Nuovo dialogo tra Francesco e Scalfari: "Il Papa cambierà la Chiesa". Ma il cambiamento è già iniziato...

Francesco incontra il fondatore di Repubblica a Santa Marta e parla della sua visione della Chiesa, di apertura al modernismo, di bene e male, di clericalismo e proselitismo e dell'illuminazione ricevuta durante il Conclave

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 1536 hits

“Questo è Papa Francesco. Se la Chiesa diventerà come lui la pensa e la vuole sarà cambiata un’epoca”. Scrive così Eugenio Scalfari in conclusione del lungo articolo che riporta parola per parola il colloquio avvenuto tra lui e il Pontefice lo scorso martedì 24 settembre “in una piccola stanza spoglia” della Domus Sanctae Marthae.

Il Papa: così cambierò la Chiesa” è il titolo della prima pagina di “La Repubblica” oggi in edicola. È inutile però coniugare i verbi al futuro: con Bergoglio la Chiesa è già cambiata. Molti aspetti hanno subito una vera e propria rivoluzione, a partire dal tipo di comunicazione improntato dal Papa argentino che si esplica in un modo di parlare libero, in gesti istintivi, viaggi e visite non programmate, telefonate improvvise, dialoghi continui con chiunque: da Capi di Stato, politici, giornalisti, a poveri, bambini e gente comune.

Questo modo di Papa Francesco di concedersi al mondo, di raccontarsi e rivelarsi è un qualcosa di unico. Ed è fondamentale in un momento come quello attuale dove regna la diffidenza, specie verso l’autorità. Lo stesso Pontefice al fondatore di Repubblica ha detto: “Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda”. La sfida principale della Chiesa è infatti di “aprirsi alla cultura moderna”. Ma non per proselitismo, che – sottolinea il Papa - è “una solenne sciocchezza” e “non ha senso”, piuttosto per “l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza”.

L’ideale di Chiesa del Pontefice è lo stesso del Santo d’Assisi suo omonimo da cui trae linfa vitale per il suo pontificato, ovvero “una Chiesa missionaria e povera”. “Francesco – ricorda il Santo Padre - voleva un Ordine mendicante ed anche itinerante. Missionari in cerca di incontrare, ascoltare, dialogare, aiutare, diffondere fede e amore […] E vagheggiava una Chiesa povera che si prendesse cura degli altri, ricevesse aiuto materiale e lo utilizzasse per sostenere gli altri, con nessuna preoccupazione di se stessa”.

A distanza di 800, i tempi sono cambiati, ma questa idea di Chiesa rimane “più che valida”. Anche perché, ha detto Bergoglio, “il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sé” è quello di ridare speranza ai giovani e prendersi cura degli anziani. La disoccupazione dei giovani e la solitudine in cui vengono lasciati i vecchi, secondo il Vescovo di Roma, sono “i più gravi dei mali che affliggono il mondo in questi anni”. “I vecchi – ha osservato - hanno bisogno di cure e di compagnia; i giovani di lavoro e di speranza, ma non hanno né l'uno né l'altra, e il guaio è che non li cercano più. Sono stati schiacciati sul presente”. Ed è impossibile proseguire così, “senza memoria del passato e senza il desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia”.

Francesco identifica perciò il vero scopo delle missioni della Chiesa: “Individuare i bisogni materiali e immateriali delle persone e cercare di soddisfarli come possiamo”. Bisogna essere “poveri tra i poveri” spiega il Santo Padre ed “includere gli esclusi e predicare la pace”. Si rinvigorisce allora l’invito dei padri conciliari ad aprirsi al modernismo, nel senso di proseguire sulla via dell’“ecumenismo religioso” e del “dialogo con i non credenti”. Dopo il Vaticano II – ha constatato – “fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare”.

Nel dialogo, il Successore di Pietro, sollecitato dalle domande di Scalfari scandaglia poi diverse questioni, tra cui l’autonomia della coscienza. “La coscienza è autonoma e ciascuno deve obbedire alla propria coscienza” aveva già scritto il Pontefice al fondatore di Repubblica nella lettera delle scorse settimane pubblicata sul quotidiano. “Uno dei passaggi più coraggiosi detti da un Papa” ha osservato Scalfari, e che il Papa ha ribadito anche nel colloquio a Santa Marta.

“Ciascuno di noi – ha detto - ha una sua visione del Bene e anche del Male. Noi dobbiamo incitarlo a procedere verso quello che lui pensa sia il Bene”. E ancora: “Ciascuno deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo”.

Per il Papa, il primo bene è quello dell’agape, ossia “l’amore di ciascuno di noi verso tutti gli altri, dai più vicini fino ai più lontani”, il solo modo – afferma – “che Gesù ci ha indicato per trovare la via della salvezza e delle Beatitudini”. Tale bene – ha proseguito – è spesso ostacolato dal suo opposto, il “narcisismo”, l’amore “smodato” verso se stessi che assume le sembianze di un “disturbo mentale”, specie in chi ricopre posizioni di potere. 

“Spesso i Capi sono narcisi” osserva Francesco. “Anche molti Capi della Chiesa lo sono stati” incalza Scalfari. E il Papa ammette: “I Capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani. La corte è la lebbra del papato”.

Il Vescovo di Roma però non allude alla Curia: in essa “ci sono talvolta dei cortigiani”, ma nel suo complesso la Curia “è quella che negli eserciti si chiama l’intendenza, gestisce i servizi che servono alla Santa Sede”.

Un difetto però ce l’ha: “È Vaticano-centrica”, “vede e cura gli interessi del Vaticano” - ancora, in gran parte, “interessi temporali” - e “trascura il mondo che ci circonda”. “Non condivido questa visione e farò di tutto per cambiarla” afferma il Santo Padre. La Chiesa, aggiunge, “è o deve tornare ad essere una comunità del popolo di Dio e i presbiteri, i parroci, i Vescovi con cura d’anime, sono al servizio del popolo di Dio”.

Da questa visione si esclude ogni forma di clericalismo. A Scalfari che ammette con ironia: “Non sono anticlericale, ma lo divento quando incontro un clericale”, Bergoglio risponde:Capita anche a me, quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe aver niente a che vedere con il cristianesimo. San Paolo che fu il primo a parlare ai Gentili, ai pagani, ai credenti in altre religioni, fu il primo ad insegnarcelo”.

Proprio San Paolo, uno dei Santi che – su richiesta del suo interlocutore – il Papa elenca tra quelli più vicini alla sua anima. Ma non si tratta di una “classifica”: “Le classifiche si possono fare se si parla di sport o di cose analoghe. Potrei dirle il nome dei migliori calciatori dell’Argentina. Ma i santi...” scherza il Santo Padre.

Tuttavia il Papa nomina Benedetto, Tommaso, Ignazio, fondatore dell’ordine dei gesuiti da cui proviene, Francesco e Agostino, punto di riferimento anche del suo predecessore. Comune denominatore è essere stati riformatori e rivoluzionari, ma anche grandi mistici. E i mistici “sono stati fondamentali” per la Chiesa, perché “una religione senza mistici è una filosofia”, spiega il Pontefice.

“Adoro i mistici” prosegue Francesco, “ma io non credo d’avere quella vocazione”. Il mistico, “riesce a spogliarsi del fare, dei fatti, degli obiettivi e perfino della pastoralità missionaria e s’innalza fino a raggiungere la comunione con le Beatitudini”.

“A Lei è mai capitato?” domanda Eugenio Scalfari. “Raramente” risponde il Successore di Pietro, raccontando che durante il Conclave che lo elesse Papa, prima dell’accettazione chiese di potersi ritirare per qualche minuto in solitudine. “La mia testa era completamente vuota e una grande ansia mi aveva invaso” ricorda il Santo Padre. “Per farla passare e rilassarmi chiusi gli occhi e scomparve ogni pensiero, anche quello di rifiutarmi ad accettare la carica come del resto la procedura liturgica consente”.

“Chiusi gli occhi e non ebbi più alcuna ansia o emotività” soggiunge, “ad un certo punto una grande luce mi invase, durò un attimo ma a me sembrò lunghissimo. Poi la luce si dissipò io m’alzai di scatto e mi diressi nella stanza dove mi attendevano i cardinali e il tavolo su cui era l’atto di accettazione. Lo firmai, il cardinal Camerlengo lo controfirmò e poi sul balcone ci fu l’Habemus Papam”.

*

Per leggere il testo integrale del colloquio tra Papa Francesco e Eugenio Scalfari cliccare su: 

http://www.repubblica.it/cultura/2013/10/01/news/papa_francesco_a_scalfari_cos_cambier_la_chiesa-67630792/