Obama-Francesco: un vantaggio d'immagine per un Presidente sempre meno popolare

Il prof. Giovagnoli della Cattolica di Milano commenta il primo incontro tra il Papa e il Capo di Stato e spiega perché ad Obama non convenga affrontare certi "temi caldi"

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 499 hits

“Il Presidente è impaziente di incontrare Papa Francesco”. La dichiarazione della portavoce del National Security Council (NSC) della Casa Bianca, Caitlin Hayden, ha alimentato la già viva curiosità per l’incontro di domani tra il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e Papa Francesco. Un'udienza che aveva attirato l’attenzione di politologi e vaticanisti, soprattutto per i temi che verranno discussi a porte chiuse che sembrano mostrare più discrepanze che visioni di accordo. Anche se non mancano alcuni punti in comune. Di tutto questo, ZENIT ne ha parlato con il prof. Agostino Giovagnoli, professore di storia contemporanea della Università Cattolica di Milano.

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Che significato si può dare alla visita di domani? Si può interpretare come una mossa strategica in vista delle prossime elezioni negli Usa, magari per accaparrarsi il voto degli elettori cattolici?

Giovagnoli: Credo che sia riduttivo interpretare la visita del presidente Obama solo da un punto di vista di strategia politica. Obama ha sempre dichiarato simpatia e ammirazione verso il Pontefice, e più volte in vari discorsi ha citato le sue parole. Piuttosto, penso che da parte del presidente ci sia l’esigenza di interagire con un attore della scena internazionale imprescindibile. Ed è sicuramente un vantaggio di immagine stare vicino a colui che è definito l’uomo dell’anno….

Infatti, nei giorni scorsi, la rivista Fortune ha decretato il Papa uno dei leader più influenti del mondo. E nella stessa lista manca il nome di Obama…

Giovagnoli: Questa classifica mi pare eccessiva… Certo, c’è una verità, cioè che la popolarità di Obama è molto bassa in questa fase, mentre quella di Francesco è molto apprezzata, soprattutto dai cattolici sia conservatori che progressisti. Tuttavia, se posso usare le parole del Pontefice, bisogna fare attenzione a non trasfigurare l’immagine del Papa, a farne una sorta di “Superpapa”. Perché oltre a contrastare i desideri del Santo Padre, questo tradisce la scelta stessa di testimonianza basata sulla semplicità, di essere un uomo che segue il Vangelo e non un “artefice dotato di super poteri”. Mi sembra, inoltre, che queste classifiche riflettano soprattutto lo smarrimento di un mondo alla ricerca di leader credibili, in un momento in cui molti leader internazionali, compreso lo stesso Obama, riflettono un deficit di credibilità.

Nonostante la sua enorme popolarità, non sono mancate delle critiche al Pontefice negli Stati Uniti in seguito alla Evangelii Gaudium, specie sulla sua visione economica, definita “marxista”.

Giovagnoli: A queste critiche ha risposto lo stesso Francesco con grande spirito dicendo che non si è affatto offeso ad essere definito marxista, perché ha conosciuto tanti marxisti di buona fede, brave persone. Al di là della battuta, questi attacchi al Pontefice rappresentano qualcosa di vecchio, cioè il tentativo di portare il cristianesimo, il cattolicesimo, su correnti ideologiche, di destra o di sinistra… Questo è radicalmente, totalmente, negato da un pontificato che, seppur schierato da subito dalla parte dei poveri, dei deboli, non è mai stato succube a posizioni politiche o ideologie. Mi sembrano quindi più che altro armi “spuntate” che rivelano il dispetto o la preoccupazione di quanti hanno ritenuto il cristianesimo uno strumento a servizio dei propri interessi.

A chi si riferisce?

Giovagnoli: Ci sono nomi e cognomi di grossi donatori della Chiesa cattolica americana che hanno espresso pubblicamente queste perplessità. Uomini di affari cattolici che hanno 'storto il naso' pensando anche a delle somme promesse per i restauri della Cattedrale di New York. Ma questo è solo un aspetto della questione. Direi che è più profonda, invece, la realtà di un mondo che ha strumentalizzato il cattolicesimo facendone una sorta di ideologia dell’Occidente e dei suoi valori. Ma questo, come dicevo, appartiene a una stagione che Francesco ha ampiamente superato. Riportando la centralità sul Vangelo, il Papa ha ipso facto annullato certi tipi di operazioni ideologiche.

Come ha affermato lei stesso, Obama ha più volte espresso la propria simpatia e ammirazione verso il Pontefice. Che rapporto c’è tra i due?

Giovagnoli: Non so se esiste un rapporto. Credo che Obama abbia intuito nel magistero di questo Papa che da tempo ha posizioni molto critiche verso gli eccessi del liberismo, della logica dei mercati, della globalizzazione, un terreno su cui anch’egli ha necessità di muoversi. Un Papa così dichiaratamente dalla parte dei più deboli, rappresenta un interlocutore che presenta spunti importanti per un presidente che in qualche modo sta cercando di valorizzare alcune scelte del suo ministero finora non molto apprezzate dal suo stesso elettorato.

Da diversi anni, i vescovi statunitensi conducono una dura battaglia contro le posizioni di Obama su alcuni principi che sembrino contrastare la dottrina della chiesa e la stessa libertà religiosa. Tra questi: aborto, unioni gay, contraccezione ecc. È plausibile che temi così delicati saranno affrontati domani durante l’udienza?

Giovagnoli: È possibile, naturalmente, ma lo riterrei una mossa ingenua e controproducente. Credo che ad Obama non convenga sollevare questi problemi. L’episcopato americano è diviso, tra i vescovi ci sono anche posizioni disarticolate, ma la maggioranza ha sollevato forti rilievi critici. Immagino, quindi, che non sia interesse del Presidente incentrare il colloquio su tali temi, anche perché certamente non può aspettarsi dal Pontefice risposte in contrasto con i principi già affermati dai vescovi americani che, ovviamente, sono i principi della Chiesa cattolica. Pertanto, sono sicuro che la discussione verterà su altri argomenti di comune interesse.

Quali ad esempio?

Giovagnoli: La pace, innanzitutto. Poi questioni internazionali e i temi che riguardano i poveri, uno sviluppo internazionale più equilibrato e via dicendo.

Al di là delle divergenze, secondo lei, ci sono punti di comunanza tra Obama e Bergoglio?

Giovagnoli: La politica di Obama è un po’ difficile da identificare. Specie ultimamente ha dimostrato alcune oscillazioni che la rendono di difficile decifrazione. Certo, ci sono alcuni elementi da considerare, soprattutto nel progetto iniziale del Presidente: ovvero andare incontro alle esigenze di un nuovo dialogo internazionale; un rapporto più maturo con il mondo arabo e islamico; l’assillo per la pace – coronato dal Nobel per la Pace nel 2009 - e anche l’attenzione per le classi più disagiate, superando quella logica del Capitalismo compassionevole del suo predecessore. Ecco direi che questi elementi del “programma” più che della politica obamiana possano trovare una sponda negli insegnamenti di Papa Francesco che, però, ovviamente, si collocano su un piano più alto e mostrano una maggiore robustezza.