Obiezione di coscienza e femminismo

Obiezione di coscienza 1 / Non facciamo demagogia

| 1113 hits

di Paola Ricci Sindoni*

ROMA, lunedì, 10 settembre 2012 (ZENIT.org) - L’adesione compatta e agguerrita di gran parte dei movimenti femministi italiani – di marca radicale e laicista – alla lobby antiobiezione di coscienza, legata soprattutto all’applicazione della 194, merita qualche riflessione in più. Il motivo dominante della partecipazione delle donne può apparire sin troppo scontato: tutto quanto ostacola il loro diritto all’aborto viene tacciato come violentemente sessista e inficiato da giustificazioni confessionali.

Basta sentire alcune loro affermazioni: l’articolo 9 della legge 194, che permette agli operatori sanitari di rifiutarsi a praticare aborti chirurgici, scardina di fatto il diritto di autodeterminazione e di libertà delle donne, che negli ospedali trovano sempre meno personale medico e infermieristico a disposizione, specie in alcune regioni italiane dove si assiste ad un alto tasso di obiettori. Da qui lo scenario drammatico descritto, ad esempio, nei proclami del movimento “Mujeres Libres”: donne che per abortire passano da un ospedale ad un altro, guardate con diffidenza e disprezzo, costrette a viaggiare per cambiare regione, affannate nell’individuare la struttura sanitaria idonea, con grave perdita di tempo, di denaro e con l’aumento dello stress psico-fisico, solo per veder riconosciuto un loro diritto.

Soltanto rimettendo in discussione la possibilità giuridica degli operatori sanitari all’obiezione di coscienza – continuano le femministe – sarà possibile porre in primo piano il diritto all’aborto, sostenendo – ad esempio – che tale rifiuto è incompatibile non solo con il rispetto del diritto di interruzione di gravidanza, ma anche con l’etica professionale del medico “ che non dovrebbe mai far valere i propri convincimenti morali contro gli interessi, la salute e quindi contro il diritto di autodeterminazione delle donne”, come si legge nel recente documento della Consulta di Bioetica di Milano, che  il 6 luglio scorso ha chiamato a raccolta tutti i movimenti femministi, da “Se non ora, quando?”, a “Casa delle donne”, a “Officine corsare” e molte altre ancora.

L’argomento, come si vede, è tanto capzioso quanto apparentemente convincente;  “il buon medico non obietta” – come recita lo slogan della Consulta – perché ne va della sua stessa deontologia professionale che “comanda” in coscienza di salvaguardare la salute dei pazienti, al di là ed oltre i propri convincimenti. Secondo quanto affermano i promotori della campagna, infatti, l’articolo 9 della 194 era giustificato, al momento del varo della legge per coloro i quali, prima di quella data, non potevano prevedere di dover praticare aborti. I laureati in medicina, ginecologi o anestesisti, del dopo la 194 non hanno invece più scusanti “e pertanto se la religione impedisce ad un medico di praticare l’interruzione di gravidanza, quel medico potrà sempre scegliere di fare il dentista o l’ortopedico, non deve necessariamente fare il ginecologo”, scrive Carla Corsetti, segretario nazionale di Democrazia Atea.

Questa sorprendente affermazione, che considera l’esercizio medico del ginecologo solo come pratica di aborti, e che “risolve” la questione dell’obiezione annullando l’obiettore, nasconde in verità un pregiudizio ideologico inquietante. Di fronte all’incrocio complesso di due diritti, della donna ad abortire e del medico ad obiettare, si preferisce decostruire culturalmente e giuridicamente la validità del secondo, riconducendolo ad un mero rifiuto della legge: “Nel caso dell’obiezione di coscienza il cittadino con il suo rifiuto non può pretendere che il Legislatore si adegui alle sue convinzioni personali”, anche perché nel nostro Paese “l’obiezione è il paravento della misoginia religiosa”, parola del segretario di Democrazia Atea.

Pare difficile far comprendere a queste interlocutrici almeno due cose. La prima:  la progressiva scristianizzazione dell’occidente poco spiega la natura dell’obiezione di coscienza come frutto di convincimenti religiosi, che comunque vanno con dignità rispettati. La seconda: non si capisce perché si può gridare pubblicamente e con orgoglio il proprio ateismo e non le proprie opzioni morali e confessionali…..

La questione, pur mal posta,  presenta comunque una questione giuridicamente importante, legata al conflitto fra due diritti, della donna e del medico; Chiara Lalli, nel suo recente libro C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza (Il Saggiatore 2012), risolve il problema con un facile colpo di mano. “I diritti delle donne sono più forti”, si afferma, ed hanno la precedenza assoluta, come “indica la legge”. “Come faremo – si chiede- quando gli obiettori saranno prossimi al 100% del personale? Chi può permetterselo va all’estero. Le altre possono scegliere tra i vari metodi abortivi clandestini”. Di fronte a questo turpe scenario, è la conclusione, non c’è che una cosa da proporre agli operatori sanitari obiettori: cambiare mestiere….

E’ sorprendente come non si faccia alcuno sforzo per capire e andare a fondo della questione; c’è un problema? Lo si elimina, disconoscendo il valore dell’altro. Ma andiamo alla “domanda”: può dirsi che c’è un diritto che è “più” di un diritto, dal momento che è in grado di annullare un altro? Chi decide che, a fronte di due diritti sanciti nella medesima legge, uno è più forte e l’altro più debole, tanto fragile da dover scomparire? Lascio la questione ai giuristi….

 Ed ancora altre domande: se “vale” il principio di autodeterminazione e di libertà della donna ad abortire, perché tale principio di libertà non dovrebbe valere anche per gli operatori sanitari, donne o uomini che siano?

Dopo gli interrogativi, provo ad argomentare un altro passaggio antropologicamente stringente, connesso al fondamento personalista e comunitario della nostra Carta costituzionale. Oltre l’approccio individualista con cui le femministe affrontano il problema del diritto ad abortire, non c’è forse un altro protagonista ancora, portatore di diritti che si affaccia in questo scenario? Pare infatti di capire che la radice morale e giuridica dell’obiezione di coscienza, lungi dall’esaurirsi in un mero esercizio di rifiuto per motivi personali, prevede la presenza di tutela di un terzo, del potenziale nascituro, di colui che ha diritto di avere tutti i diritti, e il cui diritto alla vita, con l’aborto, viene negato.

Al di là dell’aspetto soggettivo che preme sull’obiettore, che giustamente pretende il rispetto e la tutela del suo sentire morale, e che la legge garantisce, c’è dunque una dimensione oggettiva che lo coinvolge e che concerne il rispetto della vita del nascituro, il cui diritto negato all’esistenza con l’aborto lo depriva di conseguenza di tutti i diritti.

Non si trova mai nei manifesti e nei proclami femministi un qualche riferimento ad altro, che non sia la difesa ideologica di un diritto acquisito: ogni presenza esterna, necessariamente coinvolta in questa tragica scelta, viene negata e demonizzata, senza che si faccia il minimo tentativo di entrare dentro le ragioni dell’obiettore. Ci si accorgerebbe, infatti, che qui non entra in gioco l’appartenenza religiosa, pur presente, o differenti opzioni morali – tutte da rispettare – ma il legame con la ragione stessa dell’ordinamento giuridico, quella ragione per cui la società umana e i suoi ordinamenti sussistono, perché retti dal valore civile costitutivo dello Stato, la tutela della vita, appunto.

L’obiezione di coscienza, in tal senso, si apparenta – nonostante il parere contrario di “Democrazia atea” – con la libertà di coscienza, che non è mai libertà contro, contro qualcuno o qualcuna, ma è libertà per, per la difesa cioè di un diritto fondamentale di rango costituzionale, quale è il diritto alla vita, base necessaria per godere di tutti i diritti assoluti, previsti dalla Carta, quali  l’uguaglianza, la salute, la non discriminazione ….

Anche la 194, all’articolo 1 ribadisce “il diritto alla vita del concepito”, pur nella disciplina giuridica di interruzione alla gravidanza, quando se ne scorga l’inevitabilità; questo non significa però, come successive sentenze indicano (cfr.n.35/1997), che la vita del nascituro non debba essere tutelata, anche attraverso il rifiuto, da parte del personale medico, di praticare l’aborto.

D’accordo con Chiara Lalli, quando invoca dibattiti pubblici su questi temi, d’accordo con le femministe quando esortano i responsabili delle strutture sanitarie pubbliche a rendere chiari alle donne tutti i dettami della 194. Purché non si faccia demagogia su questioni così delicate e complesse, purché non si continui ad accusare in modo violento e unilaterale chi la pensa diversamente, purché non si continui a credere che l’aborto sia un evento privato della donna, chiamata a questa tragica scelta nella solitudine e nell’indifferenza.

E si faccia tutti uno sforzo di comprensione reciproca e di chiarezza, affinché il pensiero femminista non si areni sulle sole posizioni rivendicazioniste, ma si faccia portatore di una visione allargata del vivere personale e sociale, là dove le sofferenze individuali e le conquiste ideali  possano diventare patrimonio condiviso con tutti.

*Professore Ordinario di Filosofia Morale

Università di Messina

Vicepresidente nazionale

Associazione Scienza & Vita

(Per consultare la newsletter di Scienza & Vita, si pu・ cliccare sul seguente link: http://www.scienzaevita.org/materiale/Newslettern59.pdf)