Nuove prospettive per pensioni, lavoro e longevità

Il prof. Flavio Felice spiega il Convegno alla Pontificia Università Lateranense

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di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 5 marzo 2012 (ZENIT.org).- “Longevità: Pensioni e lavoro. Nuove prospettive”. È il titolo del convegno organizzato dall’UCID (Unione cristiana imprenditori dirigenti) Giovani di Roma in collaborazione con l’Area Internazionale di Ricerca Caritas in Veritate della Pontificia Università Lateranense, che si svolgerà martedì 6 marzo, alle ore 17.15, presso l’Aula Paolo VI dell’Ateneo del Laterano.

Dopo l’introduzione del prof. Flavio Felice, Direttore dell’Area di ricerca Caritas In Veritate, interverranno il Rettore Magnifico della Lateranense, il vescovo Enrico dal Covolo, il Presidente della Sezione UCID di Roma, Giuseppe Cornetto Bourlot, il Presidente UCID Giovani di Roma Andrea Gumina, il Presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua e Raffaele Bonanni, Segretario Generale della Cisl.

Il convegno sarà moderato dal giornalista del Tg1 Stefano Ziantoni.

Per approfondire senso e finalità del convegno, ZENIT ha intervistato il prof. Flavio Felice, direttore dell’Area Internazionale di Ricerca Caritas in Veritate, un organismo accademico che nasce allo scopo di approfondire e di diffondere i temi sensibili delle scienze sociali, a partire dalla prospettiva antropologica della Dottrina sociale della Chiesa.

Perché questo convegno?

Abbiamo accolto con gioia ed entusiasmo la proposta di Monsignor Paolino Schiavon e gli amici dell’UCID Giovani di Roma hanno rivolto alla nostra Università.

Temi come l’organizzazione del lavoro e l’amministrazione della previdenza sociale non sono questioni dogmatiche, essi hanno a che fare con l’umile procedere della conoscenza nel campo delle discipline prudenziali. Partiti, sindacati, imprese, pubblica amministrazione non sono entità metafisiche, bensì rappresentano istituzioni che rispondono, per via evolutiva – per tentativi ed errori –, all’incessante aspettativa di ogni donna e di ogni uomo, in tutte le epoche storiche e in qualsiasi parte del mondo, di risolvere umanissimi problemi di ordine esistenziale. A tal fine, ricorriamo alle scienze politiche, economiche e giuridiche.

Quale messaggio intendete lanciare?

Diceva Terenzio: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”; “sono uomo, nulla che sia umano mi è estraneo”.

I documenti del Magistero sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum di Leone XIII del 1891 fino alla Caritas in veritate di Benedetto XVI del 2009, non sono dei trattati di economia o di scienza della politica, bensì presentano i caratteri tipici del documento teologico-pastorale, le cui argomentazioni si situano nel punto di congiunzione tra le scienze sociali e l’antropologia cristiana che le giudica e le raccorda.

Ciò detto, bisogna ricordare che il tema del lavoro rappresenta una sorta di “core business” della dottrina sociale della Chiesa. In fondo, tutto il Magistero sociale della Chiesa è il tentativo di rispondere alla fondamentale domanda che interpella le nostre coscienze: “come trasformare la natura, rendendo l’uomo più uomo?”. Dalla risposta che daremo a questa domanda dipenderanno le tipologie e le forme di lavoro che poi il diritto formalizzerà nelle innumerevoli varianti istituzionali attraverso le quali si presenta l’esperienza lavorativa.

Cosa vi aspettate che diranno gli esponenti di INPS e CISL?

Mi auguro che offrano un’analisi schietta e non mediata dalla retorica istituzionale. Lavorando ad un mio libro intitolato provocatoriamente “Non vivrai di solo INPS” –, mi colpirono le seguenti parole di José Pinera, un noto economista cileno: “In ultima istanza, se gli europei, gli americani o i giapponesi non vogliono fare abbastanza figli, devono accumulare abbastanza euro, dollari o yen nei conti di risparmio previdenziale personale”.

In Italia il massiccio intervento pubblico ebbe il grande merito di far fronte ad una situazione di particolare indigenza, considerando che un’eventuale gestione privata del sistema previdenziale appariva impossibile. A questo si aggiunga un senso di profondo ottimismo dovuto soprattutto ad un’intensa crescita economica e ad una travolgente impennata del tasso di natalità. Tuttavia, nessun sistema sociale, politico ed economico è condannato a rimanere tale per sempre (le istituzioni sociali non sono entità metafisiche), e la statura riformistica di una classe dirigente si misura sulla base della capacità di saper cogliere quando una particolare variabile è in fase di trasformazione. Nel 1951 il complesso processo di ricostruzione post-bellico poteva considerarsi concluso e la Nazione stava per sperimentare il “miracolo economico”. Gli italiani modificarono il loro tenore di vita, il lungo e faticoso cammino di fuoriuscita dalla povertà cominciava a dare risultati concreti; forse era giunto il momento di modificare la visione di welfare, in considerazione del fatto che qualcosa andava mutando sia sul fronte dello sviluppo economico sia su quello della crescita demografica. Mi auguro che affrontino questi problemi, senza retorica e con coraggio.

Quale soluzione propone la Dottrina Sociale della Chiesa?

La Dottrina sociale della Chiesa non intende offrire proposte tecniche. Questo è il compito della politica, insieme alle istituzioni della società civile preposte a tale compito. Ad ogni modo, si rileva il bisogno di un’autentica rivoluzione nelle politiche dell’assistenza, a partire dall’istituzione di fondi per nuove iniziative imprenditoriali, meglio se piccole all’inizio, ma che possano diventare anche grandi, i cui soggetti siano anche i lavoratori, desiderosi di migliorare le proprie condizioni, partecipando in modo autorevole ed inedito al processo di sviluppo del Paese; accesso al credito agevolato, legalmente riconosciuto e a bassi costi, al mondo della piccola impresa, ed infine l’impegno, da parte delle famiglie, delle scuole, dei sindacati e dei mezzi di comunicazione di massa, nel diffondere l’etica dell’imprenditorialità, della responsabilità, della creatività. Questa potrebbe essere la strada verso ciò che Luigi Sturzo chiamava il “capitalismo popolare” e cheWilhelmRöpke, tra gli altri, definì “economia sociale di mercato”. Il capitalismo popolare proposto da Sturzo e Röpke è caratterizzato dall’accumulazione decentrata e diffusa del capitale, dal ruolo delle organizzazioni sindacali impegnate affinché gli imprenditori perseguano il reinvestimento produttivo dei loro utili e dalla lotta ai monopoli, favorendo la crescita della concorrenza all’interno di un chiaro quadro normativo.

L’auguro è che il seminario da noi proposto possa rappresentare il primo di una serie di proficui incontri, durante i quali le competenze e le sensibilità che contraddistinguono l’azione di coloro che operano nell’Università Lateranense e nella benemerita Unione Cristiana degli Imprenditori e Dirigenti possano tracciare il filo d’oro che conduce ad una sempre più adeguata comprensione dei fenomeni sociali e fornire gli strumenti concettuali per una continua azione riformatrice delle istituzioni sociali.