura in seno al mondo cattolico italiano, tra i “reazionari” ostili al Concilio Vaticano II e quanti invece “andavano avvicinandosi alla sinistra extraparlamentare”. Di questi ultimi faceva parte Paolo Sorbi, che oggi insegna sociologia all’Università Europea e che in quegli anni, da cattolico, ha calcato le strade della contestazione giovanile. È con lui che parliamo dell’articolo di Paolo Mieli provando ad approfondire il legame tra cultura cattolica e contestazione giovanile.

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Prof. Sorbi, l’articolo di Mieli e il libro di Panvini partono da un preciso avvenimento storico: i fatti del luglio ’60…

Paolo Sorbi: I fatti del luglio ’60 sono molto importanti nella storia politica e sociale del dopoguerra. Hanno fatto bene a partire da quegli eventi, nati per impedire il congresso dei fascisti provocatoriamente fissato a Genova, perché è da lì che si iniziarono a riorganizzare tutte le vecchie generazioni partigiane. Ma non solo, in quel frangente fecero irruzione sulla scena anche le nuove generazioni, quelle dei giovani proletari e degli studenti. Tuttavia Mieli fa un po’ una forzatura quando parla degli scontri di Reggio Emilia, in cui la polizia uccise cinque manifestanti. Non è vero che mons. Beniamino Socche, vescovo della città emiliana, ordinò di chiudere le chiese per impedire ai manifestanti di riparare dal fuoco delle forze dell’ordine. Che poi questo vescovo non fosse stato capace di cogliere il cambiamento che a quei tempi stava avvenendo nel mondo cattolico emiliano è un altro discorso. La mia opinione è che Mieli fa un’analisi troppo superficiale delle frastagliatissime correnti culturale interne al mondo cattolico italiano.

In quali passaggi dell’articolo si coglie questa superficialità?

Paolo Sorbi: Si coglie per esempio quando cita Corrado Corghi, dirigente Dc a Reggio Emilia, e il cardinale Ottaviani. Lo fa in modo improprio. Corghi, che è una stimabilissima persona, non era il leader della sinistra cattolica. Dalle sue parti, in Emilia, c’erano personalità come don Giuseppe Dossetti, di una qualità e di una preparazione ineguagliabile. Il cardinal Ottaviani viene poi descritto come il maggior esponente di chissà quale frangia conservatrice all’interno della Chiesa, che si opponeva all’ineludibile processo di apertura post-Concilio. In realtà la figura di Ottaviani perde influenza già molti anni prima, da quando la commissione preparatoria internazionale del Concilio non accetta la sua presenza.

Mieli analizza inoltre il contesto internazionale in cui matura questo “complicato dibattito” nel mondo cattolico…

Paolo Sorbi: Lo scenario è quello degli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70, quello che amo definire di “operai e capitale” mutuando un linguaggio di quei tempi. Qui la realtà dei giovani cattolici è peculiare. Andrebbe esaminata nazione per nazione, ma certamente ci sono delle dinamiche globali come la formazione delle elite cui i cattolici facevano parte. A mio avviso, anche in questi passaggi la ricostruzione di Mieli è manchevole, è troppo meccanicistica. Infatti non si evince bene la distinzione tra estremismo e terrorismo. Per esempio, io sono stato estremista ma mai terrorista, anzi mi definisco anti-terrorista.

Torniamo però al contesto internazionale…

Paolo Sorbi: Come appartenente a Lotta Continua, in quegli anni fui delegato a recarmi in America Latina, specificatamente in Cile ed Argentina, per costruire dei legami con le realtà rivoluzionarie che allignavano in quella regione del pianeta. Mi coinvolse molto la sinistra peronista giovanile, che aveva il braccio legale che si chiamata Gioventù Peronista “Jotapè”. Ebbene, la stragrande maggioranza dei militanti era cattolica. Come non ricordare in tal senso alcuni di quegli straordinari sacerdoti come Carlitos Mugita, che a sua volta era legato a fratel Arturo Paoli. Quest’ultimo ebbe una grossa influenza su tantissime fasce elitarie dei cattolici latino-americani. La sua riflessione era tutta di carattere teologico. È anche su questo punto che Mieli scivola, poiché non considera che la violenza scaturisce da un’elaborazione “teologico-politica”. Vorrei dire, la violenza nel mondo cattolico non cala dall’esterno, bensì nasce da una lettura in senso “popolare” della Bibbia.

Siamo alla Teologia della liberazione?

Paolo Sorbi: Certo, questo processo matura con la Teologia della liberazione. Anche se in realtà nasce ancor prima. Ci tengo a precisare che la Teologia della liberazione di Gustavo Gutierrez è altra cosa rispetto alle correnti minoritarie formatesi più tardi. E ci tengo anche a precisare che le correzioni fatte molti anni dopo dal cardinal Ratzinger recuperano la Teologia della liberazione dandogli il vero respiro democratico che effettivamente mancava alla nostra generazione. Noi, in effetti, come generazione del ’68, non abbiamo mai fatto una riflessione seria sulla scelta strategica della democrazia. Io l’ho scoperta con Togliatti, con l’ingresso del Pci nell’alveo democratico.

Eppure in quegli anni, l’enciclica Mater et magistra di Giovanni XXIII riprende e commenta così la Quadragesimo anno di Pio XI: “…non è da ammettersi in alcun modo che i cattolici aderiscano al socialismo moderato: sia perché è una concezione di vita chiusa nell’ambito del tempo, nella quale si ritiene obiettivo supremo della società il benessere, sia perché in esso si propugna una organizzazione sociale della convivenza al solo scopo della produzione, con grave pregiudizio della libertà umana, sia perché in esso manca ogni principio di vera autorità sociale”…

Paolo Sorbi: Mater e magistra in altri passaggi condanna le distorsioni dello sviluppo capitalistico. Tant’è che noi ci sentivamo figli di quella enciclica. Soprattutto, ci si sentivano figli i leader del movimento di massa argentino di quegli anni. È vero, la sua lettura era piegata al contesto storico, ma questo non significa che ci fosse una frattura tra noi e il Magistero. Il problema, piuttosto, come ho detto prima, era il nostro rifiuto della democrazia. Si trattava di un problema di carattere laico, non religioso. Dal punto di vista religioso, noi eravamo dei bravi cristiani. Anzi, ce ne fossero oggi di ragazzi cristiani come eravamo noi allora…

Insisto e le chiedo: come è stato possibile conciliare il materialismo dialettico, proprio del socialismo, che ritiene l’uomo gestore della natura, con il Magistero della Chiesa cattolica?

Paolo Sorbi: Lì casca l’asino. Erroneamente pensavamo, sulla scorta di certe analisi di Franco Rodano, di poter distinguere il materialismo storico da quello dialettico. Il primo sì, il secondo no. Invece, a giudizio dei fatti, non è possibile separare i due materialismi. C’è un errore antropologico. L’uomo nuovo va riproposto, dunque, non come sosteneva Marx, piuttosto come scrive Paolo nella Lettera ai Filippesi, nel concetto di “servo sofferente”. L’errore della Teologia della liberazione fu quello di non attingere alla Bibbia ma alle ideologie.

Arriviamo al “controquaresimale”, la contestazione che lei espresse vivacemente a un padre francescano che, durante l’omelia nel Duomo di Milano, stava attaccando l’Urss e i suoi lager. Si tratta di una pietra miliare della contestazione giovanile di stampo cattolico?

Paolo Sorbi: Con il “controquaresimale”, nato su un impulso antiautoritario, ci prefiggevamo l’obiettivo di accelerare gli effetti del Concilio. Ovviamente sbagliammo, poiché da parte delle autorità della Curia c’era una giusta gestione determinata da Paolo VI, il quale aveva piena coscienza del fatto che il processo di cambiamento richiedeva gradualità.