Obiezione di coscienza: i farmacisti a un bivio

Le pressioni delle multinazionali e i cavilli giuridici minacciano quello che è un diritto naturale e non una "concessione" dello stato

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 445 hits

Non una “concessione” dello Stato ma un vero e proprio diritto naturale, preesistente agli ordinamenti giuridici positivi. Ciononostante, negli ultimi tempi l’obiezione di coscienza contro l’aborto è minacciata a livello nazionale da una serie di misure quasi sempre adottate da organismi sovrastatali e dalle pressioni delle multinazionali.

A complicare il quadro, il nodo dell’obiezione di coscienza per i farmacisti, nel caso specifico in merito a prodotti evidentemente abortivi, quali la pillola del giorno dopo (in tutte le sue varianti) e la Ru486, quest’ultima d’uso ancora esclusivamente ospedaliero.

Il tema è stato discusso ieri pomeriggio, nel corso di un convegno L’obiezione di coscienza dei farmacisti: tra bioetica, dentologia professionale e biodiritto, tenutosi alla Camera dei Deputati, alla presenza di parlamentari, medici, farmacisti e bioeticisti.

Come spiegato dall’onorevole Gian Luigi Gigli, organizzatore e moderatore della tavola rotonda, uno dei punti di criticità è rappresentato da un regio decreto del 1938, tuttora vigente, che sancisce l’obbligo per il farmacista di vendere ogni prodotto richiesto e – in caso di non disponibilità – di reperirlo al più presto.

Un altro nodo critico è una recente direttiva europea sulla “medicina transfrontaliera”, che sancisce il diritto per il cliente di procurarsi all’estero quei farmaci la cui distribuzione fosse illegale nel proprio paese.

Questo provvedimento, ha spiegato Gigli, riapre di fatto la riflessione sulla possibilità di riconoscere il diritto all’obiezione di coscienza per questa categoria professionale, tenuto conto che, gli ultimi sviluppi della ricerca farmacologica hanno messo a punto prodotti, alcuni dei quali abortivi, “che non servono a curare malattie, ma a soddisfare la cosiddetta ‘medicina dei desideri’”.

Tra i parlamentari sono intervenuti i deputati Fabrizio Di Stefano, Paola Binetti, Eugenia Roccella, Flavia Nardelli Piccoli e il senatore Lucio Romano. Contributi di carattere scientifico e bioetico sono stati offerti da Bruno Mozzanega, ginecologo della Clinica Ostetrica dell’Università di Padova, e da Filippo Maria Boscia, Direttore della Clinica Ostetrico-Ginecologica dell’Università di Bari.

L’onorevole Fabrizio Di Stefano, intervenuto nella doppia veste di farmacista e di deputato, ha sottolineato che “il ruolo del farmacista è quello di essere al servizio della vita: se venissimo meno a questo principio, verremmo meno al nostro dovere”.

Inoltre il farmacista, ha sottolineato Di Stefano, “non può essere un puro venditore”, in quanto ha “la responsabilità della salute dei suoi pazienti che non sono semplici acquirenti”.

Secondo l’onorevole Roccella, è errato parlare dei farmacisti come dei “commessi”, in quanto questa categoria professionale è titolare di “responsabilità speciali”. E comunque, ha puntualizzato la deputata, “anche un commesso dovrebbe avere diritto all’obiezione di coscienza”. Si rende più che mai necessario, dunque, un intervento legislativo, per il quale, tuttavia “il passo non sarà breve”.

Il giudice di Cassazione, Giacomo Rocchi, ha ricordato che l’obiezione di coscienza contro l’aborto, prima ancora di essere tutelata dalla legge 194, attinge ad un diritto che “è stato conquistato nei secoli a caro prezzo” e che, quando espresso, “non va nemmeno motivato”.

È quindi contraddittoria, ha sottolineato Rocchi, la recente affermazione del sottosegretario alla Salute, Paolo Fadda, che ha appellandosi al già citato regio decreto del 1938, ha definito l’obiezione di coscienza contro l’aborto come una “concessione”, peraltro da limitarsi alle fattispecie previste dalla legge 194, approvata nel 1978, quando l’aborto era esclusivamente chirurgico.

Inoltre il sottosegretario Fadda parlava di obbligo a carico dei farmacisti, in contrapposizione con il loro diritto all’obiezione di coscienza: quest’ultima ha osservato Rocchi, è un’affermazione “tautologica” in quanto l’obiezione di coscienza si eccepisce esclusivamente quando si è in presenza di un obbligo.

Ha chiuso la tavola rotonda Piero Uroda, presidente dell’Unione Cattolica Farmacisti Italiani (UCFI), che ha ricordato come il diritto all’obiezione di coscienza da parte della sua categoria, vada di pari passo con la tutela della dignità dell’embrione umano.

Essendo l’obiezione di coscienza per i farmacisti tutelata dal Codice deontologico approvato dalla federazione mondiale dei farmacisti nel 2007, e riconosciuta come uno dei diritti involabili della persona dal Comitato Nazionale di Bioetica nel 2012, secondo Uroda, non sarebbe strettamente necessario un cambiamento legislativo.

Il presidente dei farmacisti cattolici ha però denunciato le pressioni delle multinazionali farmaceutiche sulle associazioni di farmacisti affinché si pronuncino sulla ‘innocuità’ di pillole spacciate come contraccettive, quando in realtà sono veri e propri abortivi.

Un tentativo “subdolo e ipocrita”, quindi, una vera e propria mistificazione della realtà, con tanto di “ricatto”, in cui le associazioni di categoria sono cadute.

“Noi dobbiamo difendere la nostra professionalità – ha detto Uroda –. Siamo anche qui di fronte ad una battaglia tra il bene e il male”.