Obbedire rende felici!

Costanza Miriano invita i suoi lettori ad unirsi alla "compagnia dell'agnello"

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 915 hits

Dopo lo straordinario successo di Sposati e sii sottomessa e Sposala e muori per lei, autentici casi letterari tra il 2011 e il 2012, con oltre 80mila copie vendute, Costanza Miriano ha ripreso a scalare le classifiche dei bestseller con il suo terzo libro Obbedire è meglio. Le regole della compagnia dell’agnello (Sonzogno, 2014).

Andando oltre i consueti temi della famiglia e dei rapporti uomo-donna, la Miriano si è soffermata sul desiderio umano di felicità, individuandone la chiave proprio nell’obbedienza, che non ha nulla a che vedere con l’azzeramento dello spirito critico, ma riguarda piuttosto la fedeltà alla propria vocazione (di moglie o di marito, ad esempio) da un lato, e alla natura e alla realtà, dall’altro.

Al contrario, tanto più l’essere umano diventa schiavo dei propri sentimenti e del proprio io, quanto più sarà irrequieto e frustrato.

Con la consueta ironia, Costanza Miriano descrive vari tipi di obbedienza. Questo atteggiamento non è mai unidirezionale ma comporta una reciprocità: si può obbedire alla società, alla vita, alla famiglia, al lavoro, agli amici, accettando i loro consigli. La moglie obbedisce al marito, così come il marito obbedisce alla moglie, i figli obbediscono ai genitori e perfino i genitori, per certi versi… obbediscono ai figli!

La “compagnia dell’agnello” menzionata nel titolo non è altro che l’insieme dei piccoli grandi eroi della vita quotidiana, uomini e donne che si rimboccano le maniche, che sfidano tutte le crisi, che riescono a crescere i loro figli, e che sono un esempio positivo per chiunque è intorno a loro.

A colloquio con ZENIT, la scrittrice ha raccontato lo spirito che anima il suo ultimo libro.

Il tuo primo libro era dedicato alle donne e alle mogli, il secondo agli uomini e ai mariti. Anche il terzo è rivolto ad un pubblico specifico?

Volevo un po’ uscire dai temi maschile-femminile dei miei primi due libri, in cui rischiavo di rimanere intrappolata. Il tentativo era molto ambizioso: una critica dell’antropologia contemporanea, secondo la quale l’uomo deve ascoltare se stesso e realizzare se stesso, mentre la proposta cristiana è fondamentalmente nella relazione con un Altro, con un Padre che ci ama. Il discorso ambizioso, quindi, era quello di riflettere su chi è l’uomo per noi cristiani e io ho cercato di farlo con un linguaggio divertente. Anzi, proprio perché dovevo parlare di croce, di fatica e di obbedienza, ho premuto più del solito l’acceleratore sugli aspetti ironici e divertenti che la vita e l’obbedienza, alla fine, portano alla luce, e sulla sproporzione tra quello che vogliamo e quello che viviamo.

Che differenza c’è tra la sottomissione e l’obbedienza?

In un altro passaggio San Paolo usa l’espressione “reciprocamente sottomessi” (cfr. Ef 5,21), tuttavia nel primo libro facevo riferimento al desiderio di controllo femminile. L’obbedienza fa riferimento soprattutto al rapporto con Dio, quindi comporta un discorso diverso.

Cosa rappresenta la “compagnia dell’agnello”?

Sono i miei amici in Cristo, fratelli nella fede, persone che mi hanno mostrato la bellezza dell’obbedienza in situazioni difficili, alla fatica, alla propria chiamata, alla propria vocazione. Io credo che abbiamo bisogno della Chiesa, di una compagnia, di un’amicizia, per vedere che quello che ci viene richiesto non è impossibile, ma anche di qualcuno che ci testimoni che è bello vivere questo.

Se fosse stato sufficiente mandarci un libro o una lettera, Gesù non avrebbe fondato la Chiesa, anzi avrebbe scritto Lui stesso direttamente. Invece i Vangeli sono nati da un passaparola, dalla necessità di raccontare. Dio non ci dà delle “istruzioni per l’uso” disincarnate ma ci mette sempre accanto delle persone che incarnano una strada possibile, con tutti i limiti, i peccati, le debolezze e le cadute. Quindi, tutto quello che ho imparato, l’ho visto prima vivere da altri: le madri, le spose, chi segue i metodi naturali, chi accoglie i figli… Ho sempre visto fare queste cose e vedere la felicità di altre persone mi ha in qualche modo provocato.

La notorietà ti ha fatto guadagnare molte nuove amicizie. Cosa rappresenta per te l’amicizia?

Proprio oggi riflettevo sul fatto che forse ho perso qualche vecchio amico. È difficile gestire tutto e probabilmente avere così tanti amici ti fa perdere, non dico la profondità ma quantomeno la consuetudine nei vecchi rapporti e di questo un po’ mi dispiace. Il dono più grande, però, è quello di avere conosciuto – attraverso i miei libri – molte persone significative, belle e importanti. In loro ho visto la carità dei cristiani in atto nei miei confronti e anche tra di loro. Ho sperimentato quanto l’amicizia tra cristiani sia una cosa significativa. Dall’amicizia non si può prescindere, bisogna viverla, incarnarla, condividere, spezzare il pane insieme, perché è importantissimo vedere che altri fratelli stanno vivendo la tua fatica o la tua difficoltà.

Il tuo successo come scrittrice ti ha mai esposto a tentazioni (ad esempio la vanità)?

Sicuramente. Tutto quello che ho scritto, penso sia credibile nella misura in cui l’ho vissuto nella fedeltà al mio quotidiano, a tutto quello che ho fatto negli anni della fatica, quando avevo i bambini piccoli. Poi mi sono un po’ goduta la vita e c’è stato il rischio delle lusinghe – non tanto del successo, perché con i libri non si diventa ricchi, in compenso hai tante soddisfazioni – il rischio di perdere il contatto con la propria realtà e la propria misura. Quindi mi sono posta il problema se mollare o aggiustare il tiro. Scrivo perché mi gratifica ma anche perché è un servizio. Mi rendo conto che c’è bisogno di questo servizio nella Chiesa: vedere persone normali che cercano di portare un po’ di allegria e di buonumore. Credo ci sia del bene anche nel rischio del male.